Quantcast

Details

  • Last Online: 2 hours ago
  • Location: Macondo
  • Contribution Points: 0 LV0
  • Roles:
  • Join Date: September 6, 2024
  • Awards Received: Finger Heart Award3 Flower Award2 Reply Goblin Award1 Dumpster Fire Award1 Lore Scrolls Award3 Drama Bestie Award2 Emotional Support Commenter2 Clap Clap Clap Award5 Award Hoarder Enabler1 Emotional Support Viewer1 Tomato of Chaos1 Notification Ninja4 Emotional Bandage2 Reply Hugger2 Soulmate Screamer2 Big Brain Award2
My Cherie Amour thai drama review
Completed
My Cherie Amour
4 people found this review helpful
by Blue eyes Samurai
8 days ago
19 of 19 episodes seen
Completed
Overall 5.0
Story 5.0
Acting/Cast 6.5
Music 7.0
Rewatch Value 7.0
This review may contain spoilers

My Chérie : mon amour tant confus (DESIDERIO & CONFUSIONE)

Period romance thailandese ambientato nel 1947, che intreccia commedia romantica, melodramma familiare e romance in costume, con un immaginario elegante, teatrale e apertamente sentimentale. Più che puntare sulla ricostruzione storica o sulla complessità sociale del periodo, privilegia la relazione fra i protagonisti, gli ostacoli familiari e un corteggiamento prolungato.
Inizialmente mi è parso di essere finita in una telenovela degli anni '80 e, a dire il vero, era proprio quello che desideravo: un reset, una pausa da codici visivi e narrativi che, nel panorama coreano e cinese, mi sembrano ormai fin troppo riconoscibili, se non intercambiabili. Sapevo già dal quinto minuto di non trovarmi davanti a un lavoro eccelso: il set esterno sembrava ricostruito (guardate per terra), la sceneggiatura appariva terribilmente forzata e le scene erano spesso sganciate l'una dall'altra, come se mancasse un raccordo logico.
I dialoghi, poi, sono semplici, elementari, costruiti su opposizioni binarie comprensibili da grandi e piccini: bello vs brutto, noioso vs divertente, cattivo vs buono. «Non pensavo di poter stare con una ragazza così perfetta», «Sono bella», «Fammi un complimento», «Sei cattivo», «Sei un uomo buono». Una scrittura che non sembra interessata a esplorare la complessità dei personaggi, preferendo semplificare tutto.
Eppure qualcosina funziona. Le interpretazioni raggiungono quasi la sufficienza, con l'eccezione di Prasit, la cui caratterizzazione oscilla in modo sconcertante e restituisce una rappresentazione della disabilità profondamente problematica. I due protagonisti, invece, sono abbastanza credibili.
Tor Thanapob è un ottimo partner romantico: desiderante, anelante, bramoso, capace di rendere visibile la tensione anche quando il personaggio cerca disperatamente di contenerla. La sua vulnerabilità è sempre esposta e sul volto rimane una crepa. Yaya Urassaya è splendida nella sua civetteria, nel suo egoismo e nella sua forte immaturità. Non ricordo di aver visto spesso una protagonista asiatica così ossessionata da un uomo, tanto ostinata nel cercarlo, provocarlo e conquistarlo.
Dopo My Demon formano una delle coppie interrazziali visivamente più belle del panorama asiatico. Lui ha tratti asiatici marcati, lei un fascino scandinavo-thailandese, insieme occidentale ed esotico, con tonalità calde e qualcosa di latino. Ma la loro bellezza non è soltanto una questione di lineamenti: hanno una tensione sensuale fortissima, affidata agli sguardi, al modo in cui si cercano, ai tocchi e alla continua ricerca di una prossimità fisica che non sembra trovare uno sbocco definitivo.
Anong è per Wichai un centro di gravità permanente: la cerca con lo sguardo, la segue, ignora gli altri stimoli quando lei è presente e ne desidera attivamente la vicinanza. La brama come un disperato. Ecco perché, nell'episodio 9, quando emerge persino l'eventualità che avrebbe potuto sposare un'altra donna, più comoda, composta e rassicurante, sono «caduta dal pero». Non pretendevo una dichiarazione d'amore in grande stile, né immediata: quel passaggio, però, non era stato preparato in modo convincente. Era appena accennato, senza far intuire che avrebbe potuto tradursi in una decisione tanto grave. A riferirlo è la sorella, certo, ma lui non smentisce, non chiarisce e non offre spiegazioni capaci di ricomporre il quadro.
Emerge quindi il problema strutturale: tutto sembra al servizio delle scene da girare. Prima si immagina una situazione capace di produrre un momento romantico, poi si costruiscono i dialoghi intorno, senza preoccuparsi abbastanza di collegarla a ciò che è accaduto prima o accadrà dopo. Ne deriva un'aura diffusa di improvvisazione, come se le scene esistessero autonomamente e la sceneggiatura dovesse soltanto trovare il modo di farle accadere.
L'evoluzione dei protagonisti è ravvisabile soprattutto nel personaggio maschile. Anong è adorabile, ma spesso immatura, sempliciotta e poco profonda nei ragionamenti. Ha studiato all'estero, eppure l'unico elemento di modernità che gli sceneggiatori sembrano interessati a mostrarci è il suo essere anticonvenzionale, esuberante e provocatrice. Le manca quella profondità intellettuale che potrebbe renderla una compagna davvero affine a Wichai: un uomo eticamente luminoso, ma sentimentalmente snervante, pieno di complessi e prigioniero di un senso di responsabilità che soffoca ogni slancio personale.
C'è un elemento che considero particolarmente riuscito: L'IMPETO, lo Sturm und Drang, la foga con cui i personaggi si confrontano, litigano, si cercano e si respingono. Non soltanto i protagonisti: anche gli altri sbraitano, si agitano e manifestano emozioni senza quel filtro di compostezza che ritrovo frequentemente nei drama. Qui le emozioni hanno una fisicità più immediata, esplosiva.

