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A Virtuous Business korean drama review
Completed
A Virtuous Business
2 people found this review helpful
by Blue eyes Samurai
6 days ago
12 of 12 episodes seen
Completed
Overall 7.0
Story 7.5
Acting/Cast 7.0
Music 5.0
Rewatch Value 1.0

Virtuosa nelle intenzioni, anonima nella resa

Drama sociale con elementi dramedy (comedy + drama) ambientato nel 1992, ricostruisce un passato relativamente recente che serve a raccontare le convenzioni sociali, la condizione femminile e il rapporto con la sessualità in una comunità rurale coreana profondamente conservatrice.
A Virtuous Business non è una serie disastrosa sul piano professionale, tutt'altro, ma risulta un prodotto che, pur disponendo di una buona premessa, di un cast esperto e di temi interessanti, socialmente impegnati, non riesce a trasformare questi elementi in un'opera dotata di una personalità riconoscibile, o memorabile.
Vanta una produzione professionale, certamente ordinata, consapevole di ciò che vuole comunicare, ma raramente riesce a superare la soglia della correttezza per produrre un lavoro definito, avvincente, indimenticabile.
Le idee ci sono, le situazioni anche, gli ingredienti sembrano quelli giusti, eppure manca il mordente, quella scintilla capace di rendere una storia avvincente, di dare spessore ai personaggi e di trasformare una buona premessa in qualcosa che non sembri già visto altrove mille volte (e fatto meglio).
Un'opera che procede senza inciampi, ma anche senza riuscire a generare un coinvolgimento proporzionato a ciò che avrebbe potuto essere, risultando corretta, diligente, persino gradevole in alcuni momenti, e mortalmente noiosa in altri, che tuttavia fatica a imprimersi; e, trattando emancipazione, desiderio, convenzioni sociali e libertà femminile, limitarsi a svolgere bene il 'compitino' è per me un'occasione sprecata.

DI COSA PARLA? 💋💄📳
In un villaggio sudcoreano 4 donne decidono di vendere lingerie sexy e prodotti per adulti. L’ambiente è patriarcale, la sessualità un tabù, il comportamento femminile sotto sorveglianza costante, e l’iniziativa diventa inevitabilmente una sfida alle convenzioni.
La protagonista, Han Jeong-suk, madre e moglie con un matrimonio deludente e problemi economici, ci vede l’occasione per un po’ di autonomia (notate come l'indipendenza è sempre dipendente dal denaro) e finisce, marchiata dallo stigma. Con lei ci sono Oh Geum-hui, colta e benestante, insoddisfatta dietro una facciata rispettabile; Seo Young-bok, madre di una covata di figli, schiacciata dalle responsabilità e da un marito con problemi di autoefficacia; e Lee Ju-ri, la più disinibita, indipendente e anticonformista.
Il programma tematico è fitto: indipendenza economica, desiderio, matrimonio come istituzione e come gabbia, doppio standard morale, maternità, solidarietà femminile, peso del giudizio collettivo, ipocrisia sociale, difficoltà di reinserimento dopo il carcere. Il lavoro dovrebbe emancipare in senso economico e personale, perché vendere roba scandalosa significa parlare di ciò che la società preferirebbe non nominare. A questo si aggiungono le vicende sentimentali di Jeong-suk e l’indagine di Kim Do-hyeon, un poliziotto arrivato in paese a ricostruire il proprio passato e le proprie origini, con tanto di mistero familiare.
La quantità di argomenti è considerevole, forse persino eccessiva per il modo in cui vengono sviluppati.
La serie vorrebbe essere contemporaneamente una storia di emancipazione, una commedia sulle ipocrisie provinciali, un racconto di amicizia femminile, un melodramma familiare e una vicenda romantica con un risvolto investigativo. Non è necessariamente un difetto ma occorre trovare un equilibrio e dare a ciascun elemento una funzione precisa. Qui, invece, le diverse linee narrative si susseguono senza che si impregnino di intensità.

