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  • Gender: Female
  • Location: Venice, Italy
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  • Join Date: February 25, 2023
Completed
The Untamed
1 people found this review helpful
Jan 22, 2026
50 of 50 episodes seen
Completed 0
Overall 9.0
Story 9.0
Acting/Cast 10
Music 10
Rewatch Value 8.5

Un legame che sfida il destino

"The Untamed", serie composta da cinquanta episodi uscita nel 2019, e tratta da un popolare romanzo cinese, è una combinazione perfetta di azione, intrighi e romanticismo che la rendono una visione imperdibile per gli amanti del genere.
Non è solo un fantasy avventuroso e drammatico, ma anche una storia d'amore epica, più precisamente un "boys love" (anche se lo si vorrebbe far passare per "bromance"), che cattura il cuore dello spettatore conquistandolo pienamente.
Il romanzo da cui è tratto, "Mo Dao Zu Shi" di Mo Xiang Tong Xiu del 2016 (a breve in uscita anche qui in Italia), inizialmente pubblicato su una piattaforma online, ha guadagnato davvero un'enorme popolarità, soprattutto tra i giovani lettori, ed è stato adattato in diverse forme di media, inclusi manhua e anime.

La storia segue le avventure dell'indomito (appunto) Wei Wuxian, un genio estroso della magia oscura, e di Lan Wangji, un nobile e riservato maestro di spada. Insieme, nell'affrontare avversari potenti e pericolosi, cercano di svelare una cospirazione che minaccia il mondo dei vivi e dei morti.
La trama non è lineare, ma strutturata in più archi narrativi e si sviluppa tra eventi del passato e del presente. Particolare interessante è l'utilizzo di un lungo flashback, della durata di circa trenta episodi e che inizia già dal secondo. Questa specifica scelta da parte degli autori, potrebbe suscitare una certa perplessità, invece, essendo ben costruito, questo espediente ci permette di seguire e apprezzare appieno l'evoluzione dei nostri protagonisti e dei loro comprimari.

I personaggi sono davvero numerosi, ma tutti ben sviluppati e complessi, con sfumature che emergono gradualmente durante la serie, dando alla trama (nessuno escluso) un contributo in modo significativo.
Ma sono Wei Wuxian e Lan Wangji, interpretati rispettivamente da Xiao Zhan e Wang Yibo, i protagonisti principali e i personaggi sui quali regge l'intera storia. È, infatti, l'elemento sentimentale tra i due, e come viene palesato, il cuore pulsante della serie.
Grazie alla performance recitativa di questi due artisti lo spettatore rimarrà incollato alla sedia fino alla fine. L'intesa che si osserva tra i due attori protagonisti, Xiao Zhan e Wang Yibo, è straordinaria e traspare chiaramente sullo schermo, contribuendo a rendere credibili e coinvolgenti le dinamiche dei loro personaggi.
Salta subito all'occhio, che, tra i due, la parte più complessa ce l'ha in mano Xiao Zhan. Il suo personaggio, Wei Wuxian, è molto articolato, poliedrico, ed evolve in maniera significativa. È quindi costantemente presente sullo schermo interagendo con tutti i personaggi in scene, anche, non facili. Al contrario del suo coprotagonista, che, addirittura, in alcuni episodi è pressoché assente e le sue parti recitate, come da copione, son decisamente più esigue del compagno.
Ma nessuno dei due ci delude e l'uno funziona perché c'è l'altro: insieme sono perfetti.
Xian Zhan si cala perfettamente nel suo personaggio, passionale e dinamico, e sebbene qui nessuno abbia sfigurato, la qualità della sua recitazione risulta una spanna sopra rispetto a tutto il resto del cast.
Wang Yibo, nonostante abbia meno modo di esibirsi rispetto al collega, con la sua presenza scenica ci incanta e ci conquista completamente. Il suo essere sontuoso e regale ci affascina e ci inchioda, obbligandoci a osservarlo attentamente in ogni sua movenza. Non è necessario che parli troppo: è il suo portamento a comunicarci tutto quello che serve.
Fatte le dovute premesse, questi due personaggi metteranno in scena una relazione intensamente emotiva, passando da scontri verbali carichi di tensione a momenti di dolcezza e complicità. Quella speciale chimica magnetica tra di loro ci trasporterà inevitabilmente in un vortice di emozioni: loro si guarderanno negli occhi e a noi verranno le farfalle nello stomaco. Insomma, la loro straordinaria capacità di comunicare con sguardi, gesti e piccoli dettagli renderà ogni scena carica di significato e palpabile tensione romantica.

