This review may contain spoilers
Un drama opaco
Recensito da: Effe IG: _Dramalia_
Se dovessi definire questo drama con una parola, penso userei il termine “opaco”.
Una doverosa premessa: per quanto questo sia stato apparentemente venduto come un drama romantico, non lo è. Non è un drama romantico, non è un drama leggero e non è un drama semplice.
L’intera narrazione è sviluppata in tre archi temporali: il passato che si svolge nel 2007 quando i protagonisti si conoscono da studenti universitari, il 2015, ovvero l’epoca intermedia, quando i due si ritrovano; infine il presente, con il loro ultimo incontro. Conosciamo Gyeong-do (Park Seo-joon) come un semplice studente universitario, unico figlio di una modesta famiglia che vive la sua vita con estrema semplicità. Un giorno, fuori dall’università, perde una moneta che viene recuperata da Ji-woo, figlia dei proprietari della Jarim, colosso dell’abbigliamento coreano. Ricca, giovane e nel mezzo di un anno sabbatico preso dall’università che frequenta a Londra, Ji-woo rimane affascinata dal giovane che decide di seguire. Per un caso i due capitano nello stand di un gruppo di attori dell’università che stanno cercando dei nuovi affiliati. E’ così che si conoscono. Ji-woo decide di nascondere la sua vera identità sia a Gyeong-do che ai nuovi amici e inizia a frequentare il gruppetto. Tra bicchieri di soju, uno spettacolo da preparare e tante risate, i giorni passano felici e la scintilla tra lei e Gyeong-do scocca. Tutto cambia quando per una coincidenza il ragazzo si trova a servire come cameriere ad una cena di lusso in cui si trova Ji-woo con la famiglia. La verità viene dunque a galla e il divario sociale tra i due inizia a farsi largo nel loro sentimento. Ji-woo spende per una maglietta quello che la madre di Gyeong-do guadagna in un mese con due lavori e questa consapevolezza, unita alla giovane età dei ragazzi, corrode la loro relazione. Ji-woo oltretutto rivela un contesto familiare disfunzionale con una madre che non solo non la ama, ma la disprezza al punto da volerla il più lontano possibile da sé. E’ così che la prima era dei due finisce, con la loro separazione culminata con la decisione di Ji-woo di tornare all’estero. Nel 2015 si apre il loro secondo incontro, i due infatti si ritrovano al matrimonio di due amici del club di teatro e, in qualche modo, non riescono a resistere ai sentimenti che riaffiorano. Con più maturità, Ji-woo e Gyeong-do riprendono in mano la loro relazione e la portano ad un livello più alto: iniziano a convivere, vivono la loro intimità fisica, piangono e gioiscono insieme. Va tutto a gonfie vele finché il destino interviene nuovamente: il padre di Gyeong-do subisce un brutto incidente e rischia di perdere la vita, portando il ragazzo ad allontanarsi da Ji-woo per rimanere vicino a lui e alla madre, nel mentre Ji-woo scopre una scomoda verità sulla sua famiglia, ovvero le viene rivelata la sua nascita come figlia illegittima. Consapevole di essere la figlia amatissima di un padre che non è il suo e di una madre che l’ha messa al mondo ma la odia, divorata dal rimorso e impaurita dal fatto che l’odio della genitrice si sarebbe potuto scaricare anche su Gyeong-do, nel momento in cui lui ha più bisogno di lei, Ji-woo decide di andarsene. E così fa. Gyeong-do, abbandonato e nel bel mezzo del momento più complesso della sua vita, cade nella trappola dell’alcool, divenendo a tutti gli effetti un alcolizzato. Saranno necessari anni di riabilitazione per tornare a riprendere in mano la sua esistenza sia personale che lavorativa. Da qui subentriamo nella terza ed ultima fase, quella del presente. Gyeong-do un giorno si ritrova a scrivere un articolo che rivela la torbida storia d’amore di un’attrice coinvolta con della droga. Tutto nella norma se non fosse che l’amante della donna non è altri se non il marito di Ji-woo. L’articolo viene pubblicato ed è il pretesto perfetto per la ragazza di separarsi dall’uomo che non ama. Ji-woo dunque torna in Corea e si rifà viva con Gyeong-do che non riesce a mantenere le distanze da lei. I due si riavvicinano a lenti passi, il loro amore non si è mai del tutto sopito. Ma il passato di entrambi e l'arrivo di nuovi nemici sono pronti ancora ad ostacolarlo. L’ex marito di lei si rivela in combutta con il marito della sorella, il quale la sta avvelenando senza che lei se ne renda conto. L’obiettivo? Prendere l’azienda per farla a pezzi e rivenderla. Ecco che quindi la trama inizia anche a sviscerare una parte di cospirazione dove Gyeong-do, grazie al suo fiuto da giornalista, si ritrova a dover fermare il marito della sorella di Ji-woo per aiutare la sua famiglia. Alla fine, quando tutto sembra andare quasi bene, un colpo di grazia arriva e allontana ancora i due, i quali però dopo un anno decidono definitivamente di abbandonarsi ai loro sentimenti ignorando l’opinione pubblica contraria e affrontando insieme qualsiasi altro problema si presenterà sul loro cammino.
