This review may contain spoilers
Rapido ma impreciso ritratto di un curioso eroe squattrinato
Cashero è quel drama che suscita curiosità nonostante i numerosi difetti, ma che si continua a guardare fino alla fine accettando la presenza di svariati aspetti migliorabili.
LA DURATA:
Breve, gli otto episodi – la metà dei canonici coreani – lo rendono una visione rapida, con un investimento di tempo sufficientemente contenuto e, di conseguenza, una maggiore clemenza rispetto ai difetti.
Se da una parte non si rischiano le criticità dei drama eccessivamente prolissi, dall’altra si è andati forse un po’ troppo al risparmio in termine di minuti, ed è mancato lo spazio per fare la giusta e necessaria chiarezza su svariati aspetti. Se otto episodi era la misura perfetta per serie come “The trauma code”, qui il tipo di storia che si voleva sviluppare avrebbe necessitato di qualche episodio in più… Dodici sarebbero stati a mio avviso quelli giusti.
LA STORIA:
Non c’è una vera e propria storia… Di fatto questa coincide con la figura del protagonista. Kang Sang Woong è un giovane impiegato dalla vita ordinaria, che convive con la fidanzata storica e con la quale cerca faticosamente di mettere da parte i risparmi necessari a comprare finalmente casa.
Il padre verso il quale non ha la minima stima trasferirà a lui un superpotere in modo improvviso e bizzarro, per cui si ritroverà dall’oggi al domani in una situazione più disperata che fantastica, già che l’utilizzo delle nuove abilità acquisite comporta il dover depauperare le proprie risorse economiche.
Proprio il tema del denaro è un po’ il perno centrale della storia: Sang Woong che cresce in una famiglia perennemente in difficoltà a causa di un padre incapace di salvaguardare i risparmi, la fidanzata storica ossessionata dal denaro e che di lavoro fa la contabile. Cashero aggiunge poi il dilemma per eccellenza: un supereroe che per fare del bene si deve ridurre sul lastrico. Forza sovrumana e capacità curative diventano incredibilmente “costose”, ma ancor più difficile diventa scegliere di non intervenire nelle questioni non strettamente personali, salvaguardando però così la situazione ordinaria della propria vita personale. Più una condanna che una fortuna, insomma.
La trama ha il pregio di approcciare le diverse situazioni sfruttando modalità variegate, per cui ai passaggi più drammatici si alternano momenti ironici e bizzarri, scene più riflessive stemperate da momenti di pura azione, oltre a brevi spiragli di simpatica levità (ad esempio quando la fidanzata che gli passa la banconota per testare l’aumento della sua forza anche in camera da letto). Nonostante ciò, il drama palesa una scarsa chiarezza narrativa che porta questi diversi tipi di approccio a susseguirsi bruscamente, senza una lineare continuità necessaria a rendere il tutto scorrevole e coerente.
IL CAST
Partendo dal protagonista, Lee Jun Ho si rivela una scelta più che azzeccata: attore carismatico ed espressivo, reduce da un’altra prova meritevole (Thyphoon family) e che vanta in generale diverse intepretazioni degne di nota negli ultimi anni (King the land, Chief Kim, Dress sleeved red, Just between lovers). La sua è una recitazione grintosa, di carattere, che trova ad esempio un perfetto riscontro nelle inquadrature finali di alcuni episodi, dove riesce a conferire il giusto grado di incisività e verve alla scena. Oltre a lui, da segnalare sicuramente la prova di Kim Byung Chul, attore particolare capace di farsi apprezzare in ruoli diversi e il cui talento avevo già avuto modo di conoscere in “Doctor prisoner”. Ho ritrovato con piacere altre vecchie conoscenze, quali Jang Hyun Sung (il detective) e Kim Won Hae (l’anziano che vede il futuro), attori da anni dediti a interpretare magistralmente figure secondarie di drama celebri e ben fatti. Tutti attori, quelli citati, le cui carriere si erano già incrociate sui set di “Chief kim” e “Doctor prisoner” (all’appello credo manchi solo Namgoong Min, protagonista di entrambe le serie citate, ma che qui comprendo non avrebbe avuto senso… Anche perché la sua presenza avrebbe oscurato il protagonista, e non era certo il caso). Si fa nuovamente notare, in senso positivo, Lee Chae Min (Cho Nathan), che quest’anno ha attirato l’attenzione di molti grazie alla splendida prova in “Bon appetit, your Majesty”. Tra l’altro l’attrice che qui interpreta la sorella, nell’altro drama ricopriva il ruolo della sua concubina: di nuovo un ruolo da “cattiva” e di nuovo un buco nell’acqua, già che ne risulta ancora una volta un personaggi fiacco. Simpatica la ragazza col potere della telecinesi, mentre la fidanzata del nostro eroe davvero anonima: il romance non era il tema predominante ma più che altro un elemento di contorno, per cui la sua presenza è stata tutto sommato senza infamia e senza lode… Così come lo sarebbe stata quella di tante altre attrici non particolarmente brillanti.