La sceneggiatura ben strutturata riesce a bilanciare abilmente momenti di azione, dramma, suspense e romanticismo. Al centro della storia sono, in ogni caso, le relazioni tra i personaggi e per merito di una narrazione fluida si mantiene viva l'attenzione per tutta la durata della serie.
Badate bene, qui non troverete baci appassionati o inequivocabili gesti fisici che rappresentino apertamente un sentimento d'amore. Data la censura rigida sulle rappresentazioni di relazioni omosessuali in Cina, in vigore dal 2016, la serie ha utilizzato sottotesti e simbolismi per raffigurare l'affetto tra i due protagonisti. Questo approccio più sottile ha dato anche modo allo spettatore di interpretare a suo piacimento le sfumature sulla loro connessione.
Tuttavia, nonostante le limitazioni, la storia, per quel che doveva raccontare, non ne ha risentito troppo: l'ottima sceneggiatura, una regia attenta, i furbi escamotage trovati, e l'intesa tra i due attori hanno ugualmente reso più che evidente il legame profondo dei loro personaggi.
Certamente va un plauso speciale, e più che meritato, allo sceneggiatore che, decidendo di disseminare qua e là simboli molto cari alla cultura cinese, si è divertito a lanciare messaggi subliminali (e neanche troppo) allo spettatore. Noi occidentali, non affini alla cultura asiatica, ad un primo impatto, potremmo perderci questa magnifica e particolare lettura, ma invito a divertirvi voi stessi, così come ho fatto io, a cercare l'etimologia e il significato radicato in certi simboli, parole, gesti e rappresentazioni per apprezzare anche questo particolare aspetto di questa splendida opera.
Ricercate, per esempio, cosa rappresenta il coniglio, o il fiore di loto, o cosa significa donare grasse galline, o, ancora, a chi, e in che modo, spetta rendere omaggio ai parenti defunti.
Questi, e tanti altri dettagli ancora, impossibile elencarli qui ora tutti (anche per non cadere in fastidiosi spoiler), vi aiuteranno a comprendere meglio e a stimare ancor di più quanto state vedendo.

Sebbene sia messa in primo piano la profonda "amicizia" tra Wei Wuxian e Lan Wangji, sono qui presenti, e ben rappresentati, altri tipi di legami, primo fra tutti quello fraterno. È molto forte, e ottimamente reso, l'immenso amore di Wei Wuxian per la dolce sorella maggiore. Molte le scene in cui interagiscono tra di loro suscitando in noi tanta simpatia, tenerezza e commozione. Anche l'amore per il fratello viene reso evidente, ma sembra quasi unilaterale, facendo soffrire il nostro protagonista e portandolo a fare delle scelte, per amor suo, drastiche e incomprensibili (soprattutto per il fratello stesso).
Anche i fratello e sorella Ning e Qing, del clan dei Wen, ci regaleranno momenti molto intensi, e gli stessi fratelli Lan, che, seppur legati da un affetto molto profondo e rispettoso, lo esterneranno sempre in un modo molto più discreto rispetto agli altri.
L'amore materno e paterno è presente ma meno incisivo, anzi, si può dire che qui, quasi tutti i genitori presenti hanno delle serie lacune e mancanze nei confronti dei loro figli. Fatta eccezione per il caso del piccolo Yuan, che troverà in Wei Wuxian, e poi anche in Lan Wangji, una valida guida, nonché una figura paterna. Molto divertenti e dolci le scene tra di loro che ci evocheranno sentimenti e situazioni legati al calore di una vera famiglia.
E l'amore eterosessuale? C'è, è presente, ma anch'esso viene solamente sfiorato e, anche se qui la censura non avrebbe interferito, perché tutto "lecito", di espressioni e gesti d'amore non ne vedremo. Forse è stata una scelta studiata, magari per dare omogeneità a tutti i legami qui rappresentati, e per dare, comunque, spicco alla coppia protagonista. Ma mi piace credere che sia stata voluta pensando che, visto che ai personaggi principali non è concesso di baciarsi e abbracciarsi, nemmeno alle altre coppie è concesso di farlo. Una sorta di par condicio, per rendere giustizia e portare rispetto ad ogni forma d'amore.

Oltre all'amore, affrontato nelle sue varie sfaccettature, vengono qui trattati svariati temi quali l'onore e la fedeltà, il pregiudizio e l'ingiustizia, la guerra e le sue conseguenze, il sacrificio e la redenzione.
Come potete vedere, da un punto di vista contenutistico, quest'opera ha davvero molto da dire, e approfondire come si deve tutti questi argomenti diventerebbe un'impresa davvero titanica.

