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A Hundred Memories korean drama review
Completed
A Hundred Memories
5 people found this review helpful
by Blue eyes Samurai Lore Scrolls Award1 Clap Clap Clap Award1
6 days ago
12 of 12 episodes seen
Completed
Overall 7.0
Story 7.0
Acting/Cast 8.0
Music 8.5
Rewatch Value 1.0
This review may contain spoilers

L'amica geniale con l'inutile retorica della prelazione

Vi avviso subito, con cortesia, che nonostante le apparenze, questo NON è un romance, per quanto la messinscena si ostini a farvelo credere con un uomo affascinante che si aggira per la trama seminando una quantità di caos emotivo del tutto sproporzionata rispetto al reale contributo narrativo nel rapporto di queste due donne.
Il vero tropo è l' amicizia femminile e ciò che le accade nel preciso istante in cui "l'amore entra nella stanza".
E la domanda che il drama ha il cattivo gusto di porre, senza la buona grazia di offrire poi una risposta consolatoria, è questa: cosa succede quando due donne si amano profondamente ma una delle due deve rinunciare a qualcosa perché l'altra possa essere felice? La risposta, a quanto pare, è: parecchio, troppo! Il sacrificio presenta il conto. Il risentimento ha memoria . Le buone intenzioni, se coltivate abbastanza a lungo, sanno diventare invasive quanto un'infestazione di edera, e proteggere qualcuno sfocia a volte nel decidere al posto suo.
La prima metà è bella, bella sul serio: le avrei dato con generosità un 8,5, prima che la seconda parte mi convincesse a rivedere il voto con l'acredine di chi si sente tradito da un amico (per restare in tema).
Al centro c'è Young Rye (Kim Da-mi), e quasi tutto passa attraverso il suo sguardo, il che significa, con una certa comodità narrativa, che a Jong Hui non viene mai concesso lo stesso accesso alla propria interiorità: la vediamo, la giudichiamo, reagiamo a lei, ma raramente ci è permesso abitarla. Young Rye possiede, sulla carta, l'intero campionario della "brava ragazza": gentile, dolce, coraggiosa, leale, laboriosa, e patologicamente incline a mettersi in fondo alla fila. Goffa, bruttina, invisibile al sesso opposto. Jong Hui, al contrario, sembra aver ricevuto in sorte la mano migliore: bella, sfacciata, provocatoria, apparentemente impavida.
Solo che non lo è, ed è proprio qui che il personaggio è interessante: la sua sicurezza è ipercompensazione da manuale, l'armatura di chi porta sulle spalle una vita terribile e un bisogno disperato di controllare come viene percepita. Quando quell'armatura si buca, lei crolla MA non riesce mai a essere davvero egoista fino in fondo, perché ama Young Rye e continua a offrirle ciò che avrebbe tutte le ragioni di tenere per sé. Il che rende il contrasto assai più stratificato del manicheistico scontro fra brava e cattiva ragazza: Young Rye è moralmente intonsa fino all'episodio 6 ma incapace di concedersi il diritto alla propria felicità, mentre Jong Hui rinuncia non a una possibilità ma a una storia già in corso, perché è lei, inizialmente, la prescelta di Jae Pil, quello che da lei si sente visto. Sceneggiatura plausibile, e furbescamente *paracula: se lui fosse stato davvero innamorato, il cambio di rotta sarebbe stato più difficile da digerire di quanto in realtà lo sia stato. Jong Hui lo respinge 3 volte, alla fine per Young Rye, e sparisce. È uno dei gesti più generosi dell'intera storia, e la scrittura, con un'onestà quasi sportiva, si tiene abbastanza ambigua da lasciarci il dubbio se Young Rye stia proteggendo l'amica o semplicemente incassando, senza troppi complimenti, i dividendi della situazione.