INFLUSSI E AFFINITÀ 🖼️
La premessa evoca inevitabilmente opere che hanno già battuto questo sentiero: solidarietà femminile, ribellione alle convenzioni, reinventarsi in età adulta. Il primo film che mi è venuto in mente è Fiori d’acciaio. Le scene in parrucchieria, le conversazioni fra donne e lo spazio condiviso dove circolano confidenze, giudizi, dolori e piccoli atti di ribellione richiamano quel modello di racconto corale in cui la comunità femminile è il centro emotivo.
Poi c’è Calendar Girls: donne comuni che compiono un gesto inatteso e rompono le convenzioni di età, pudore e rispettabilità, e il corpo sottratto alla rappresentazione decorosa diventa strumento di affermazione. In entrambi i casi il motore è il contrasto fra l’apparente normalità delle protagoniste e la natura trasgressiva della loro iniziativa.
Il paragone più sfacciato è però con Bad Moms, e non per il tema della liberazione, ma per la distribuzione dei ruoli. C’è la donna tradita che deve rimettere in discussione il matrimonio, la madre di numerosi figli, marito incluso, schiacciata da obblighi e responsabilità, infine la più disinibita e meno disposta alla rispettabilità. E c’è la protagonista che, dopo il naufragio coniugale, incontra un uomo attraente. Certo, ci sono differenze di cultura e di tono: il film punta sulla commedia irriverente e sull’esasperazione satirica fino a sconfinare nel trash, mentre qui abbiamo la Corea rurale dei primi anni Novanta, con le sue forme specifiche di controllo sulla sessualità femminile. Non dico che la scrittura sia derivativa, semplicemente mi suona terribilmente familiare, e la familiarità diventa un guaio quando gli archetipi non vengono rielaborati con un minimo di originalità. Le situazioni si riconoscono, i ruoli si identificano al primo sguardo, e manca quel quid che darebbe loro una fisionomia propria.

