News Storie di rinascita, sullo sfondo di Jeju
C’è qualcosa di profondamente marino in "Welcome to Samdal-ri": non soltanto perché il drama è immerso nei paesaggi di Jeju, nel blu del mare, nelle coste e nella vita delle haenyeo, le pescatrici che si immergono senza bombole per raccogliere dal mare il proprio sostentamento, ma perché tutta la storia sembra costruita attorno all’idea di immersione e "riemersione".
Sam-dal torna a casa dopo essere precipitata dalla posizione che si era costruita a Seoul come fotografa di successo (come una caduta in acqua). È una caduta professionale, ma soprattutto personale: improvvisamente tutto ciò che aveva costruito lontano da Jeju sembra crollare giù.
Allora ritorna alle origini, al paese dal quale era fuggita, alla famiglia, agli amici d’infanzia e a quel mare che appartiene alla sua storia molto più di quanto lei voglia ammettere; torna a casa e ritrova immediatamente l’amico d’infanzia Yong-pil, dal quale riemerge anche un amore rimasto incompiuto. E ancora una volta torna il movimento che attraversa tutto il drama: immersione e riemersione, sprofondare nel passato per poter finalmente tornare a galla.
Il vero centro del drama, almeno per me, non è il romance, sono le haenyeo: il mare diventa una metafora piuttosto evidente, ma anche efficace; ci si immerge, si affronta il buio sotto la superficie, si trattiene il respiro e poi si torna a galla. Sam-dal deve fare esattamente questo. Deve smettere di correre, tornare indietro e recuperare parti di sé che aveva lasciato a Jeju. La tradizione delle haenyeo non è quindi soltanto una cornice folkloristica: è legata alla struttura emotiva della storia e alla rappresentazione di una comunità femminile estremamente forte.
È anche per questo che Welcome to Samdal-ri è un drama lento, molto lento, a tratti. Vi avviso prima di cominciarlo.
Non è una serie costruita sulla necessità di arrivare rapidamente al punto, si prende tempo per raccontare famiglie, amicizie, rancori vecchi di anni, dinamiche di paese, ferite mai elaborate e personaggi secondari che hanno una vita propria. Questa scelta può diventare frustrante, soprattutto all’inizio: i primi episodi sono penalizzati da un ritmo dilatato, da parecchi flashback e da una Sam-dal che trascorre fin troppo tempo ubriaca, piangente o completamente fuori di sé.
Le scene di Sam-dal ubriaca sono probabilmente una delle cose che ho sopportato meno. Una o due potevano essere funzionali a mostrarne il crollo; reiterarle ha spesso trasformato il dolore in una gag. È un problema soprattutto perché Shin Hye-sun è perfettamente capace di restituire la vulnerabilità di Sam-dal senza bisogno di farla barcollare per le strade di Jeju.
Quando però il drama smette di insistere sulla commedia del crollo e comincia a scavare davvero nelle persone, acquista parecchio.
E qui arrivano le rinascite:non soltanto quella di Sam-dal, ma anche quelle degli altri personaggi, perché il ritorno a casa permette a ciascuno di rimettere in discussione aspirazioni, fallimenti, rapporti familiari, vecchi rimpianti. È una storia che insiste molto sull’idea che guarire non significhi necessariamente diventare qualcun altro, ma tornare a riconoscere ciò che si era perso per strada
Sono le seconde possibilità e il potere curativo della comunità il vero cuore della serie, non solo lo sviluppo romantico, anzi oserei dire che è proprio la famiglia il vero grande romance di questo drama.
Il rapporto tra le sorelle, i genitori, gli amici cresciuti insieme, le haenyeo, persino le rivalità tra comunità: tutto concorre a costruire l’idea di un luogo che può essere soffocante, invadente, pettegolo e persino crudele, ma che allo stesso tempo è capace di raccogliere una persona quando cade poiché il paese conosce tutti i loro difetti e le loro ferite.
E poi c’è la figura della madre: la scena che ricorderò per sempre, quella in cui scopre ciò che la figlia ha realmente subito è, per me, una delle migliori dell’intero drama. Non tanto per ciò che viene raccontato, quanto per il modo in cui esplode progressivamente la sua reazione: la frustrazione, la disperazione, la rabbia, il senso di impotenza davanti alla sofferenza della figlia. È una scena nella quale l’emozione non arriva come semplice rappresentazione ma come qualcosa di fisico, quasi doloroso da guardare.
È probabilmente uno dei momenti in cui Welcome to Samdal-r ci ricorda che il suo argomento più potente non è “torneranno insieme?”, ma cosa succede quando finalmente le persone che ti amano scoprono quanto hai sofferto mentre cercavi di cavartela da sola.
