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Perfect Crown korean drama review
Completed
Perfect Crown
0 people found this review helpful
by Katniss El
20 days ago
12 of 12 episodes seen
Completed
Overall 9.0
Story 9.0
Acting/Cast 9.0
Music 9.0
Rewatch Value 9.0

Rottamazione reale

“Titoli e prestigio
sono un privilegio
o un vincolo.
Tutto parte dalla Corona.”

Che cosa mai sarebbe potuto accadere se la leggendaria dinastia Joseon, invece di concludersi nel 1910, avesse continuato a regnare indisturbata,
fino ai nostri giorni?

È questo lo spirito della serie, che si presenta, sì, come una commedia romantica, ma rivela diverse sorprese, in cui gioca un fattore determinante il tempo. Non a caso, il titolo letterale dal coreano, tradotto con La moglie del principe del 21° secolo, è sicuramente più calzante.

Il tema centrale sembrerebbe intrecciarsi con i trope classici a cui siamo abituati: l’erede spregiudicata e ambiziosa di un ricchissimo cheabol, ma in conflitto con la famiglia perché figlia illegittima e incompresa; il principe cadetto malvisto dalla corte perché profondamente refrattario alle tradizioni, ma amato dai sudditi; la maestosità del regno Joseon e i consueti intrighi di palazzo; il matrimonio a contratto, con il rapporto tra i protagonisti che evolve “from-enemies-to-lovers”, quindi in un grande amore, radicato già durante il liceo (almeno per lui). Nella serie, a un primo sguardo, ci vengono forniti tutti gli elementi di fascinazione del mondo royal: lo sfarzo delle scenografie, gli abiti principeschi, la proposta di fidanzamento da sogno, il gran ballo alla Bridgerton, il matrimonio del secolo.

E, invece, c’è molto di più: qui non si narra di una realtà alternativa, stile multiverso, come delineato in modo ambizioso in The King: Eternal Monarch (Netflix 2020) ma, piuttosto, di un’alternativa alla realtà, più vicina ai “What if...” di Marvel Television.

Infatti, si respirano gli effluvi di un voluto anacronismo, innanzitutto, dalla presenza di un re bambino, di soli otto anni, interpretato da un promettente, giovanissimo attore come Kim Eun Ho, che vorrebbe vivere come tutti gli altri suoi coetanei, ma si ritrova sulle spalle il fardello di una dinastia millenaria, soffocato dalle ambizioni della regina madre e, soprattutto, del perfido nonno, definito “il lord più pericoloso della storia del Regno”. E poi dai bellissimi costumi, tra tradizione e innovazione, che sottolineano la diversa caratterizzazione e visione dei personaggi.

Il protagonista I AN (Byeon Woo Seok) mostra, così, fin dall’inizio, la sua irriverenza, l’insofferenza verso l’etichetta reale e il senso di ribellione causati da una storia personale segnata dalla morte della madre, del padre e poi del fratello, dalla carica vuota di principe cadetto. E dal trono che gli è stato usurpato.
La co-protagonista femminile, come accennato, è impersonata dalla celebre cantante e attrice IU: il suo personaggio incarna la figura della borghese, senza una goccia di sangue blu, che riceve una corona, come abbiamo assistito nella storia recente della monarchia inglese o spagnola o svedese, ma anche la stigmatizzazione della donna come l’approfittatrice di turno, costretta ad affrontare uno scandalo dopo l’altro e la gogna social; la “cattiva” della fiaba, bersaglio preferito della stampa scandalistica.

In antitesi ai protagonisti, ci sono due comprimari di un certo impatto, come il primo ministro Min Jeong Woo (Noh Sang Hyu) e la regina madre Yoon Yi Rang (Gong Seung Yeon): due shapeshifter in piena regola, con due esiti completamente opposti.

In conclusione: sappiamo che il fascino della dinastia Joseon pervade, da decenni, tanti drammi storici coreani, ma sia in "Perfect Crown" sia nel nuovo "La mia nemica reale" è cambiata la chiave di lettura. Come se si avvertisse una certa aria di saturazione o di rottamazione, cercando di preservare la storia, ma accettando anche che i tempi sono mutati e che il lascito più tenace di una società rigidamente differenziata in classi, del successo garantito solo dal possesso di un titolo reale e dall’appartenenza a un clan, non ha più senso. E a tutti dovrebbero essere garantiti pari diritti e dignità.

Si potrebbe, così, riscoprire la propria identità, senza inutili fronzoli... ma, semplicemente, riuscendo a chiamarsi per nome.
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