Dunque, il mio parere su questo drama è fortemente contrastante. Ho avuto modo di confrontarmi con più persone sulla visione e l’idea comune è che questo drama si sia rivelato estremamente lento, al punto che molti lo hanno abbandonato prima del termine. Io l’ho voluto portare fino alla fine ma, con tutta l’onestà di cui dispongo, vi dico sinceramente che mi ritrovo concorde con l’opinione generale: questa visione è davvero molto, molto lenta. Come ho detto all’inizio non si tratta di un drama romantico, è più un melodramma, quasi uno slice of life, e la lentezza quindi è una delle caratteristiche chiave di questa tipologia narrativa. Così come caratteristici sono i colori opachi che sono stati utilizzati in concomitanza a quell’atmosfera apparentemente ovattata, vagamente retrò al di là del contesto temporale dato dai flashback. Il tutto richiama volutamente il fatto che loro per 20 anni circa siano rimasti sostanzialmente fermi, immobili, sia sui loro sentimenti che sui loro problemi. Solo alla fine vediamo una variazione, nell’ultima puntata cambiano le pettinature e i vestiti (specialmente di Gyeong-do che finalmente acquisisce consapevolezza e si smuove), cambia l’atmosfera, è la rappresentazione della decisione di proseguire, di cambiare, di scostarsi finalmente dalle loro posizioni, di evolvere. Da questo punto di vista dunque è un drama ben fatto, come ben fatte sono alcune tematiche, una tra tutte è quella che riguarda l’alcolismo. Park Seo-joon in una intervista ha ammesso di essersi sentito estremamente vicino al personaggio di Gyeong-do in quanto anche lui ha avuto un momento nella sua vita in cui correre, fare palestra o lavorare non bastava più per distogliere i propri pensieri, e quindi l’alcool era stato l’unica soluzione. Ed è quello che accade anche a Gyeong-do. Molto interessante è tutta la trama che gira attorno quindi all’abuso di alcool in due forme diverse: quella più palese di Gyeong-do appunto che culmina con la madre ferita durante un momento di totale assuefazione, e comporta necessariamente una riabilitazione; e quella di Ji-woo, più silente ma inevitabilmente presente. Non c’è un percorso clinico nel suo caso ma un cammino di guarigione sì perché, anche lei, nonostante non sfoci mai in atti esagerati, è in realtà estremamente dipendente dall’alcool, e Gyeong-do se ne accorge. Dunque tematiche calde, ben sviscerate e affrontate. Ma…Appunto, c’è questo “ma”. “Surely Tomorrow” presenta a mio giudizio due problemi enormi: prima di tutto è lento, davvero lento. Lento al punto che la trama non è più accattivante. Lento al punto che l’amico che muore regala i 15 minuti più vivi di tutto il drama. E poi c’è Park Seo-joon. Assurdo che io possa considerare Seo Nazionale un problema, ma in un certo senso lo è stato. Il pericolo più grande per un attore di solito è trovarsi in un ruolo di leadership e non esserne all’altezza. Questa volta è capitato l’esatto contrario. Gyeong-do non è un leader, è un ragazzo semplice, è un ragazzo che cade nella dipendenza, un ragazzo innamorato al punto di non riuscire ad andare oltre. E’ un personaggio pieno di fragilità. E Seo, che comunque ha fatto miracoli, non è però riuscito a rappresentarlo al meglio. Trovo che come attore in ruoli di leadership semplicemente brilli, in questo ruolo più delicato invece è rimasto sfocato. Tant’è che è realmente emerso solo in quelle poche scene in cui ha fronteggiato l’ex di lei o della sorella. Se fosse successo ad un altro attore, probabilmente non l’avrei notato, ma su di lui è affiorata una leggera vena di delusione. Ammetto anche però che se al suo posto ci fosse stato un altro, questo drama probabilmente non lo avrei retto fino alla fine, perché sì, Seo