Il romance, invece, è il settore nel quale rimango più tiepida: Sam-dal e Yong-pil hanno una storia enorme alle spalle, ma il loro rapporto non produce sempre quella tensione romantica che il drama vorrebbe. Anche alcune recensioni hanno segnalato una chimica non particolarmente intensa e una relazione che può risultare meno convincente rispetto alla componente familiare e comunitaria.
Detto questo, ho visto romance molto peggiori, sono forse mesi, o anche un anno che non vedo un romance così ben presentato, Yong-pil almeno non mi è sembrato innamorato perché la sceneggiatura lo ha imposto.
La sua affezione per Sam-dal è credibile soprattutto nella continuità, nella pazienza e nel modo in cui lui continua a esserci anche quando lei è impossibile da gestire. E Ji Chang-wook dà il meglio di sé proprio quando Yong-pil è disperato: lì la facciata del personaggio buffo e un po’ eccentrico cade e rimane un uomo che ha sofferto davvero.
Ed è forse questa la cosa che mi ha convinta maggiormente del loro rapporto, l’affetto sedimentato negli anni.
Non è un drama perfetto. Ha episodi che avrebbero potuto tranquillamente essere più brevi, alcune sottotrame che sembrano girare a vuoto e momenti nei quali il drama confonde lentezza con ripetizione. Anche il ricorso ai flashback può diventare insistente.
Però ha un’identità definita e riconoscibile: un drama marino, nel senso più emotivo del termine: mare, vento, immersioni, ritorni, persone che scompaiono sotto la superficie e poi devono trovare il modo di tornare a respirare.
Non è necessariamente un drama per tutti. Se cercate un romance serrato, una trama sempre in movimento o una protagonista che reagisca rapidamente agli eventi, probabilmente lasciate stare. Se invece vi piacciono i drama che hanno bisogno di tempo per raccontare una comunità e che utilizzano il ritorno a casa come strumento di guarigione, qui c’è molto da offrire.
E alla fine rimane proprio questa immagine: Sam-dal che torna al punto da cui era partita per capire che non tutto ciò che aveva lasciato indietro era qualcosa da cui fuggire.
Non un capolavoro, dunque, e nemmeno una rom-com memorabile bensì un drama capace, nei suoi momenti migliori, di parlare con sorprendente sensibilità di fallimento, appartenenza, famiglia e rinascita.
Se lo avete trovato inutile, forse non era ancora il vostro tempo per vederlo. Certi strumenti per la comprensione. del resto, sono arrivati dopo.
Ps. La recensione è breve perché l’ho visto anni fa, ho semplicemente voluto scriverne perché oggi mi è capitato davanti per caso e mi ha fatto provare nostalgia per qualcosa che ultimamente non ritrovo più nei lavori che sto guardando: quel senso profondo, quasi nascosto sotto la superficie di ciò che sta accadendo.
Sam-dal torna a casa dopo essere precipitata dalla posizione che si era costruita a Seoul come fotografa di successo (come una caduta in acqua). È una caduta professionale, ma soprattutto personale: improvvisamente tutto ciò che aveva costruito lontano da Jeju sembra crollare giù.
Allora ritorna alle origini, al paese dal quale era fuggita, alla famiglia, agli amici d’infanzia e a quel mare che appartiene alla sua storia molto più di quanto lei voglia ammettere; torna a casa e ritrova immediatamente l’amico d’infanzia Yong-pil, dal quale riemerge anche un amore rimasto incompiuto. E ancora una volta torna il movimento che attraversa tutto il drama: immersione e riemersione, sprofondare nel passato per poter finalmente tornare a galla.
Il vero centro del drama, almeno per me, non è il romance, sono le haenyeo: il mare diventa una metafora piuttosto evidente, ma anche efficace; ci si immerge, si affronta il buio sotto la superficie, si trattiene il respiro e poi si torna a galla. Sam-dal deve fare esattamente questo. Deve smettere di correre, tornare indietro e recuperare parti di sé che aveva lasciato a Jeju. La tradizione delle haenyeo non è quindi soltanto una cornice folkloristica: è legata alla struttura emotiva della storia e alla rappresentazione di una comunità femminile estremamente forte.
È anche per questo che Welcome to Samdal-ri è un drama lento, molto lento, a tratti. Vi avviso prima di cominciarlo.
Non è una serie costruita sulla necessità di arrivare rapidamente al punto, si prende tempo per raccontare famiglie, amicizie, rancori vecchi di anni, dinamiche di paese, ferite mai elaborate e personaggi secondari che hanno una vita propria. Questa scelta può diventare frustrante, soprattutto all’inizio: i primi episodi sono penalizzati da un ritmo dilatato, da parecchi flashback e da una Sam-dal che trascorre fin troppo tempo ubriaca, piangente o completamente fuori di sé.
Le scene di Sam-dal ubriaca sono probabilmente una delle cose che ho sopportato meno. Una o due potevano essere funzionali a mostrarne il crollo; reiterarle ha spesso trasformato il dolore in una gag. È un problema soprattutto perché Shin Hye-sun è perfettamente capace di restituire la vulnerabilità di Sam-dal senza bisogno di farla barcollare per le strade di Jeju.