Questa ambiguità è un punto di forza che, negli ultimi 6 episodi, si converte causticamente in un punto debole. 7 anni dopo, Jong Hui torna in un modo abbastanza fantasioso da far pensare che gli sceneggiatori avessero fretta, e scopre che il mondo è andato avanti senza di lei. Jae Pil e Young Rye sono passati da amici a coppia senza che qualcuno, sullo schermo, si sia preso la briga di dircelo: il salto temporale ce lo consegna come un fatto compiuto, ed è quasi come se un intero drama di 7 anni fosse andato in onda su un altro canale, e a noi restasse solo il compito di annuire con la faccia di chi ha perso una puntata cruciale. Quando finalmente arriva la dichiarazione, il payoff emotivo è di una piattezza british nel senso peggiore della parola: la scena mi è arrivata con l'intensità di due persone che concordano l'orario di un appuntamento. C'è il bacio, molto triste, ma l'attrice, al suo terzo lavoro, ha evidentemente ancora dei limiti tecnici in materia, e dopo 7 anni di amicizia, repressione, speranza e incertezza, avrebbe dovuto esplodere lì, mentre invece Kim Da-mi mantiene più o meno l'espressione sofferente e interrogativa con cui la vediamo quasi sempre.

E poi arriva la frase che mi ha fatto venire voglia di lanciare qualcosa contro lo schermo, e che dà il titolo alla mia recensione: "Io ero la prima." Per l'intera durata del drama, Young Rye insiste, dentro di sé e nelle parole che vorrebbe dirgli, di averlo incontrato per prima, di essersi innamorata per prima: un diritto di prelazione emotivo che, suppongo, sarebbe perfettamente valido in qualsiasi asilo nido del paese.
Chi è arrivato prima? Chi è rimasto? Chi se n'è andato? Chi è tornato? Chi ha sacrificato? Questa non è una storia d'amore, è un sistema di gestione delle code emotive, e Young Rye sembra avere un bisogno costante di una giustificazione esterna per autorizzarsi a essere felice: evoca destino, precedenza, permanenza, invece di limitarsi al più semplice "ci amiamo", come se avesse bisogno che una miserabile giustificazione kairologica autenticasse la relazione. E tuttavia, se dobbiamo proprio parlare di merito morale in amore, Young Rye Jae Pil se lo merita: lui la sceglie, la loro relazione ha una storia, lei non ha rubato nulla, benché la scrittura renda la liberazione da Jong Hui poco plausibile rispetto all'amicizia dipinta fino a quel momento. Ed è qui che entra in scena l'amica geniale, perché il richiamo alla Ferrante è inevitabile: due ragazze diversissime, legate da un'amicizia che è insieme amore, protezione, competizione e risentimento, con la differenza che Lila e Lenù si misurano sull'intelligenza e sull'ambizione, mentre qui la competizione nasce soprattutto dall'amore, e mentre Ferrante mantiene l'ambivalenza morale di entrambe, qui la prospettiva filtrata da Young Rye finisce per consegnarle progressivamente il ruolo di vincitrice, lasciando Jong Hui a saldare il conto dei sacrifici fatti per lei. Il problema non è che Young Rye vinca: il problema è l'insistenza pedante con cui la sceneggiatura dimostra che se lo merita.

Dopo il salto temporale la redistribuzione del potere narrativo diventa comica: Young Rye acquista agency, Jong Hui la perde, esattamente come Hong Hui aveva anticipato parlando con Jae Pil, "se ti mostri forte quando crolli la caduta ti spezzerà in mille". La ragazza goffa diventa attraente, ammirata, corteggiata, partecipa a Miss Korea, (sogno della prima); Jong Hui, la ragazza abbagliante della prima parte, viene invece progressivamente spogliata delle caratteristiche che la rendevano interessante: diventa insicura, bisognosa, sola e patetica. La scena dell'episodio 9 con Yeong Sik, in cui gli chiede se prenderebbe le parti della sorella in un litigio per Jae Pil, è dolorosamente rivelatrice: una domanda infantile, la cui ovvia risposta la scrittura le concede solo per ricordarci quanto sia a terra.
Persino a Miss Korea, dove pure gareggia, il concorso sembra appartenere a Young Rye: tutti fanno il tifo per lei, e lo sponsor è per l'appunto un suo ammiratore, mentre a Jong Hui viene lasciato vincere per contentino, ed evitare il linciaggio mediatico, funzionale alla narrazione che porta alla redenzione finale dell'altra. Persino la madre cambia idea sulla partecipazione con una comodità sospetta, come se lo sceneggiatore si limitasse a spostare pedine sulla scacchiera secondo i bisogni della trama.