ha davvero fatto un miracolo anche qui. Won Ji-an nei panni di Ji-woo è stata sicuramente brava, all’altezza del personaggio, personaggio però con il quale non ho empatizzato poi molto. L’ho descritta come egoista e lo confermo. Ji-woo è una ragazza con un passato difficile, ha enormi fragilità, anche lei una dipendenza dall’alcool e una manifesta depressione, il problema è che tutto ciò le toglie spina dorsale. Il che è coerente con la sua situazione, meno con il ruolo che poi la narrazione le fa assumere. Non riesco a vederla al comando della Jarim, non riesco a vederla come leader di un gruppo, come direttrice. Rimane sempre e costantemente in difficoltà, troppo fragile, troppo abbandonata, troppo poco reattiva. E qui vi domanderete: “ok, ma perché egoista?” Perché ogni volta che scappa, lo fa per sé stessa. Scappa persino davanti al padre in fin di vita di Gyeong-do, dicendo di farlo per salvare lui. Il che è assurdo. E’ egoista anche quando ammette di essere felice che Gyeong-do abbia rinunciato ancora una volta ad un’opportunità lavorativa unica solo per stare con lei. È egoista quando si arrende alla fine permettendogli ancora una volta di sacrificarsi per lei. Ci prova, si sforza, ma non riesce ad essere altruista. Si crogiola nel senso di colpa, perennemente incapace di reagire persino davanti alla sorella vessata e avvelenata dal marito. L’incapacità di reagire, dati i suoi problemi, non può essere una colpa, è vero, ma è una contraddizione difficile che non ha stimolato in me empatia per il personaggio che è finito a dirigere con successo un colosso coreano da cui dipendono centinaia di famiglie. Questo è un drama a cui manca equilibrio, la fragilità dei personaggi non incanta, non suscita particolare pietà o empatia, più noia. La narrazione in sé non aiuta, soprattutto nella divisione temporale che ogni tanto falla rendendo poco intuitiva la collocazione. Tant’è che alla fine ci si orienta in base alla lunghezza dei capelli di lei che varia. Un po’ labile come appiglio. Ma la narrazione manca anche nel ritmo, perché sì, anche un drama lento deve avere un certo ritmo. Consideriamo la morte dell’amico. Era necessaria? Ai fini della trama, francamente no. Come telespettatrice però ho apprezzato quel momento perché in qualche modo assurdo ha dato ritmo e vita ad un drama che si stava perdendo in interminabili minuti di inquadrature di Gyeong-do e Ji-woo che si disperavano. Si disperavano mangiando, dormendo, pensando, piegando la biancheria, camminando, viaggiando, lavorando, cucinando, leccando un gelato, guidando…troppo. Solo nell’ultima puntata ho contato 4 minuti interminabili e consecutivi di silenziose inquadrature che passavano dall’uno all’altra mentre contemplavano il nulla. Quattro minuti in fila sono infiniti, soprattutto se preceduti da altri momenti perfettamente uguali. I silenzi nei drama spesso parlano più delle parole dette ad alta voce, in “When the weather is fine” sono stati assordanti, intensi, indimenticabili. Qui sono stati davvero il “too much” che non serviva. Probabilmente, e lo dico già conscia che questa cosa qualche critica in più me la regalerà, anche la poca chimica tra i protagonisti ha fatto il suo. Vi ricordate quanto erano bollenti Park Seo-joon e Park Min-young in “What’s wrong with secretary kim”? o quanto abbiamo agognato quel bacio in “Itaewon class”, un contatto singolo e minimo che è arrivato solo alla fine tra due attori che fisicamente in qualche modo stonavano ma le cui anime avevano fatto il resto, rendendoli semplicemente iconici? Ve lo ricordate? Ecco, qui non accade nulla di tutto questo. “Surely Tomorrow” è un drama senza scintilla, un drama che rimane sostanzialmente opaco dall’inizio alla fine.