Quando però il drama smette di insistere sulla commedia del crollo e comincia a scavare davvero nelle persone, acquista parecchio.
E qui arrivano le rinascite:non soltanto quella di Sam-dal, ma anche quelle degli altri personaggi, perché il ritorno a casa permette a ciascuno di rimettere in discussione aspirazioni, fallimenti, rapporti familiari, vecchi rimpianti. È una storia che insiste molto sull’idea che guarire non significhi necessariamente diventare qualcun altro, ma tornare a riconoscere ciò che si era perso per strada
Sono le seconde possibilità e il potere curativo della comunità il vero cuore della serie, non solo lo sviluppo romantico, anzi oserei dire che è proprio la famiglia il vero grande romance di questo drama.
Il rapporto tra le sorelle, i genitori, gli amici cresciuti insieme, le haenyeo, persino le rivalità tra comunità: tutto concorre a costruire l’idea di un luogo che può essere soffocante, invadente, pettegolo e persino crudele, ma che allo stesso tempo è capace di raccogliere una persona quando cade poiché il paese conosce tutti i loro difetti e le loro ferite.
E poi c’è la figura della madre: la scena che ricorderò per sempre, quella in cui scopre ciò che la figlia ha realmente subito è, per me, una delle migliori dell’intero drama. Non tanto per ciò che viene raccontato, quanto per il modo in cui esplode progressivamente la sua reazione: la frustrazione, la disperazione, la rabbia, il senso di impotenza davanti alla sofferenza della figlia. È una scena nella quale l’emozione non arriva come semplice rappresentazione ma come qualcosa di fisico, quasi doloroso da guardare.
È probabilmente uno dei momenti in cui Welcome to Samdal-r ci ricorda che il suo argomento più potente non è “torneranno insieme?”, ma cosa succede quando finalmente le persone che ti amano scoprono quanto hai sofferto mentre cercavi di cavartela da sola.
Il romance, invece, è il settore nel quale rimango più tiepida: Sam-dal e Yong-pil hanno una storia enorme alle spalle, ma il loro rapporto non produce sempre quella tensione romantica che il drama vorrebbe. Anche alcune recensioni hanno segnalato una chimica non particolarmente intensa e una relazione che può risultare meno convincente rispetto alla componente familiare e comunitaria.
Detto questo, ho visto romance molto peggiori, sono forse mesi, o anche un anno che non vedo un romance così ben presentato, Yong-pil almeno non mi è sembrato innamorato perché la sceneggiatura lo ha imposto.
La sua affezione per Sam-dal è credibile soprattutto nella continuità, nella pazienza e nel modo in cui lui continua a esserci anche quando lei è impossibile da gestire. E Ji Chang-wook dà il meglio di sé proprio quando Yong-pil è disperato: lì la facciata del personaggio buffo e un po’ eccentrico cade e rimane un uomo che ha sofferto davvero.
Ed è forse questa la cosa che mi ha convinta maggiormente del loro rapporto, l’affetto sedimentato negli anni.
Non è un drama perfetto. Ha episodi che avrebbero potuto tranquillamente essere più brevi, alcune sottotrame che sembrano girare a vuoto e momenti nei quali il drama confonde lentezza con ripetizione. Anche il ricorso ai flashback può diventare insistente.
Però ha un’identità definita e riconoscibile: un drama marino, nel senso più emotivo del termine: mare, vento, immersioni, ritorni, persone che scompaiono sotto la superficie e poi devono trovare il modo di tornare a respirare.
Non è necessariamente un drama per tutti. Se cercate un romance serrato, una trama sempre in movimento o una protagonista che reagisca rapidamente agli eventi, probabilmente lasciate stare. Se invece vi piacciono i drama che hanno bisogno di tempo per raccontare una comunità e che utilizzano il ritorno a casa come strumento di guarigione, qui c’è molto da offrire.
E alla fine rimane proprio questa immagine: Sam-dal che torna al punto da cui era partita per capire che non tutto ciò che aveva lasciato indietro era qualcosa da cui fuggire.
Non un capolavoro, dunque, e nemmeno una rom-com memorabile bensì un drama capace, nei suoi momenti migliori, di parlare con sorprendente sensibilità di fallimento, appartenenza, famiglia e rinascita.
Se lo avete trovato inutile, forse non era ancora il vostro tempo per vederlo. Certi strumenti per la comprensione. del resto, sono arrivati dopo.
Ps. La recensione è breve perché l’ho visto anni fa, ho semplicemente voluto scriverne perché oggi mi è capitato davanti per caso e mi ha fatto provare nostalgia per qualcosa che ultimamente non ritrovo più nei lavori che sto guardando: quel senso profondo, quasi nascosto sotto la superficie di ciò che sta accadendo.
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