CONSIDERAZIONI PERSONALI 🤔
Personalmente la serie ha chiaro il messaggio da trasmettere, ma non sempre trova il modo più incisivo per farlo. L'emancipazione femminile viene raccontata attraverso situazioni comprensibili e una successione di ostacoli sociali e familiari, senza che il discorso riesca a raggiungere una particolare profondità o un'aura espressiva memorabile.
Il contrasto fra desiderio femminile e società che vorrebbe tacerlo è un terreno fertile, dove si poteva scavare nella vergogna interiorizzata, nel rapporto fra desiderio e identità, nel controllo della comunità, nelle contraddizioni di una morale che perdona certi comportamenti maschili e condanna gli stessi nelle donne. Alcuni di questi temi sono toccati, altri sorvolati, e quasi tutti sono messi in scena come spettacolarizzazione dell’ingiustizia o dell’ipocrisia. Ma dialoghi, regia e soprattutto interpretazioni non trasformano mai una situazione significativa in un momento che coinvolga.
Il campionario è quello che conosciamo: l’uomo che si innamora della donna sbadata e bisognosa, il paese giudicante e invadente,le donne che hanno interiorizzato il modello patriarcale e giustificano gli uomini, l’uomo padrone che rimprovera, limita, castra, giudica la donna che osa sfidare le convenzioni e poi chiude con l'immancabile: “Ho fame, preparami la cena”.
Si parla di emancipazione femminile ma c’è un uomo che aiuta, protegge, sovvenziona, sorregge, supporta. Il drama propone tematiche e poi non ha il coraggio di portarle fino in fondo, come chi predica la libertà con una mano e con l’altra tiene il guinzaglio.
Anche il percorso di crescita delle protagoniste è comprensibile e segue binari prevedibilissimi: le donne si avvicinano al lavoro, affrontano la diffidenza della comunità, trovano sostegno reciproco, conquistano consapevolezza. Funziona, ma un racconto lineare richiede ritmo, precisione, personaggi vivi e una prospettiva d’autore riconoscibile. Personalmente la linearità in questo lavoro degenera in prevedibilità.
Il titolo, con il suo richiamo a virtù e rispettabilità, nasconde un potenziale ironico notevole: le donne considerate scandalose dalla comunità si rivelano più sincere, generose e coraggiose di chi difende in pubblico la morale. Era il carburante per una satira ben più tagliente. La serie lo sfrutta ma senza spingere mai fino in fondo. E questo l’ho trovato interessante: vendono oggetti “scabrosi” ma sono leali, solidali, moralmente intonse, mentre il perbenismo è fine a se stesso e chi giudica agisce spesso in modo ben più riprovevole, nascondendo nefandezze sotto il caldo cotone o la triste flanella.
Anche l’inciampo del personaggio giudicante che commette il peccato che condanna è vero psicologicamente: ogni giudizio è una confessione, diceva Jung, e gli sceneggiatori lo mettono in scena, forse senza saperlo.
Ma episodio dopo episodio resta la sensazione che tutto sia al proprio posto e niente sia al massimo delle sue possibilità.
INTERPRETAZIONI E CASTING 🫡
Il cast è uno degli aspetti più deludenti: tutti interpreti con esperienza, molti visti come second lead, in tanti lavori e desiderosa io per prima di vederli come protagonisti.
Per quanto riguarda Kim So-yeon, interprete di Han Jeong-suk, la mia impressione è che il personaggio non riesca a imporsi al centro del racconto. Non è per me in grado di sostenere ruoli da protagonista, almeno in questa serie, le manca il mordente necessario per reggere il peso emotivo della storia.
È una presenza che mi appare più adatta a un ruolo di caratterizzazione che a quello di protagonista. Le manca aura, carisma, capacità di dominare una scena e di mantenere viva l'attenzione anche quando la scrittura non offre particolari appigli.
Sul piano fisico, alcuni tratti del suo viso mi hanno richiamato Luisa Kuliok: gli zigomi, il sorriso, la forma leggermente allungata del volto, quasi cavallina. È una somiglianza che, nel mio caso, rende ancora più evidente la distanza fra il richiamo estetico e la presenza scenica. Kuliok possedeva un'intensità e capacità scenica che a lei manca totalmente.
Anche gli altri personaggi femminili, pur offrendo possibilità interessanti, non mi hanno lasciato una grande impressione: dal confronto fra 4 donne mi aspettavo una maggiore varietà di registri, con personalità capaci di emergere attraverso tempi comici, contrasti emotivi e sfumature individuali. Invece, troppo spesso, ho avuto l'impressione che le interpreti si muovessero all'interno del copione senza osare.
Anche la componente romantica emozioni zero: la relazione fra Jeong-suk e Do-hyeon segue un percorso riconoscibile con i codici usuali a cui siamo abituati ma non è sostenuta da una tensione emotiva tale da rendere irresistibile il loro coinvolgimento. Il classico uomo che si affaccia nella vita di una donna delusa dal matrimonio, che non sembra in grado di badare a se stessa, naturalmente ha bisogno di una scrittura e di un'alchimia capaci di sottrarlo alla sensazione del già visto, sebbene mi sembra molto verosimile che ne rimanga attratto per quella maternità che lei esercita e di cui lui è stato privato, tutto assolutamente corretto sul piano psicologico.
Quest'opera mi ha fatto comprendere un fatto sui second lead, che tanto mi piacciono e per i quali desideravo più spazio ( ome nel caso di Sally Liu).
Sono notevoli proprio perché entrano al momento giusto, caratterizzano il personaggio in poche scene, danno una sfumatura particolare a una storia e magari rubano la scena la scena ai protagonisti, ma quando diventano protagonisti devono sostenere un peso narrativo diverso: non è detto che abbiano il carisma, la gamma espressiva o la capacità di mantenere viva l'attenzione per 12 ep.
Non è una questione di bravura tecnica: ci sono attori impeccabili che, messi al centro, si sgonfiano. Il personaggio secondario li protegge anche attraverso la scrittura: ha meno scene, meno ripetizioni emotive, meno occasioni per mostrare i propri limiti. Il protagonista, invece, viene sottoposto a una specie di prova di resistenza scenica, per questo i guest role rimangono tali.