Per raggiungere un impatto emotivo così intenso, questa produzione non poteva di certo non contare su una colonna sonora importante, con brani che si adattano perfettamente alle diverse scene, enfatizzando l'emozione e l'azione in modo efficace.
Ogni personaggio, inoltre, ha la sua canzone e i testi ne raccontano storia e sentimenti. Le canzoni più di rilievo, ovviamente, sono quelle dei nostri due protagonisti, soprattutto quella cantata assieme, che diventerà la loro canzone e bellissima sigla finale di ogni episodio. Non vi racconterò qui né il significato del testo, tantomeno quello del titolo (più che eloquente come messaggio d'amore), provateci voi stessi a cercarlo.
Tuttavia, nonostante abbiano confezionato un commento musicale di tale portata, gli autori, chissà per quale oscuro motivo, in mezzo ci hanno infilato ogni tanto dei brani di Stravinsky, che, a parer mio, disturba. Adatta sicuramente a sottolineare certe situazioni, ma assolutamente incongruente col resto della già magnificente OST.

Anche la scenografia non ci delude affatto: paesaggi mozzafiato e set ben curati ricreano perfettamente l'ambientazione fantasy della storia.
Ci deludono invece, ahimè, gli effetti speciali che non sono così "speciali", e sicuramente non altezza di quest'opera. Mostri, scene di combattimento, il loro montaggio e l'utilizzo della computer grafica a volte lasciano a desiderare e ci fan sorridere (ricordano tanto il film "La storia infinita", uscito nel 1984).

Non sono solo gli effetti speciali che potrebbero essere considerati uno dei punti deboli di quest'opera.
L'uso di nomi, cognomi, nomignoli e onorifici molto, ma molto simili tra di loro, rende difficile seguire la trama con una certa scioltezza. Questo si verifica soprattutto nei primi sei/sette episodi, quando ci vengono presentati tutti i clan e i loro componenti: difficile distinguerli, identificarli e ricordarli. Ma superata questa soglia, questo non sarà più un ostacolo per noi e tutti i nomi ci suoneranno famigliari, soprattutto quelli di Wei Wuxian e Lan Wangji che impareremo ad amare.

Potremmo fare un discorso parallelo e molto simile riguardo ai costumi, trucco e acconciature.
Sebbene le vesti siano spettacolari e sontuose, essendo pressoché tutte simili in quelle appartenenti al medesimo clan, esse ci confondono. Così come ci confondono le loro acconciature e il trucco, dandoci, di primo acchito, un effetto "tutto uguale" perché i volti ci sembreranno davvero tutti intercambiabili. Solo i due protagonisti spiccano in questo grande "caffellatte", ed è molto probabile che ciò sia voluto e non solo un caso. Ad ogni modo, anche questo scoglio, come per i nomi, sarà superato con l'andare degli episodi.

Un deterrente lo è anche la durata della serie: alcuni spettatori potrebbero farsi intimidire dal numero degli episodi (io stessa ho rimandato la visione più volte per lo stesso motivo) e trovare difficile seguire la complessità della trama.

La censura, che ha limitato la piena espressione delle relazioni tra i personaggi e obbligato gli autori a certe scelte narrative, potrebbe deludere coloro che avrebbero preferito una rappresentazione più esplicita.
Ne è un esempio anche il finale, vittima anch'esso di certe limitazioni, che è stato costruito in modo tale da non essere soggetto a tagli. Attenzione, non è spiacevole, però, per chi vorrebbe vedere qualcosa "di più" potrebbe rimanere deluso. Tuttavia, per quegli spettatori più esigenti, i creatori della serie hanno pensato di imbastire una versione più concentrata, di circa 20 episodi (usufruibile su YouTube, dove la censura è più "soft") regalando ai fan una conclusione più appagante. In realtà, non troveremo scene nuove, bensì sarà semplicemente l'ordine diverso delle scene a regalarci quel finale agognato.

E se vogliamo ultimare la sequenza dei "difetti", bisogna aggiungere che si rilevano, qua e là, incongruenze temporali (soprattutto sull'età di certi personaggi dopo il lungo flashback), l'inserimento di alcuni episodi riempitivi (per fortuna, pochissimi) che hanno avuto solo l'effetto di allungare il brodo, e la presenza di un paio di "spiegoni", necessari ai fini della comprensione delle vicende, ma impegnativi per il grado di attenzione richiesto.

Tuttavia, questa breve sequela di punti deboli, se così li vogliamo definire, non intacca minimamente la portata di questa epica storia, perché i punti di forza sono di gran lunga più numerosi e più importanti.
Narrazione coinvolgente e strutturata, contenuti di rilievo, personaggi sviluppati e complessi, interpretazioni di alto livello, intesa incredibile tra i due attori protagonisti, OST di pregio e sceneggiatura intelligente, sono tutti elementi che ci regalano un opera di grande valore e che, inevitabilmente, non può che ottenere l'approvazione del pubblico.