OST
Non fenomenali ma adeguate al tipo di drama. Carine, in certi passaggi si fanno particolarmente notare, ma non sono quei brani che ti rimangono in testa anche a visione conclusa.
MARGINI DI MIGLIORAMENTO
- La figura del padre, introdotta e spiegata veramente male e in modo incoerente: non c’è un grande rapporto padre-figlio ma nemmeno del risentimento, per cui risulta abbastanza incomprensibile il fatto che trasmetta di punto in bianco il potere al giovane, stravolgendogli la vita e senza nemmeno degnarlo di spiegazioni non solo dovute ma anche necessarie per la sua incolumità. Un potere talmente ambito per cui Sang Woong entrerà fin da subito nel mirino dell’alleanza mondana, mentre al contrario il padre era stato lasciato tranquillamente in pace per anni. Qualcosa non torna, maialino-salvadanaio a parte.
- Gli altri soggetti con super poteri, di cui si sa ben poco e si decide di raccontare ancora meno. L’avvocato, Pan-Mi… persino il detective, avrebbero meritato tutti una maggiore attenzione e introspezione. Peccato.
- I cattivi: qui siamo proprio messi male. Sembrava una staffetta di quattro atleti dalle prestazioni deludenti che non facevano altro che passarsi – faticosamente – il testimone l’un l’altro. Soprattutto sugli obiettivi di ciascuno di loro, dal padre ai due figli all’usuraia, è rimasta una grande confusione.
- Le dinamiche, spesso poco coerenti e dove i tempi non tornano: Sang Woong viene attaccato da Cho Anna e dal suo tirapiedi dalle braccia infuocate, segue lo scontro tra i due, la vittoria di Sang Woong… Che poi si ferma. La nemica è lì, a un passo da lui, difesa da un gruzzolo di guardie inutili, e niente, il confronto termina lì, tipo “fine primo round”. Se facciamo fuori la cattiva subito, come portiamo avanti la storia? Non solo, hanno così fretta di mettere le mani su Sang Woong, sperando non si metta di mezzo anche l’Avvocato, che lo lasciano poi tranquillo per giorni/settimane, durante le quali lui ha paradossalmente modo di allearsi con gli altri due super umani e allenarsi per diventare più agile e forte. Ma perché??? Sono scelte che hanno senso solo per arrivare dove la storia già scritta vuole arrivare, ma rappresentano di fatto una strada forzata poiché il buonsenso e la logica andrebbero in tutt’altra direzione, ed è con quelle che ragiona lo spettatore ignaro dell’intera sceneggiatura.
Il drama dura poco, alcuni spunti sono originali, il cast merita, la storia a modo suo incuriosisce… Abbastanza da accettarne i difetti – che vanno messi in conto e che salteranno all’occhio – e apprezzarlo per quello che è.
LA DURATA:
Breve, gli otto episodi – la metà dei canonici coreani – lo rendono una visione rapida, con un investimento di tempo sufficientemente contenuto e, di conseguenza, una maggiore clemenza rispetto ai difetti.
Se da una parte non si rischiano le criticità dei drama eccessivamente prolissi, dall’altra si è andati forse un po’ troppo al risparmio in termine di minuti, ed è mancato lo spazio per fare la giusta e necessaria chiarezza su svariati aspetti. Se otto episodi era la misura perfetta per serie come “The trauma code”, qui il tipo di storia che si voleva sviluppare avrebbe necessitato di qualche episodio in più… Dodici sarebbero stati a mio avviso quelli giusti.
LA STORIA:
Non c’è una vera e propria storia… Di fatto questa coincide con la figura del protagonista. Kang Sang Woong è un giovane impiegato dalla vita ordinaria, che convive con la fidanzata storica e con la quale cerca faticosamente di mettere da parte i risparmi necessari a comprare finalmente casa.
Il padre verso il quale non ha la minima stima trasferirà a lui un superpotere in modo improvviso e bizzarro, per cui si ritroverà dall’oggi al domani in una situazione più disperata che fantastica, già che l’utilizzo delle nuove abilità acquisite comporta il dover depauperare le proprie risorse economiche.
