Un sì. Piccolo, fragile, importante
Ci sono storie che decidono di non farti del male. Di stare con te in modo morbido, di non alzare mai la voce, di mostrarti che esiste un modo di raccontare la vita che non passa per la sua parte peggiore. Hanno il loro ritmo, sottile, quasi impercettibile. Si muovono per piccole rivelazioni, per dettagli che tornano cambiati e ti portano dentro a quella sensazione strana e buona di stare al caldo mentre intorno c’è solo freddo.
Questa è la storia di un’attesa, non succede niente di straordinario, eppure senti che nella sua lentezza c’è tutto.
L’amore non è il soggetto, è la luce con cui gli altri soggetti vengono illuminati attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, che mostra come appaiono quando qualcuno li guarda senza riserve, senza giudizio, con quella specie di meraviglia tranquilla che è il fondo di ogni amore.
Certe fotografie hanno un calore che non dipende dalla messa a fuoco ma dalla postura del cuore di chi le ha scattate. Chi fotografa la persona che ama ha questa postura. La macchina è solo il gesto visibile di qualcosa che dentro è sempre acceso, sempre orientato verso l’altro come testimone della sua vita, nella sua versione più ordinaria e più preziosa.
Tutto ruota intorno a un sì. Piccolo, fragile, importante, perché quel sì sarà il momento in cui Wataru smetterà di proteggersi.
Quello che mi colpisce di questa serie è che capovolge la logica romantica classica. Di solito viene raccontato l’amore come una conquista progressiva, ci si avvicina, ci si trova, si sta insieme. Qui invece c’è un conto alla rovescia, che è per definizione qualcosa che si esaurisce. Non sta a misurare il tempo che manca ma misura quanto ancora Wataru riuscirà a fare finta che basti amare in silenzio, permettendoci di sentire le versioni di quel si che ingoia per tenere Minato vicino, in un modo che non basta più a nessuno dei due.
E questo introduce una tensione sottile ma potentissima. Ogni episodio, ogni ricordo è un pezzo di qualcosa che potrebbe andare perso.
Il flashback emozionale è la scelta giusta per una storia così. Il flashback che non torna indietro nel tempo ma dentro, dove il confine sottilissimo tra amicizia e amore è un lento logorio, dolce e inevitabile, di chi ama qualcuno così tanto da avere paura di distruggere ciò che esiste già.
Quel “migliore amico”, che Wataru ripete in continuazione, è un limite che si autoimpone, un’armatura che gli permette di proteggersi dal ricordo di essere stato lasciato indietro già una volta da Minato. Per questo preferisce congelare il loro legame in una forma “sicura”, anche se fa male.
Ma Minato ha le idee chiare: “Voglio stare a guardare da vicino Wataru sorridere per sempre”.
E Wataru glielo permetterà?
Noi aspettiamo quel sì, che non è scontato. Potrebbe non arrivare. O potrebbe arrivare troppo tardi.
Questa è la storia di un’attesa, non succede niente di straordinario, eppure senti che nella sua lentezza c’è tutto.
L’amore non è il soggetto, è la luce con cui gli altri soggetti vengono illuminati attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, che mostra come appaiono quando qualcuno li guarda senza riserve, senza giudizio, con quella specie di meraviglia tranquilla che è il fondo di ogni amore.
Certe fotografie hanno un calore che non dipende dalla messa a fuoco ma dalla postura del cuore di chi le ha scattate. Chi fotografa la persona che ama ha questa postura. La macchina è solo il gesto visibile di qualcosa che dentro è sempre acceso, sempre orientato verso l’altro come testimone della sua vita, nella sua versione più ordinaria e più preziosa.
Tutto ruota intorno a un sì. Piccolo, fragile, importante, perché quel sì sarà il momento in cui Wataru smetterà di proteggersi.
Quello che mi colpisce di questa serie è che capovolge la logica romantica classica. Di solito viene raccontato l’amore come una conquista progressiva, ci si avvicina, ci si trova, si sta insieme. Qui invece c’è un conto alla rovescia, che è per definizione qualcosa che si esaurisce. Non sta a misurare il tempo che manca ma misura quanto ancora Wataru riuscirà a fare finta che basti amare in silenzio, permettendoci di sentire le versioni di quel si che ingoia per tenere Minato vicino, in un modo che non basta più a nessuno dei due.
E questo introduce una tensione sottile ma potentissima. Ogni episodio, ogni ricordo è un pezzo di qualcosa che potrebbe andare perso.
Il flashback emozionale è la scelta giusta per una storia così. Il flashback che non torna indietro nel tempo ma dentro, dove il confine sottilissimo tra amicizia e amore è un lento logorio, dolce e inevitabile, di chi ama qualcuno così tanto da avere paura di distruggere ciò che esiste già.
Quel “migliore amico”, che Wataru ripete in continuazione, è un limite che si autoimpone, un’armatura che gli permette di proteggersi dal ricordo di essere stato lasciato indietro già una volta da Minato. Per questo preferisce congelare il loro legame in una forma “sicura”, anche se fa male.
Ma Minato ha le idee chiare: “Voglio stare a guardare da vicino Wataru sorridere per sempre”.
E Wataru glielo permetterà?
Noi aspettiamo quel sì, che non è scontato. Potrebbe non arrivare. O potrebbe arrivare troppo tardi.
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