In conclusione, "The Untamed" è una serie che ha conquistato il cuore di numerosi spettatori in tutto il mondo e rimarrà una pietra miliare nel panorama dei drama cinesi. Ma questa serie non è stata un enorme successo solo in Cina, anche all'estero si è guadagnata un vasto seguito internazionale. Ha generato, infatti, una fervida comunità di fan che ha creato fanfiction (qualcuna, purtroppo, a danno degli stessi Xiao Zhan e Wang Yibo), fanart e persino una serie di concerti basati sulla storia e sui personaggi della serie. Oltre ad una serie animata e manhua, quest'opera ha ispirato altri adattamenti, tra cui fumetti e spettacoli teatrali.
Xiao Zhan e Wang Yibo, gli attori principali, in seguito al grande successo di questo adattamento live action, hanno guadagnato loro stessi una grande popolarità.

Ergo, ne consiglio vivamente la visione a tutti, anche ai non amanti del genere "boys love", io stessa non ne sono particolarmente attratta, ma sono caduta in pieno, e letteralmente, nella "tana del coniglio"!
Perciò, non fatevi influenzare da pregiudizi superflui né dalla lunghezza della serie, perché se dapprima vi sembrerà troppo lunga, poi non ne avrete mai abbastanza e, a fine corsa, penserete che vorreste vedere un episodio ancora, almeno ogni giorno, e... "Everyday means everyday".

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Completed
Our Movie
1 people found this review helpful
Dec 31, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 2
Overall 9.5
Story 9.5
Acting/Cast 10
Music 10
Rewatch Value 9.5

Our Movie: una storia che si spezza e si ricompone


"Our Movie" è un melodramma sudcoreano del 2025, composto da 12 episodi, diretto da Lee Jung‑heum e interpretato da Namkoong Min e Jeon Yeo‑been.
La serie racconta l’incontro tra Lee Je‑ha, un regista geniale ma emotivamente bloccato, e Lee Da‑eum, una giovane attrice affetta da una malattia terminale.
Il loro legame nasce sul set di un film che stanno girando insieme e si trasforma in un percorso condiviso in cui arte, vita e amore si intrecciano mentre entrambi affrontano il tempo che rimane.


𝘓𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 — 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘵𝘳𝘢 𝘤𝘩𝘪 𝘷𝘪𝘷𝘦 𝘦 𝘤𝘩𝘪 𝘰𝘴𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢

Una delle immagini più potenti è quella del corridoio vetrato dell’ospedale, un passaggio sospeso tra due edifici.
Da‑eum osserva la vita scorrere oltre quelle grandi vetrate: un sollievo e una malinconia insieme.
Finché un giorno qualcuno — lui — la saluta da fuori, dal mondo esterno, rompendo quel confine invisibile e includendola di nuovo nella vita.

Questa ambientazione ritorna più volte, diventando una metafora limpida:
la prospettiva cambia a seconda che tu sia al di qua o al di là del vetro.
E Da-eum, da attrice, sa immedesimarsi in entrambe le parti.
Una scena in particolare, legata a questa metafora, è tra le più toccanti dell’intera serie.


𝘜𝘯 𝘧𝘪𝘭𝘮 𝘯𝘦𝘭 𝘧𝘪𝘭𝘮 — 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘦𝘷𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘦𝘭𝘰𝘥𝘳𝘢𝘮𝘮𝘢... 𝘚𝘮𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰𝘭𝘰

Il rischio di cadere nel dramma lacrimevole era altissimo.
Gli autori lo sapevano.
E allora hanno scelto la strada più intelligente: far parlare il film stesso dei rischi del melodramma, smontandolo dall’interno.

È un’operazione raffinata: la serie ti dice apertamente che non ci sarà un lieto fine, e proprio per questo ti prepara, ti accompagna e ti educa a guardare ogni momento con più attenzione.
Come i protagonisti, anche noi spettatori impariamo a gustare ogni sorriso, ogni abbraccio, ogni parola.
Tutto si amplifica.

Le scene recitate — quelle del film nel film — si intrecciano continuamente con la vita reale dei personaggi. Questo parallelismo è costruito con grande cura, sia nel montaggio che nella recitazione. Molto d’impatto, per esempio, la scena in cui le due donne si ritrovano a improvvisare sul set, perché travolte dalle loro emozioni reali: un momento talmente forte che percepiamo anche noi tutta la loro tensione, come un battito che accelera.


𝘈𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘢𝘱𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘪𝘯𝘪rà

Due domande attraversano tutta la storia:

"Si può amare sapendo che l’altro sta per morire?"
E… "Si può amare sapendo che si sta per morire?"

La serie risponde con una sincerità disarmante:
l’amore nasce spontaneamente, non chiede permesso.
E quando nasce in un terreno così fragile, diventa un amore doloroso, ma anche più sentito.