Se dovessi definire questo drama con una parola, penso userei il termine “opaco”.
Una doverosa premessa: per quanto questo sia stato apparentemente venduto come un drama romantico, non lo è. Non è un drama romantico, non è un drama leggero e non è un drama semplice.
L’intera narrazione è sviluppata in tre archi temporali: il passato che si svolge nel 2007 quando i protagonisti si conoscono da studenti universitari, il 2015, ovvero l’epoca intermedia, quando i due si ritrovano; infine il presente, con il loro ultimo incontro. Conosciamo Gyeong-do (Park Seo-joon) come un semplice studente universitario, unico figlio di una modesta famiglia che vive la sua vita con estrema semplicità. Un giorno, fuori dall’università, perde una moneta che viene recuperata da Ji-woo, figlia dei proprietari della Jarim, colosso dell’abbigliamento coreano. Ricca, giovane e nel mezzo di un anno sabbatico preso dall’università che frequenta a Londra, Ji-woo rimane affascinata dal giovane che decide di seguire. Per un caso i due capitano nello stand di un gruppo di attori dell’università che stanno cercando dei nuovi affiliati. E’ così che si conoscono. Ji-woo decide di nascondere la sua vera identità sia a Gyeong-do che ai nuovi amici e inizia a frequentare il gruppetto. Tra bicchieri di soju, uno spettacolo da preparare e tante risate, i giorni passano felici e la scintilla tra lei e Gyeong-do scocca. Tutto cambia quando per una coincidenza il ragazzo si trova a servire come cameriere ad una cena di lusso in cui si trova Ji-woo con la famiglia. La verità viene dunque a galla e il divario sociale tra i due inizia a farsi largo nel loro sentimento. Ji-woo spende per una maglietta quello che la madre di Gyeong-do guadagna in un mese con due lavori e questa consapevolezza, unita alla giovane età dei ragazzi, corrode la loro relazione. Ji-woo oltretutto rivela un contesto familiare disfunzionale con una madre che non solo non la ama, ma la disprezza al punto da volerla il più lontano possibile da sé. E’ così che la prima era dei due finisce, con la loro separazione culminata con la decisione di Ji-woo di tornare all’estero. Nel 2015 si apre il loro secondo incontro, i due infatti si ritrovano al matrimonio di due amici del club di teatro e, in qualche modo, non riescono a resistere ai sentimenti che riaffiorano. Con più maturità, Ji-woo e Gyeong-do riprendono in mano la loro relazione e la portano ad un livello più alto: iniziano a convivere, vivono la loro intimità fisica, piangono e gioiscono insieme. Va tutto a gonfie vele finché il destino interviene nuovamente: il padre di Gyeong-do subisce un brutto incidente e rischia di perdere la vita, portando il ragazzo ad allontanarsi da Ji-woo per rimanere vicino a lui e alla madre, nel mentre Ji-woo scopre una scomoda verità sulla sua famiglia, ovvero le viene rivelata la sua nascita come figlia illegittima. Consapevole di essere la figlia amatissima di un padre che non è il suo e di una madre che l’ha messa al mondo ma la odia, divorata dal rimorso e impaurita dal fatto che l’odio della genitrice si sarebbe potuto scaricare anche su Gyeong-do, nel momento in cui lui ha più bisogno di lei, Ji-woo decide di andarsene. E così fa. Gyeong-do, abbandonato e nel bel mezzo del momento più complesso della sua vita, cade nella trappola dell’alcool, divenendo a tutti gli effetti un alcolizzato. Saranno necessari anni di riabilitazione per tornare a riprendere in mano la sua esistenza sia personale che lavorativa. Da qui subentriamo nella terza ed ultima fase, quella del presente. Gyeong-do un giorno si ritrova a scrivere un articolo che rivela la torbida storia d’amore di un’attrice coinvolta con della droga. Tutto nella norma se non fosse che l’amante della donna non è altri se non il marito di Ji-woo. L’articolo viene pubblicato ed è il pretesto perfetto per la ragazza di separarsi dall’uomo che non ama. Ji-woo dunque torna in Corea e si rifà viva con Gyeong-do che non riesce a mantenere le distanze da lei. I due si riavvicinano a lenti passi, il loro amore non si è mai del tutto sopito. Ma il passato di entrambi e l'arrivo di nuovi nemici sono pronti ancora ad ostacolarlo. L’ex marito di lei si rivela in combutta con il marito della sorella, il quale la sta avvelenando senza che lei se ne renda conto. L’obiettivo? Prendere l’azienda per farla a pezzi e rivenderla. Ecco che quindi la trama inizia anche a sviscerare una parte di cospirazione dove Gyeong-do, grazie al suo fiuto da giornalista, si ritrova a dover fermare il marito della sorella di Ji-woo per aiutare la sua famiglia. Alla fine, quando tutto sembra andare quasi bene, un colpo di grazia arriva e allontana ancora i due, i quali però dopo un anno decidono definitivamente di abbandonarsi ai loro sentimenti ignorando l’opinione pubblica contraria e affrontando insieme qualsiasi altro problema si presenterà sul loro cammino.
