Il paradiso può attendere?
La strada verso il paradiso non è semplice da raggiungere e vedere. Più per chi rimane sulla terra che per chi ha abbandonato le spoglie mortali.
Geu-ru, ragazzo nello spettro autistico, e suo padre hanno una piccola azienda, la Move to Haeven, che si occupa di pulizie del trauma, cioè sanificano gli spazi dove sono state trovate morte delle persone che li abitavano.
E non è un’impresa facile. Non solo bisogna sapere cosa e come farlo, ma bisogna conservare alcuni documenti, effetti personali, che vanno restituiti ai congiunti e che comunque hanno un significato per il deceduto (libretti di risparmio, foto…). Solo Geu-ru, con la sua sensibilità e la sua mente attenta, è in grado di cogliere i dettagli che riescono a ricostruire un’intera esistenza. Ci sono tantissimi temi importanti qui dentro, dalla sicurezza sul lavoro, alla sessualità, fino al bullismo e all’usura.
Il tutto è mostrato e raccontato con un crudo realismo, che al tempo stesso è una struggente versione delle vite di sconosciuti, una lente che distorce e dilata.
L’adolescente, il padre e lo zio protagonisti sono l’esempio di tre uomini diametralmente opposti, che a volte si sono fraintesi, non si sono ascoltati o non si sono perdonati, ma tutti con un grande grandissimo cuore.
Le interpretazioni sono tutte memorabili e ci sono dei cameo eccellenti in ogni puntata. Mi ha fatto ridere l’ossessiva necessità del sistemare tutto in un preciso ordine contrapposto al casino totale, ma mi hanno commosso tanti momenti che raccontano la Corea, dal più recente passato fino a quella odierna.
Sono solo 10 puntate, su Netflix, “Move su Haeven” aspetta di essere riscoperto e amato. Scusa se ci ho messo tanto ad arrivare qui e abbraccia quell’albero anche per me.
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