C’è un punto della storia in cui i protagonisti si trovano davanti all’inevitabile. Non è un addio, non ancora: è un momento in cui scelgono di trasformare la loro paura in qualcosa di condiviso, qualcosa di creativo, come solo due persone legate dall’arte possono fare.
Da quella scelta prende forma una delle immagini più belle della serie:
un’anima che si infrange e si ricompone…

Si infrange,
si ricompone,
come le onde del mare.

Un modo delicato per dire che anche il dolore può essere attraversato con grazia.


𝘈𝘵𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘮𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘭𝘪, 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢𝘨𝘨𝘪 𝘷𝘪𝘷𝘪

Namkoong Min — indimenticabile in "My Dearest" — è impeccabile nel ruolo del regista "scolpito nel cemento": rigido, controllato, quasi impenetrabile.
Proprio questa compostezza diventa un contrappunto necessario ai temi dolorosi della storia: quando si incrina, anche solo per un istante, l’impatto emotivo è enorme.

Jeon Yeo‑been — già straordinaria in "Il tempo per noi" ("A Time Called You") — è poliedrica, intensa, credibile in ogni sfumatura.
La sua Da-Eum vuole essere protagonista di ogni giorno che le resta, e lo è.
C’è una verità luminosa nel modo in cui attraversa ogni scena: fragile e determinata insieme, come se la vita le passasse attraverso senza filtri.

Accanto ai due protagonisti si muove un coro di figure secondarie tratteggiate con cura: l’ex di lui, sospesa tra amore e gelosia; l’amica d’infanzia, presenza silenziosa e fedele; la troupe, con le sue fragilità, le ambizioni, le piccole rivalità che rendono il set un microcosmo vivo. Anche il padre di Da‑eum, che ama una figlia che sta perdendo, aggiunge una nota di verità dolorosa. E persino il produttore, inizialmente presentato come un uomo cinico e tutto numeri, finisce per sorprendere con una lealtà discreta e profondamente umana verso il regista. Sono personaggi che non rubano la scena, ma la completano, rendendo il mondo della serie credibile, umano e pulsante.

Tra i personaggi secondari spiccano in particolare due figure che meritano qualche parola in più.
L’ex compagna del regista, anche lei parte del cast, vive un conflitto emotivo complesso: amore e rancore che non si sono mai del tutto spenti, gelosia professionale per il ruolo che Da‑eum le ha “soffiato” e gelosia personale per l’uomo che ha perso. Eppure, in mezzo a questo turbine, nasce in lei un affetto spontaneo proprio per Da‑eum, un’attrazione umana che la disarma e la rende profondamente vera. L’attrice restituisce questo dissidio con una naturalezza sorprendente.

Molto intensa anche la figura del padre di Da‑eum: un uomo segnato dalla perdita della moglie, che si aggrappa disperatamente alla figlia nel tentativo di non perderla a sua volta. All’inizio il suo amore è soffocante, quasi egoistico, ma il suo percorso lo porta a capire che amare davvero significa lasciarla vivere come desidera, anche se questo fa male. La sua evoluzione è una delle più toccanti della serie.

Entrambi i personaggi hanno un arco narrativo graduale, sofferto e credibile: due figure bellissime, scritte e interpretate con grande sensibilità.

I dialoghi e i confronti sono un altro punto di forza della serie: tra i protagonisti, tra le due donne, tra il padre e la figlia, tra il padre e il regista. Ogni scambio è un sassolino lanciato nello stagno del cuore, e le onde che ne nascono fanno vibrare domande, paure, risposte che non sempre consolano ma sempre rivelano.


𝘐𝘭 𝘳𝘦𝘨𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘦 𝘪 𝘧𝘢𝘯𝘵𝘢𝘴𝘮𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦

Il percorso del protagonista merita un discorso a parte. Je‑ha non affronta solo la malattia di Da‑eum: affronta anche l’ombra del proprio padre, un regista famoso che ha lasciato ferite profonde, soprattutto nel modo in cui ha vissuto — e raccontato — il rapporto e la malattia della moglie. Questo conflitto irrisolto torna a galla proprio grazie a Da‑eum, che diventa per lui uno specchio e una possibilità di riscrivere ciò che non ha mai avuto il coraggio di guardare davvero. È uno dei fili narrativi più intensi della serie, e dialoga in modo potente con il tema centrale: come si racconta il dolore, e come lo si vive.