Dunque, il mio parere su questo drama è fortemente contrastante. Ho avuto modo di confrontarmi con più persone sulla visione e l’idea comune è che questo drama si sia rivelato estremamente lento, al punto che molti lo hanno abbandonato prima del termine. Io l’ho voluto portare fino alla fine ma, con tutta l’onestà di cui dispongo, vi dico sinceramente che mi ritrovo concorde con l’opinione generale: questa visione è davvero molto, molto lenta. Come ho detto all’inizio non si tratta di un drama romantico, è più un melodramma, quasi uno slice of life, e la lentezza quindi è una delle caratteristiche chiave di questa tipologia narrativa. Così come caratteristici sono i colori opachi che sono stati utilizzati in concomitanza a quell’atmosfera apparentemente ovattata, vagamente retrò al di là del contesto temporale dato dai flashback. Il tutto richiama volutamente il fatto che loro per 20 anni circa siano rimasti sostanzialmente fermi, immobili, sia sui loro sentimenti che sui loro problemi. Solo alla fine vediamo una variazione, nell’ultima puntata cambiano le pettinature e i vestiti (specialmente di Gyeong-do che finalmente acquisisce consapevolezza e si smuove), cambia l’atmosfera, è la rappresentazione della decisione di proseguire, di cambiare, di scostarsi finalmente dalle loro posizioni, di evolvere. Da questo punto di vista dunque è un drama ben fatto, come ben fatte sono alcune tematiche, una tra tutte è quella che riguarda l’alcolismo. Park Seo-joon in una intervista ha ammesso di essersi sentito estremamente vicino al personaggio di Gyeong-do in quanto anche lui ha avuto un momento nella sua vita in cui correre, fare palestra o lavorare non bastava più per distogliere i propri pensieri, e quindi l’alcool era stato l’unica soluzione. Ed è quello che accade anche a Gyeong-do. Molto interessante è tutta la trama che gira attorno quindi all’abuso di alcool in due forme diverse: quella più palese di Gyeong-do appunto che culmina con la madre ferita durante un momento di totale assuefazione, e comporta necessariamente una riabilitazione; e quella di Ji-woo, più silente ma inevitabilmente presente. Non c’è un percorso clinico nel suo caso ma un cammino di guarigione sì perché, anche lei, nonostante non sfoci mai in atti esagerati, è in realtà estremamente dipendente dall’alcool, e Gyeong-do se ne accorge. Dunque tematiche calde, ben sviscerate e affrontate. Ma…Appunto, c’è questo “ma”. “Surely Tomorrow” presenta a mio giudizio due problemi enormi: prima di tutto è lento, davvero lento. Lento al punto che la trama non è più accattivante. Lento al punto che l’amico che muore regala i 15 minuti più vivi di tutto il drama. E poi c’è Park Seo-joon. Assurdo che io possa considerare Seo Nazionale un problema, ma in un certo senso lo è stato. Il pericolo più grande per un attore di solito è trovarsi in un ruolo di leadership e non esserne all’altezza. Questa volta è capitato l’esatto contrario. Gyeong-do non è un leader, è un ragazzo semplice, è un ragazzo che cade nella dipendenza, un ragazzo innamorato al punto di non riuscire ad andare oltre. E’ un personaggio pieno di fragilità. E Seo, che comunque ha fatto miracoli, non è però riuscito a rappresentarlo al meglio. Trovo che come attore in ruoli di leadership semplicemente brilli, in questo ruolo più delicato invece è rimasto sfocato. Tant’è che è realmente emerso solo in quelle poche scene in cui ha fronteggiato l’ex di lei o della sorella. Se fosse successo ad un altro attore, probabilmente non l’avrei notato, ma su di lui è affiorata una leggera vena di delusione. Ammetto anche però che se al suo posto ci fosse stato un altro, questo drama probabilmente non lo avrei retto fino alla fine, perché sì, Seo ha davvero fatto un miracolo