Lo stesso squilibrio affligge le possibilità romantiche di Jong Hui: Yeong Sik avrebbe potuto essere interessantissimo, la macchina da presa lo suggerisce con un'ambiguità sospetta, ma l' interesse di lui va e viene senza mai ricevere uno sviluppo sufficiente a diventare convincente, in una serie dove, sistematicamente, chi perde è chi non fa abbastanza, non resta, non si espone. Passa un anno intero, dopo il risveglio di Young Rye, prima delle fotografie del matrimonio: tempo più che sufficiente per una relazione, e cosa otteniamo? Yeong Sik che aiuta Young Rye a mettersi accanto a lui per una foto. Non è ambiguità sofisticata, è scrittura incompiuta, punto e fine del discorso!
Lo stesso vale per la sottotrama crime: violenza melodrammatica, padri abusivi, minacce, un accumulo che trasforma il drama, verso la fine, meno in un'osservazione della vita quotidiana e più in una gara a chi infila più catastrofi in un pacchetto nostalgico.
Jae Pil meritava un arco narrativo sganciato da queste due donne: inizialmente invaghito della prima e in seguito davvero amico dell'altra, quanto sarebbe stato bello se fosse diventato un semplice amico invece di un uomo che sceglie semplicemente perché l'altra è una presenza affidabile, che resta. Perché l'amicizia non è meno valida dell'amore anzi è assai più disinteressata , nobile e pura, difficile perché l'amore reca seco sempre una certa quota di egoismo e bisogno.
L’amicizia fra Young Rye e Jong Hui è davvero toccante proprio perché non viene presentata come un rifugio perfetto. Gli autori sembrano comprendere qualcosa di scomodo sulle vere amicizie femminili: l’amore non cancella il risentimento. Il sacrificio non cancella il ricordo di ciò a cui hai rinunciato. Proteggere qualcuno può diventare invadente. La generosità può creare un debito che nessuno aveva chiesto. E fare qualcosa “per il bene dell’altro” non significa automaticamente che quel qualcosa sia giusto.

Sul piano visivo, però, il drama resta magnifico: il color grading, caldo e sfumato, non ricostruisce gli anni'80, li ricorda, come se li stessimo guardando dall'interno della memoria di qualcuno. La colonna sonora, tutta al pianoforte, con Vivaldi quasi personaggio a sé (a parte una parentesi dei Carpenters), eleva scene che la sceneggiatura, da sola, non meriterebbe. Ed è proprio per questo che il drama frustra così tanto: non è brutto, c'è troppo materiale valido perché lo sia, ma sembra determinato, di tanto in tanto, a sabotare le proprie idee migliori.

La sequenza finale sulla spiaggia è bellissima e, a ben vedere, inquietante: il drama ci dice che il triangolo è stato superato, mentre visivamente continua a mostrarceli esattamente dentro quella geometria, Jae Pil ancora fra le due donne, Young Rye ancora al centro, Jong Hui che lo tira ancora verso di sé, come nel finale di un horror in cui tutto sembra risolto ma un'ombra resta in agguato. Non hanno abbandonato il triangolo: hanno solo imparato a starci dentro.
E forse è per questo che il finale mi ha lasciato una sensazione indefinibile di disagio invece della catarsi.La serie vuole celebrare l’amicizia femminile, ma non riesce mai completamente a liberarla dall’uomo attorno al quale è stato organizzato gran parte del suo conflitto. Vuole dire che hanno superato il triangolo, ma le immagini finali continuano a ruotare attorno al triangolo.
Vuole dire che il sacrificio è stato compreso, ma la persona che ha pagato il prezzo più alto rimane quella emotivamente meno risarcita.
E vuole farci credere che tutte brilleranno insieme.
Forse lo faranno. Ma io continuo a guardare Jong Hui chiedendomi se qualcuno si sia ricordato di restituirle la dignità prima dei titoli di coda.