𝘘𝘶𝘢𝘭𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘮𝘱𝘦𝘳𝘧𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦... 𝘊𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘤𝘢𝘭𝘧𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘭𝘢 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘰𝘱𝘦𝘳𝘢

Se volessimo trovare dei difetti, "Our Movie" ne presenta qualcuno, seppur lieve.
Alcune coincidenze narrative risultano un po’ forzate: il fatto che Da‑eum ritrovi nella troupe sia il suo primo amore universitario sia una vecchia compagna ostile appare poco realistico, soprattutto in un progetto cinematografico importante.
Allo stesso modo, la sua capacità di lavorare fino all’ultimo, nonostante la malattia in fase avanzata, richiede una certa sospensione dell’incredulità: chi ha esperienza diretta con pazienti terminali sa quanto sarebbe difficile sostenere ritmi simili.

Quanto al protagonista, la sua compostezza può sembrare eccessiva a qualcuno.
Ma più che un limite, è una scelta narrativa consapevole: serve a bilanciare il dolore, a dare stabilità, a far risaltare ogni suo cedimento emotivo.
È una rigidità che non appiattisce, ma amplifica.


𝘜𝘯 𝘴𝘦𝘵 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰: 𝘨𝘦𝘭𝘰𝘴𝘪𝘦 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘧𝘦𝘳𝘪𝘵𝘦

Uno degli aspetti più affascinanti della serie è proprio l’ambientazione nel set cinematografico. Questa scelta narrativa ci permette di entrare dietro le quinte e osservare dinamiche che raramente vengono mostrate con tanta autenticità: le gelosie tra attori, le tensioni con i produttori, le ripicche dei manager, la pressione dei giornalisti, la solidarietà silenziosa della troupe e quell’amore ostinato per il lato artistico del lavoro che tiene insieme tutto. È un microcosmo vivo, pulsante, umano, e la serie lo mostra senza filtri, con un realismo che arricchisce la storia principale e la rende ancora più tridimensionale e affascinante.


𝘓'𝘖𝘚𝘛: 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘢𝘳𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘮𝘱𝘭𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰

Le musiche fanno esattamente ciò che devono fare: non invadono, ma elevano.
La canzone "MiMi" di Cifika, piazzata sempre nel momento giusto, ci moltiplica le farfalle nello stomaco e accompagna le scene più intime con una delicatezza struggente.
La variante finale, con l’ingresso di una voce maschile, è un colpo al cuore: sembra quasi un dialogo musicale tra i due protagonisti, un ultimo abbraccio sonoro.


𝘜𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘨𝘪𝘢 𝘳𝘢𝘧𝘧𝘪𝘯𝘢𝘵𝘢, 𝘤𝘪𝘯𝘦𝘮𝘢𝘵𝘰𝘨𝘳𝘢𝘧𝘪𝘤𝘢

La regia merita un elogio a parte.
È elegante, ricercata, mai banale.
Alcune inquadrature sembrano quadri: giochi di luce, riflessi sulle finestre, movimenti di macchina che seguono i personaggi senza mai rubare la scena.
Il montaggio è fluido, poetico, costruito per far respirare le emozioni.
È una regia che non vuole stupire, ma sentire, perfetta per questo tipo di film.


𝘐𝘭 𝘣𝘢𝘤𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘪𝘰𝘨𝘨𝘪𝘢

Tra le scene più intense c’è un bacio “finto”, girato per il film dentro il film, ma così carico di verità da superare ogni finzione. La pioggia che cade intorno a loro amplifica tutto: rende l’aria più densa, i gesti più sinceri, le emozioni impossibili da nascondere. Lei sa già cosa prova, e non teme di guardare in faccia le proprie emozioni: quando il tempo è fragile, la verità diventa un’urgenza. Lui invece è ancora in quella zona incerta in cui il cuore è avanti e la mente resta indietro. È un momento in cui la recitazione diventa rivelazione, e la frase che lei gli affiderà poco dopo — una frase che parla di ciò che il corpo sa prima della coscienza — sembra scritta per lui e non per il personaggio del loro film:

"Ogni cellula del tuo corpo sa che è Amore."

Lo sa e anche noi lo sappiamo in quel preciso momento.

La regia, con i suoi movimenti circolari intorno ai due, ci porta dentro la scena, facendoci percepire la tensione, il desiderio, la paura di lasciarsi andare. È uno di quei momenti in cui capisci che l’amore, anche quando è negato, si vede comunque.

E la verità è che non è solo quella scena a colpire: ogni volta che i due protagonisti condividono lo schermo, la tensione cambia aria. C’è qualcosa di magnetico nei loro scambi, un’intensità che cresce episodio dopo episodio. Appena compaiono insieme, raddrizzi le antenne: sai che sta per succedere qualcosa, anche quando non succede nulla. È una chimica che non ha bisogno di parole, ma che quando arrivano — quelle parole — ti attraversano.


𝘐𝘭 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘶𝘰𝘪 𝘧𝘪𝘯𝘪𝘳𝘦

Una delle riflessioni più belle della serie riguarda la fine delle storie.
Quando un libro ti piace, rallenti la lettura perché non vuoi che finisca.
Succede anche con un film.
Succede anche con la vita.