Il fanservice, tuttavia, è feroce: occupa circa l'80% del lavoro e sfiora il 90% nei primi 10 episodi che sembrano appartenere quasi esclusivamente ai protagonisti. Non credo di aver mai visto una serie dedicare loro tanto spazio, insistendo su sguardi, contatti e avvicinamenti costruiti per tenerli fisicamente vicini senza permettere alla relazione di evolvere davvero. Narrativamente, la concentrazione diventa soffocante; dal punto di vista del fanservice è invece un banchetto pantagruelico, con formula all you can eat.
Dall 11° episodio, finalmente, lo zoom si allarga e concede spazio agli altri personaggi e alle loro dinamiche. Nel frattempo, i casi giuridici da risolvere sono scritti malissimo e affrontati con soluzioni semplicistiche, sostenute da elementi probatori ridicoli: mozziconi di sigarette, anziché una sigaretta intera, utilizzati per dimostrare la distanza del tecnico e quindi l'assenza di tutela nei luoghi di lavoro.
Ho odiato la caratterizzazione di Prasit e soprattutto il modo in cui viene rappresentata la sua disabilità. I tre fratelli lo chiamano idiota, stupido, inutile, e in quei momenti sono stata a disagio. Non è soltanto una questione di sensibilità: la serie utilizza la disabilità in modo incoerente, sfruttandola per suscitare reazioni emotive e creare occasioni romantiche. Prasit sembra più una funzione narrativa che una persona: serve a chiarire i sentimenti della protagonista e a mettere in moto situazioni e incontri, senza sufficiente autonomia né una caratterizzazione stabile. Viene rappresentato come un ragazzo autistico a giorni alterni: alcune scene suggeriscono un disturbo del neurosviluppo, peraltro caratterizzato malissimo, altre restituiscono una rappresentazione vaga e contraddittoria, subordinata alle esigenze della trama. Non è una caratterizzazione sfaccettata né rispettosa della complessità della disabilità.
Anche il tema dell'omosessualità viene accennato, ma soltanto sfiorato.
E no, guys, con Jane Austen questa serie non ha praticamente niente in comune. Se proprio dovessi cercare un parallelismo, per quanto forzato, penserei piuttosto a Emma e a Persuasione, con la differenza sostanziale che è il ML a dover essere convinto, trascinato fuori dalle proprie resistenze e portato a riconoscere ciò che prova.
La costruzione del legame funziona soprattutto sul versante di lei: capisco che cosa Anong veda in Wichai, perché se ne innamori e perché sia disposta a lottare per la relazione. Anche il dissidio interiore di lui è sufficientemente illustrato, sebbene rimanga irrisolta la variabile Chanthorn e, soprattutto, la discrepanza fra ciò che manifesta nei suoi confronti e ciò che continua a mostrare per Anong.
La serie trascina e diluisce troppo, dopo aver tirato l'elastico per tante ore, al payoff ci si aspetterebbe una deflagrazione; invece arriva il solito bacetto a labbra accostate, quasi peggiore di quelli di alcuni drama cinesi. Tutta quella tensione, quel desiderio e quella prossimità fisica trovano uno sbocco sorprendentemente timido. Capisco che i protagonisti non siano una coppia nella vita reale e che lei fosse prossima alle nozze, ma non puoi costruire una tensione del genere e liquidarne l'apice emotivo in quel modo. Se lavori così a lungo sul desiderio, devi avere il coraggio di dargli una conclusione proporzionata al percorso.
E soprattutto, non è lo slow burn che aggiunge un tassello a ogni episodio, modifica la percezione reciproca, costringe i personaggi a rivedere le proprie convinzioni, trasforma la relazione e rende sempre meno sostenibile la distanza fra ciò che provano e ciò che riescono ad ammettere. Qui Anong è pazza di lui già dal 3°episodio. Si accumulano ore di sguardi, sfioramenti, desideri e occasioni mancate, mentre ostacoli spesso artificiosi impediscono progressi proporzionati al tempo trascorso. Bisogna far bruciare qualcosa, non limitarsi a tenere la fiamma accesa per 10h.
