Se l’amore è valido solo finché non chiede sacrificio, allora che tipo di amore è?
È una serie ben scritta e ben recitata, sì. Ma il suo sguardo è profondamente sbilanciato: racconta la fine dei matrimoni molto meglio di quanto sappia raccontare la loro possibilità di rinascita.
In Good Partner il matrimonio non è mai davvero un luogo di senso; è al massimo un contratto mal riuscito, un errore di valutazione iniziale, qualcosa da cui emanciparsi con lucidità. Non c’è traccia dell’idea che l’amore possa maturare attraverso il limite dell’altro.
La serie parte con l’ambizione di raccontare la complessità delle relazioni, ma col tempo tende a spostare il baricentro:
non più “come si prova a salvare ciò che si è rotto”, bensì “come si esce nel modo più efficiente possibile”. E lì sì, la sensazione di uno spot ben confezionato per studi legali specializzati in divorzi diventa difficile da ignorare.
I legali finiscono per essere gli unici veri “vincenti”: competenti, emotivamente distaccati quanto basta, economicamente premiati. Le coppie, invece, raramente vengono mostrate mentre tentano davvero un percorso di riconciliazione profonda. Il messaggio implicito sembra essere: "se soffri, separati; se l’altro è un limite, eliminalo".
E questo svuota il matrimonio del suo significato più umano: l’accettazione dell’altro così com’è, non come vorremmo che fosse.
Manca quasi del tutto l’idea di un amore che sopporta, che attraversa il conflitto senza trasformarlo automaticamente in una colpa irreparabile. Il tradimento, l’egoismo, la stanchezza vengono trattati più come prove legali che come ferite relazionali da curare. Tutto diventa dossier, strategia, sentenza.
Alla fine, più che “vissero felici e contenti”, resta l’amaro di un mondo in cui:
- le relazioni falliscono,
- i figli si adattano,
- e chi prospera davvero sono quelli che fatturano sul dolore.
Il messaggio che passa è sottile ma potente:
👉 se resti, sei ingenuo o sbagliato; se te ne vai, sei adulto e consapevole.
In Good Partner il matrimonio non è mai davvero un luogo di senso; è al massimo un contratto mal riuscito, un errore di valutazione iniziale, qualcosa da cui emanciparsi con lucidità. Non c’è traccia dell’idea che l’amore possa maturare attraverso il limite dell’altro.
La serie parte con l’ambizione di raccontare la complessità delle relazioni, ma col tempo tende a spostare il baricentro:
non più “come si prova a salvare ciò che si è rotto”, bensì “come si esce nel modo più efficiente possibile”. E lì sì, la sensazione di uno spot ben confezionato per studi legali specializzati in divorzi diventa difficile da ignorare.
I legali finiscono per essere gli unici veri “vincenti”: competenti, emotivamente distaccati quanto basta, economicamente premiati. Le coppie, invece, raramente vengono mostrate mentre tentano davvero un percorso di riconciliazione profonda. Il messaggio implicito sembra essere: "se soffri, separati; se l’altro è un limite, eliminalo".
E questo svuota il matrimonio del suo significato più umano: l’accettazione dell’altro così com’è, non come vorremmo che fosse.
Manca quasi del tutto l’idea di un amore che sopporta, che attraversa il conflitto senza trasformarlo automaticamente in una colpa irreparabile. Il tradimento, l’egoismo, la stanchezza vengono trattati più come prove legali che come ferite relazionali da curare. Tutto diventa dossier, strategia, sentenza.
Alla fine, più che “vissero felici e contenti”, resta l’amaro di un mondo in cui:
- le relazioni falliscono,
- i figli si adattano,
- e chi prospera davvero sono quelli che fatturano sul dolore.
Il messaggio che passa è sottile ma potente:
👉 se resti, sei ingenuo o sbagliato; se te ne vai, sei adulto e consapevole.
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