E succede anche a noi spettatori: negli ultimi episodi di "Our Movie" si rallenta davvero, per assaporare ogni scena, ogni sguardo.

La risposta che la protagonista riceve è un dono: non rallentiamo per paura che finisca. Viviamola fino alla fine. Poi cercheremo un’altra grande storia da leggere, da vedere, da vivere.

E forse è proprio qui che la serie sussurra la sua verità più luminosa: l’amore non svanisce quando qualcuno se ne va. Cambia forma. Resta nei gesti che continuiamo a fare, nelle parole che ci tornano addosso, nei luoghi che conservano un’eco. È una presenza che non consola, ma accompagna. Una traccia che permette di andare avanti senza dimenticare.

Con questo preludio ci preparano al gran finale, inevitabile e catartico. Come ci si aspettava, è dolceamaro, ma l’hanno saputo confezionare con una delicatezza rara. Il dolore per la perdita di una persona amata non si cancella, ma trova un posto nuovo dentro di noi, e con esso continuano a vivere gli insegnamenti, gli sguardi, le parole che ci hanno cambiati. Amore e dolore camminano insieme: sembrano opposti, ma finiscono per seguire lo stesso percorso dentro di noi.
Alla fine ci si sente tristi, certo, ma anche più consapevoli: più attenti a goderci le cose e le persone che amiamo, finché possiamo.


𝘓𝘦 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘯𝘰

Le storie più vere nascono sempre da un cuore che ha conosciuto qualcosa di grande.
C’è una sensazione che attraversa "Our Movie": quella di una storia scritta non solo con la tecnica, ma con la memoria.
Molte delle opere più intense nascono così — da un amore vissuto, da un dolore attraversato, da qualcuno che abbiamo temuto di perdere o che abbiamo già perduto.
Non sapremo mai se l’autore di questa serie avesse nel cuore una persona fragile, malata, amata.
Ma certe cose si sentono.
Si riconoscono nella delicatezza dei dialoghi, nella cura dei silenzi, nella verità con cui vengono raccontati la paura, la tenerezza, l’attaccamento alla vita.
È come se dietro ogni scena ci fosse un ricordo, un volto, un’emozione che non si può dire ma che si può trasformare in arte.

Mi piace pensare che questa serie sia nata più da un’urgenza di raccontare che dal desiderio di incassare.
Quando un’opera arriva così, con questa delicatezza, non puoi fare altro che riconoscere quella sincerità creativa che emoziona.

"Our Movie" è una serie che resta nel cuore.
Racconta la vita e la morte con una delicatezza rara, senza mai cadere nel melodramma.
È un’opera che si spezza e si ricompone, come le onde del mare.
E noi con lei.

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Completed
Can This Love Be Translated?
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23 days ago
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 7.0
Story 7.0
Acting/Cast 8.0
Music 7.0
Rewatch Value 6.0

Un viaggio bellissimo... finché non cambia direzione

“Can This Love Be Translated?”, serie sudcoreana del 2026 disponibile su Netflix, parte con tutte le carte in regola per essere un romance elegante e coinvolgente. Dodici episodi, un cast di prim’ordine — Kim Seon‑ho, Go Youn‑jung e il giapponese Sota Fukushi — e un’ambientazione internazionale che spazia tra Canada, Italia e Giappone. Insomma, una produzione che promette subito un viaggio emotivo e visivo di grande fascino.

La trama ruota attorno all’incontro tra Cha Mu‑hee, attrice coreana di fama globale, e Joo Ho‑jin, interprete poliglotta chiamato ad accompagnarla in un programma di viaggio e dating internazionale. È un’idea semplice ma brillante: due persone che vivono di parole, sfumature e traduzioni, costrette a confrontarsi con emozioni che, spesso, non trovano la lingua giusta per essere dette.
E nei primi episodi questa dinamica funziona benissimo. C’è ritmo, c’è intesa, c’è quella promessa di romance che ti fa pregustare una storia dolce, elegante, quasi da favola.

E poi ci sono i luoghi.
Il Canada è luminoso, vasto, quasi terapeutico. L’Italia — che per me è casa — viene mostrata con quello sguardo straniero che la rende ancora più bella: panorami, vicoli, colori, tutto valorizzato con una cura che fa piacere vedere. È una delle parti più riuscite della serie, insieme al gioco delle lingue, davvero affascinante: coreano, inglese, giapponese, italiano. Un intreccio continuo di significati e fraintendimenti che, per essere apprezzato davvero, richiede la visione in lingua originale con sottotitoli.