Dal punto di vista tecnico e della scrittura, per me il lavoro vale circa 3,7. Mancano coerenza, profondità, plausibilità e attendibilità storica. Gli assegno comunque un quasi 5 perché lo salvano le interpretazioni, l'intensità emotiva, le scenografie e soprattutto i costumi.
La sceneggiatura forza continuamente gli eventi, introduce passaggi che non reggono né sul piano logico né su quello storico e costruisce personaggi ordinari, privi di sfaccettature, con l'eccezione del protagonista maschile.
Wichai è il personaggio meglio costruito. I traumi, le esperienze familiari e la convinzione di non essere destinato alla felicità spiegano il suo senso esasperato di responsabilità e la paura di non poter essere un buon marito. Non possiede una profondità intellettuale straordinaria, ma ha acume, sagacia e intelligenza: caratteristiche che rendono poco plausibile il fatto che non riconosca i sentimenti di Anong per 11 episodi. Come può un uomo tanto perspicace diventare incapace di comprendere ciò che gli viene detto apertamente o di riconoscere i propri sentimenti, quando arriva persino a fantasticare, a occhi chiusi, su possibili approcci fisici con lei?
È quasi un idiot savant sentimentale: brillantissimo in quasi ogni ambito, davanti all'amore smarrisce ogni capacità di umana comprensione .Questa contraddizione andava costruita e approfondita, non semplicemente utilizzata per prolungare il tira e molla romantico. Le sue resistenze sono comprensibili; la gestione molto meno.
Problematico anche il rapporto con la madre. Non siamo davanti a una semplice antagonista o a una madre severa, ma ad una madre piovra, con tratti borderline/istrionici e depressione secondaria con atteggiamenti abusanti e manipolativi, sabotante la vita amorosa e sessuale dei figli.Poi arriva la svolta finale, quasi miracolistica, che sembra risolvere in tempi rapidissimi un disturbo clinicamente poco trattabile con quell'efficacia.
La sceneggiatura procede per salti: da A a D, perché la trama deve arrivarci. Wichai si toglie la toga, diventa avvocato, poi ritorna giudice; va a Trang e torna a Bangkok secondo necessità. Le scelte professionali e geografiche dipendono più dalle scene da girare che da una progressione organica. Il giudice ha una geolocalizzazione elastica e cambia ruolo e destinazione quando serve. E Anong diventa ufficiale giudiziario, pur essendo laureata in finanza o in qualcosa che ha a che fare con business e gestione economica?!? 🤌🏾🤌🏾🤌🏾
Non tutto è da buttare. Ho apprezzato l'assenza delle canoniche separazioni in cui i protagonisti vengono tenuti lontani artificialmente per alimentare il conflitto. Una volta riconosciuti i sentimenti, almeno in linea di principio, restano insieme. Anche il riconoscimento, però, arriva in modo discutibile: quando qualcuno ti dichiara apertamente il proprio amore, oppure tu stesso fantastichi su un'intimità con quella persona, diventa difficile credere che non abbia ancora capito niente.
Dal 16° episodio la sceneggiatura decide che è arrivato il momento di sposarsi e chiudere la storia. Wichai passa dalla resistenza quasi granitica alla determinazione di sposare Anong, che fino a quel momento ha sostanzialmente imposto la propria presenza nella sua vita. Non è tanto il cambiamento a essere problematico, quanto il modo in cui viene realizzato: ancora una volta, la scrittura preme un interruttore.
L'intero episodio 16 diventa una lunga sequenza di fanservice, fra dispetti dei fratelli e situazioni farsesche, fino ad Anong che sfrutta il pettegolezzo su un'ipotetica gravidanza per costringere le famiglie a concedere la benedizione. Scene pensate per divertire chi si è affezionato alla coppia, ma incapaci di trovare un equilibrio fra leggerezza, credibilità e sviluppo dei personaggi. Il fanservice insiste sul desiderio senza trasformarlo in un appagamento narrativo altrettanto intenso.
Wichai doveva essere convinto perché arroccato in una convinzione profonda e dolorosa: quella di essere inamabile e incapace di diventare un buon marito. È un conflitto che avrebbe potuto sostenere una storia romantica personalmente molto più intrigante.

