Arte vs Follia: dove finisce la poetica dell’artista e inizia la psicosi dell’omicida
Nel primo episodio c’è stata quella crisi di sopraffazione estetica, quel senso di dissolvimento dell’io che Stendhal descrisse davanti alla bellezza che ti sovrasta e ti smonta, un’esperienza che qui ha attraversato il confine tra schermo e inconscio.
È come se qualcuno avesse camminato nella mia testa, fosse entrato in un incubo e l’avesse trasformato in una installazione artistica.
Quindi, per me, la serie ha smesso di essere intrattenimento ed è diventata un’intrusione sconvolgente.
Tra tutte le farfalle che ho scoperto nell’arco narrativo, la Red-Bodied Swallowtail, la “rossa velenosa” che le altre swallowtail, innocue, ne copiano l’aspetto, è il pretesto per raccontare il fulcro relazionale che lega tutti i personaggi in un ciclo di imitazione tossica, solo per sentirsi riconosciuti.
In fondo, tutti inseguono lo sguardo dell’altro per amore o per riconoscimento, ma quello sguardo è sempre mediato dall’arte, fredda, ideale, immortale, e mai dall’umanità calda, imperfetta e amorevole.
Uno dei migliori thriller che ho mai visto: disturbante, triste e doloroso, in cui la bellezza non è un velo sull’orrore ma è l’orrore stesso che si traveste da arte. Ed è crudele e inutile perché avvelena, provocando un conflitto interno tra disgusto morale e fascinazione estetica che ti spacca il cuore e ti lascia con la nausea, il tutto condito con una colonna sonora che ti scava nel cervello.
Mi piacerebbe leggere il libro per saperne di più ma purtroppo non lo trovo.
È come se qualcuno avesse camminato nella mia testa, fosse entrato in un incubo e l’avesse trasformato in una installazione artistica.
Quindi, per me, la serie ha smesso di essere intrattenimento ed è diventata un’intrusione sconvolgente.
Tra tutte le farfalle che ho scoperto nell’arco narrativo, la Red-Bodied Swallowtail, la “rossa velenosa” che le altre swallowtail, innocue, ne copiano l’aspetto, è il pretesto per raccontare il fulcro relazionale che lega tutti i personaggi in un ciclo di imitazione tossica, solo per sentirsi riconosciuti.
In fondo, tutti inseguono lo sguardo dell’altro per amore o per riconoscimento, ma quello sguardo è sempre mediato dall’arte, fredda, ideale, immortale, e mai dall’umanità calda, imperfetta e amorevole.
Uno dei migliori thriller che ho mai visto: disturbante, triste e doloroso, in cui la bellezza non è un velo sull’orrore ma è l’orrore stesso che si traveste da arte. Ed è crudele e inutile perché avvelena, provocando un conflitto interno tra disgusto morale e fascinazione estetica che ti spacca il cuore e ti lascia con la nausea, il tutto condito con una colonna sonora che ti scava nel cervello.
Mi piacerebbe leggere il libro per saperne di più ma purtroppo non lo trovo.
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