Anche il cast è uno dei punti forti: attori che già conoscevo e apprezzavo, e che qui confermano professionalità e presenza scenica. Kim Seon‑ho, che avevo già visto e amato in “Hometown Cha‑Cha‑Cha”, porta con sé quella sua naturalezza un po’ disarmante; Go Youn‑jung, reduce da “Alchemy of Souls: Part 2”, mantiene la sua presenza elegante e controllata. Le scene romantiche sono curate, i baci più veri del solito per un k‑drama, e sul piano estetico funzionano.
Ma — ed è qui che per me si gioca la differenza — non basta un bacio ben girato per parlare di “chimica strepitosa”. La chimica vera nasce prima: negli sguardi, nei silenzi, nei tempi, nella scrittura che costruisce tensione emotiva. E qui la scrittura non prepara davvero il terreno, per cui l’effetto resta più elegante che coinvolgente. È come vedere due attori che sanno baciare, non due personaggi che non possono fare a meno di farlo.
Molti spettatori possono lasciarsi incantare dall’estetica — e lo capisco — ma personalmente non ho sentito quel battito sotto la superficie. E non è questione di severità: è proprio 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑓𝑒𝑒𝑙𝑖𝑛𝑔, per citare Cocciante.

Pur con queste sfumature, la prima metà della serie mantiene un suo equilibrio.
Poi arriva il famigerato episodio 7, e qualcosa si spezza.

Il tono cambia, il genere cambia, e la serie sembra perdere la bussola — ironico, visto che di viaggi dovrebbe essere avvezza.
Il romance si annacqua, mentre thriller, noir e psicologia entrano in scena senza trovare un equilibrio. Troppa carne al fuoco, e nessuna cotta davvero bene. È come se ti avessero fatto annusare una torta meravigliosa, e proprio quando stai per assaggiarla… ti servono un piatto di pasta, poi un pollo, poi delle patate. Tutto buono, certo, ma non è quello che volevi. E quando finalmente il dolce arriva, non hai più fame.

Il viaggio itinerante, che all’inizio sembrava un’idea bellissima — un percorso geografico ed emotivo insieme — perde forza invece di crescere. E alla fine resta la sensazione che si sia puntato più sull’estetica che sulla sostanza: paesaggi stupendi, abiti impeccabili, una confezione da sogno… ma dentro la torta promessa non si trova.

Il trauma di Mu‑hee, che avrebbe richiesto delicatezza, viene trattato con toni che stonano rispetto al genere.
Il personaggio di Do Ra‑mi, da interessante, diventa pesante e invadente.
Gli amori incrociati — tutti (o quasi) non corrisposti — sembrano messi lì più per confondere che per arricchire la storia.
E persino l’attore giapponese, che aveva un potenziale enorme, finisce relegato in un ruolo che non sfrutta davvero le sue possibilità.

A un certo punto iniziano a stonare anche i costumi: lei in Chanel è splendida, nulla da dire, ma l’ostentazione diventa così insistita da sembrare quasi una sfilata continua.
E i soliti cliché italiani, che fanno sorridere ma rompono un po’ l’incanto, non aiutano di certo.

Un accenno va fatto anche all’OST, che accompagna la serie con coerenza… almeno fino a un certo punto. Nella prima metà è leggera, luminosa, da rom‑com pura: melodie morbide, atmosfere zuccherine, quel tipo di colonna sonora che ti fa credere davvero nella favola che sta nascendo. Poi, proprio come la trama, anche la musica cambia direzione: dal settimo episodio in poi prende toni più gotici, quasi surreali, che ricordano certe atmosfere alla Tim Burton — e non è un caso se Do Ra‑mi, con il suo modo di muoversi e di occupare la scena, sembra uscita da uno dei suoi personaggi.
C’è anche un omaggio musicale che ho trovato curioso e, in un certo senso, affettuoso: l’uso della nostra “Traviata”, che richiama sia l’Italia sia una delle scene più iconiche di “Pretty Woman”, quella in cui Edward porta Vivian all’opera e le spalanca un immaginario di lieto fine. È una citazione che funziona, anche se forse un po’ didascalica.
La canzone che accompagna l’ultima scena, invece, è orecchiabile e piacevole: non memorabile, ma perfetta per chiudere il viaggio con una nota leggera.

E qui arriva il mio giudizio personale, quello che nasce più dalla pancia che dalla testa.
Nonostante i limiti evidenti, nonostante la confusione narrativa e le occasioni sprecate, non riesco a essere severa.
Perché qualcosa di buono c’era, e lo riconosco: l’atmosfera, le lingue, i paesaggi, il cast, quel potenziale che per metà stagione ti fa credere che la magia sia possibile.
E così, alla fine, il mio voto è un 7. Un 7 che non premia la perfezione, ma l’intenzione. Un 7 che dice: “Poteva essere molto di più, ma qualcosa l’ho comunque portato a casa.”

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