Costumi: di grande pregio e sicuro impatto.Pur con alcune imprecisioni storiche e qualche resa non sempre accurata sulla protagonista, sono fra i più belli che abbia visto in un drama asiatico, se escludiamo la magnificenza di The Princess Rebel e il fascino esotico di Shen Li. Anong non indossa semplicemente gli abiti: li abita. È una modella, e lo si vede nel portamento, nella camminata e nel modo in cui occupa lo spazio. Su questo piano ha tre gradini di vantaggio rispetto a molte attrici cinesi e coreane, con l'unica eccezione di Seo Ye-jin. I costumi sono parte integrante della sua presenza scenica, non semplici orpelli.

Regia: 5,5/10. Prevalentemente illustrativa, si limita a registrare l'azione senza rielaborarla attraverso uno sguardo autoriale riconoscibile. La messa in scena raramente interpreta ciò che riprende o ne stratifica il significato, affidandosi a soluzioni convenzionali e a una composizione che osa soprattutto con le inquadrature con le inquadrature dall'alto. Talvolta la macchina da presa si avvicina eccessivamente ai protagonisti, rendendo evidente la loro consapevolezza dell'obiettivo, con una resa poco elegante. In sintesi, privilegia l'esposizione rispetto alla costruzione del racconto per immagini.
Colonna sonora: 7/10. Poca varietà musicale, ma generalmente pertinente; efficaci gli effetti sonori, impiegati per sottolineare passaggi, introdurre accenti emotivi e scandire pause narrative. Il limite è la ridondanza: alcuni temi ritornano tanto spesso che, nell'arco delle 19 ore complessive, perdono incisività e diventano fastidiosi. Un comparto gradevole, non sempre sostenuto da un adeguato senso della misura e che avrebbe potuto osare di più con qualche brano moderno.
Scenografia: 7/10. Ambienti curati, giardini suggestivi e architetture che definiscono un'identità estetica gradevole. Spicca l'edificio in stile Art Nouveau ricorrente in diverse sequenze. La ricostruzione non è sempre rigorosa storicamente, ma la cura degli spazi e la loro coerenza visiva compensano in parte le imprecisioni, restituendo un universo elegante e piacevole da esplorare.
Fotografia e identità visiva. L'immagine adotta un'estetica candy style, dai toni piacevoli e levigati, che valorizza volti, abiti e ambienti. Affiorano suggestioni parigine che arricchiscono l'immaginario senza modificarne l'impostazione, la fotografia privilegia la superficie dell'immagine anziché costruire una vera drammaturgia della luce e del colore.
Consiglio la visione ma spegnete il cervello. Troverete una coppia bellissima, un fanservice diverso da quello cino-coreano, una chimica potentissima e una tensione romantica capace di intrattenere, ma priva di uno sfogo adeguato.
MCA è, in conclusione, una storia di desiderio e confusione: i protagonisti sembrano sapere benissimo che cosa vogliono, la sceneggiatura sa produrre desiderio ma non sa sempre che fine farsene.
Was this review helpful to you?