Lo consiglio? La prima metà, sì, con entusiasmo: l'amicizia è coinvolgente, l'atmosfera d'epoca superba, la dinamica fra le due protagoniste molto più sfumata del semplice triangolo, e attorno a esso c'è la povertà resa con dignità assoluta, l'amicizia improbabile tra ceti diversi che la serie poi capovolge, la misoginia, la preferenza sistemica per il figlio maschio a cui viene concesso tutto — da cui, forse, origina la fame di riconoscimento di Young Rye: io sono la prima, io merito, dammi una possibilità.
Ma la seconda metà diventa progressivamente pesante, ci dice chi merita cosa invece di lasciarcelo scoprire, concede a Young Rye ogni ricompensa narrativa possibile mentre indebolisce Jong Hui passo dopo passo. Perché Jong Hui non aveva bisogno di vincere Jae Pil: aveva solo bisogno di restare se stessa. E forse è questa la più grande occasione mancata del lavoro: la donna che sembrava più forte non lo era davvero, e quella che sembrava una madonna era, sotto sotto, un po' stronza. Tristemente vero.

🎥 Sul piano tecnico, la regia di Kim Sang-ho costruisce un universo visivo coerente attraverso scenografie, oggetti, automobili, autobus, abiti, acconciature e ambienti quotidiani. Il dormitorio delle ragazze, per esempio, è pieno di dettagli d’epoca, dalle radio alla biancheria patchwork, e non dà mai l’impressione di essere stato semplicemente allestito per “sembrare anni Ottanta”: restituisce anche la dimensione concreta della vita delle giovani lavoratrici, gli spazi che condividono, gli oggetti che usano, il modo in cui abitano quei luoghi.
La fotografia sceglie una palette calda, dominata da marroni e gialli, che accentua la componente nostalgica senza trasformare ogni inquadratura in un esercizio di estetica rétro. L’immagine ha spesso una morbidezza quasi analogica, perfettamente coerente con il tema della memoria, ma la regia non è statica: la macchina da presa si muove, cambia angolazione, segue i personaggi e mantiene una certa vitalità (sospetto non siano sempre steady cam perchè in alcuni fotogrammi l'immagine traballa). È intenzionale perché impedisce alla ricostruzione storica di diventare una semplice cartolina vintage.
Anche i costumi sono utilizzati con attenzione e non come semplice decorazione. Il guardaroba contribuisce a definire immediatamente le protagoniste: Young Rye veste in modo più semplice e pratico, con una componente quasi maschile, mentre Jong Hee ha un’immagine più spavalda e androgina, coerente con il suo atteggiamento da “girl crush”. Lo stesso vale per le acconciature, chiaramente costruite sulle mode del periodo e integrate nella caratterizzazione dei personaggi.
È proprio nel comparto tecnico che la serie raggiunge alcuni dei suoi risultati migliori. La ricostruzione degli anni Ottanta non sembra “vintage” nel senso artificiale e patinato con cui oggi si tende a rappresentare il passato: sembra semplicemente vissuta.
Autobus affollati, dormitori, divise, piccoli oggetti domestici, negozi, strade e spazi condivisi compongono un ambiente credibile, nel quale i personaggi sembrano realmente appartenere al periodo in cui sono collocati. È un lavoro sui dettagli che funziona molto più della ricerca dell’effetto nostalgico a tutti i costi e che dà alla serie quella sensazione di passato concreto che sostiene anche il tema della memoria.
🦸🏻‍♂️Casting perchè fa parte del comparto tecnico: l’attore che interpreta Jae-pil stona, secondo me, per via del fascino troppo maturo, il trucco di Snowdrop era riuscito quasi nel miracolo di farlo sembrare un’altra persona, mentre qui persino nelle scene ambientate al liceo ha l’aria del professore capitato per errore in mezzo agli studenti. E con Kim Da-mi forma probabilmente una delle coppie visivamente peggio assortite che mi sia capitato di vedere in un drama.

👀 VOTO: 7,18 🎞️
Curiosità: vari echi (o citazioni) a snowdrop nella prima parte, dove il ML aveva allora una parte, se ci pensate era irriconoscibile. Un tributo, un ricordo o un indizio che preannuncia la tragedia?
Vi allego la colonna sonora meravigliosa del lavoro: https://www.youtube.com/watch?v=-Eqt-yxaF4U&list=PL2Jxuyl0NcIg5bzpoHqBnwRbnNuM1sgAc&index=59
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