anche qui. Won Ji-an nei panni di Ji-woo è stata sicuramente brava, all’altezza del personaggio, personaggio però con il quale non ho empatizzato poi molto. L’ho descritta come egoista e lo confermo. Ji-woo è una ragazza con un passato difficile, ha enormi fragilità, anche lei una dipendenza dall’alcool e una manifesta depressione, il problema è che tutto ciò le toglie spina dorsale. Il che è coerente con la sua situazione, meno con il ruolo che poi la narrazione le fa assumere. Non riesco a vederla al comando della Jarim, non riesco a vederla come leader di un gruppo, come direttrice. Rimane sempre e costantemente in difficoltà, troppo fragile, troppo abbandonata, troppo poco reattiva. E qui vi domanderete: “ok, ma perché egoista?” Perché ogni volta che scappa, lo fa per sé stessa. Scappa persino davanti al padre in fin di vita di Gyeong-do, dicendo di farlo per salvare lui. Il che è assurdo. E’ egoista anche quando ammette di essere felice che Gyeong-do abbia rinunciato ancora una volta ad un’opportunità lavorativa unica solo per stare con lei. È egoista quando si arrende alla fine permettendogli ancora una volta di sacrificarsi per lei. Ci prova, si sforza, ma non riesce ad essere altruista. Si crogiola nel senso di colpa, perennemente incapace di reagire persino davanti alla sorella vessata e avvelenata dal marito. L’incapacità di reagire, dati i suoi problemi, non può essere una colpa, è vero, ma è una contraddizione difficile che non ha stimolato in me empatia per il personaggio che è finito a dirigere con successo un colosso coreano da cui dipendono centinaia di famiglie. Questo è un drama a cui manca equilibrio, la fragilità dei personaggi non incanta, non suscita particolare pietà o empatia, più noia. La narrazione in sé non aiuta, soprattutto nella divisione temporale che ogni tanto falla rendendo poco intuitiva la collocazione. Tant’è che alla fine ci si orienta in base alla lunghezza dei capelli di lei che varia. Un po’ labile come appiglio. Ma la narrazione manca anche nel ritmo, perché sì, anche un drama lento deve avere un certo ritmo. Consideriamo la morte dell’amico. Era necessaria? Ai fini della trama, francamente no. Come telespettatrice però ho apprezzato quel momento perché in qualche modo assurdo ha dato ritmo e vita ad un drama che si stava perdendo in interminabili minuti di inquadrature di Gyeong-do e Ji-woo che si disperavano. Si disperavano mangiando, dormendo, pensando, piegando la biancheria, camminando, viaggiando, lavorando, cucinando, leccando un gelato, guidando…troppo. Solo nell’ultima puntata ho contato 4 minuti interminabili e consecutivi di silenziose inquadrature che passavano dall’uno all’altra mentre contemplavano il nulla. Quattro minuti in fila sono infiniti, soprattutto se preceduti da altri momenti perfettamente uguali. I silenzi nei drama spesso parlano più delle parole dette ad alta voce, in “When the weather is fine” sono stati assordanti, intensi, indimenticabili. Qui sono stati davvero il “too much” che non serviva. Probabilmente, e lo dico già conscia che questa cosa qualche critica in più me la regalerà, anche la poca chimica tra i protagonisti ha fatto il suo. Vi ricordate quanto erano bollenti Park Seo-joon e Park Min-young in “What’s wrong with secretary kim”? o quanto abbiamo agognato quel bacio in “Itaewon class”, un contatto singolo e minimo che è arrivato solo alla fine tra due attori che fisicamente in qualche modo stonavano ma le cui anime avevano fatto il resto, rendendoli semplicemente iconici? Ve lo ricordate? Ecco, qui non accade nulla di tutto questo. “Surely Tomorrow” è un drama senza scintilla, un drama che rimane sostanzialmente opaco dall’inizio alla fine.
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