COMPARTO TECNICO 🎥👨‍🔧📸🎬💻
produzione funzionale e ordinata, senza sciattume. La regia sa organizzare le scene, mantiene una buona leggibilità spaziale e, quando il racconto richiede dinamismo, riesce a imprimere un ritmo più brioso alle azioni lavorando con le inquadrature e con le prospettive, utilizzando in alcune occasioni il punto di vista di chi osserva la scena. La scelta dell'inquadratura può quindi suggerire una presenza esterna, il fatto che ciò che vediamo sia filtrato dallo sguardo di qualcuno. Sono accorgimenti che dimostrano una certa attenzione alla costruzione visiva e impediscono di liquidare la regia come elementare.
Tuttavia, queste intuizioni rimangono sporadiche e non si trasformano in una cifra stilistica davvero riconoscibile. La regia è funzionale alla narrazione, ma raramente sembra volerla superare, interpretare o arricchire con una prospettiva personale. Quando deve accompagnare un'azione dinamica sa essere briosa; per il resto, spesso si limita a registrare ciò che accade. Molte scene risultano statiche, con una disposizione degli elementi corretta ma poco stimolante, e questa compostezza finisce per riflettere il carattere generale della serie: tutto è in ordine ma manca movimento, nel senso di dinamismo.
Anche la fotografia contribuisce a questa impressione: la storia è ambientata nel 1992, ma non avverto una ricerca cromatica sufficientemente forte da restituire al periodo una precisa identità visiva. Non pretendo che ogni produzione ambientata nel passato ricorra a un filtro seppia o a una patina vintage. Una ricostruzione d'epoca può e deve conservare naturalezza. Tuttavia, palette, saturazione, contrasto, temperatura della luce e resa delle ombre possono creare un mondo visivo coerente e riconoscibile, se non mi avessero riferito che era il 1992 non avrei saputo collocare il tempo storico.
Qui gli ambienti possono essere corretti, gli oggetti appropriati e i costumi coerenti con l'ambientazione, ma l'insieme non mi restituisce la sensazione di trovarmi precisamente negli anni' 90. Tuttavia certe riprese sono di sicuro fascino estetico, con l'utilizzo del campo lungo e del mezzo campo, anche del piano americano una o due volte.
Lo stesso vale per la scenografia. Non è tanto una questione di errori evidenti o di ricostruzioni palesemente sbagliate, quanto dell'assenza di una precisa identità estetica. Gli ambienti risultano plausibili, ma non diventano davvero evocativi né mi danno la sensazione di ambienti vissuti, come in Sanctuary per esempio.

Un dettaglio che STONA MOLTISSIMO è stato l'uniformità dei sorrisi e della dentatura dei personaggi.
Denti bianchi come ceramica, regolari, senza spazi visibili o frastagliature, visivamente perfetti (che non sono le dentature reali per molti di loro) sembrano appartenere a un'estetica contemporanea, soprattutto quando questa caratteristica ricorre con insistenza anche fra personaggi sopra gli anta.Non è possibile stabilire semplicemente guardando lo schermo se si tratti di faccette, trattamenti estetici, quello che è certo è che non sono denti naturali, impossibile avere questa precisione ortodontica nel 92; la credibilità storica nasce anche dall'insieme di dettagli minimi, e un'estetica eccessivamente contemporanea può incrinare la ricostruzione senza che vi sia un singolo errore clamoroso.
La musica, infine, è un'altra occasione mancata, a parte i brani alla fine della serie e una litania triste, e qualche effetto sonoro questa serie non HA NIENTE A LIVELLO DI MUSICHE.
CONCLUSIONE
aveva gli ingredienti per essere molto più interessante di quanto sia riuscito a essere, la serie procede in maniera diligente, affidandosi a situazioni riconoscibili, a una regia prevalentemente funzionale e a interpretazioni che, almeno per me, non raggiungono una particolare intensità.
Non mi ha conquistata la protagonista, non ho trovato memorabili le interpretazioni, la musica non mi è rimasta dentro e l'estetica non ha saputo restituirmi un'identità visiva abbastanza forte da rendere il 1992 qualcosa di più di una semplice indicazione temporale.
La sensazione finale è quella di un compito svolto correttamente, con attenzione e senza errori macroscopici, ma senza elementi capaci di elevarlo. La competenza è presente, la personalità molto meno.
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