Proprio il tema del denaro è un po’ il perno centrale della storia: Sang Woong che cresce in una famiglia perennemente in difficoltà a causa di un padre incapace di salvaguardare i risparmi, la fidanzata storica ossessionata dal denaro e che di lavoro fa la contabile. Cashero aggiunge poi il dilemma per eccellenza: un supereroe che per fare del bene si deve ridurre sul lastrico. Forza sovrumana e capacità curative diventano incredibilmente “costose”, ma ancor più difficile diventa scegliere di non intervenire nelle questioni non strettamente personali, salvaguardando però così la situazione ordinaria della propria vita personale. Più una condanna che una fortuna, insomma.
La trama ha il pregio di approcciare le diverse situazioni sfruttando modalità variegate, per cui ai passaggi più drammatici si alternano momenti ironici e bizzarri, scene più riflessive stemperate da momenti di pura azione, oltre a brevi spiragli di simpatica levità (ad esempio quando la fidanzata che gli passa la banconota per testare l’aumento della sua forza anche in camera da letto). Nonostante ciò, il drama palesa una scarsa chiarezza narrativa che porta questi diversi tipi di approccio a susseguirsi bruscamente, senza una lineare continuità necessaria a rendere il tutto scorrevole e coerente.
IL CAST
Partendo dal protagonista, Lee Jun Ho si rivela una scelta più che azzeccata: attore carismatico ed espressivo, reduce da un’altra prova meritevole (Thyphoon family) e che vanta in generale diverse intepretazioni degne di nota negli ultimi anni (King the land, Chief Kim, Dress sleeved red, Just between lovers). La sua è una recitazione grintosa, di carattere, che trova ad esempio un perfetto riscontro nelle inquadrature finali di alcuni episodi, dove riesce a conferire il giusto grado di incisività e verve alla scena. Oltre a lui, da segnalare sicuramente la prova di Kim Byung Chul, attore particolare capace di farsi apprezzare in ruoli diversi e il cui talento avevo già avuto modo di conoscere in “Doctor prisoner”. Ho ritrovato con piacere altre vecchie conoscenze, quali Jang Hyun Sung (il detective) e Kim Won Hae (l’anziano che vede il futuro), attori da anni dediti a interpretare magistralmente figure secondarie di drama celebri e ben fatti. Tutti attori, quelli citati, le cui carriere si erano già incrociate sui set di “Chief kim” e “Doctor prisoner” (all’appello credo manchi solo Namgoong Min, protagonista di entrambe le serie citate, ma che qui comprendo non avrebbe avuto senso… Anche perché la sua presenza avrebbe oscurato il protagonista, e non era certo il caso). Si fa nuovamente notare, in senso positivo, Lee Chae Min (Cho Nathan), che quest’anno ha attirato l’attenzione di molti grazie alla splendida prova in “Bon appetit, your Majesty”. Tra l’altro l’attrice che qui interpreta la sorella, nell’altro drama ricopriva il ruolo della sua concubina: di nuovo un ruolo da “cattiva” e di nuovo un buco nell’acqua, già che ne risulta ancora una volta un personaggi fiacco. Simpatica la ragazza col potere della telecinesi, mentre la fidanzata del nostro eroe davvero anonima: il romance non era il tema predominante ma più che altro un elemento di contorno, per cui la sua presenza è stata tutto sommato senza infamia e senza lode… Così come lo sarebbe stata quella di tante altre attrici non particolarmente brillanti.
OST
Non fenomenali ma adeguate al tipo di drama. Carine, in certi passaggi si fanno particolarmente notare, ma non sono quei brani che ti rimangono in testa anche a visione conclusa.
MARGINI DI MIGLIORAMENTO
- La figura del padre, introdotta e spiegata veramente male e in modo incoerente: non c’è un grande rapporto padre-figlio ma nemmeno del risentimento, per cui risulta abbastanza incomprensibile il fatto che trasmetta di punto in bianco il potere al giovane, stravolgendogli la vita e senza nemmeno degnarlo di spiegazioni non solo dovute ma anche necessarie per la sua incolumità. Un potere talmente ambito per cui Sang Woong entrerà fin da subito nel mirino dell’alleanza mondana, mentre al contrario il padre era stato lasciato tranquillamente in pace per anni. Qualcosa non torna, maialino-salvadanaio a parte.
- Gli altri soggetti con super poteri, di cui si sa ben poco e si decide di raccontare ancora meno. L’avvocato, Pan-Mi… persino il detective, avrebbero meritato tutti una maggiore attenzione e introspezione. Peccato.
- I cattivi: qui siamo proprio messi male. Sembrava una staffetta di quattro atleti dalle prestazioni deludenti che non facevano altro che passarsi – faticosamente – il testimone l’un l’altro. Soprattutto sugli obiettivi di ciascuno di loro, dal padre ai due figli all’usuraia, è rimasta una grande confusione.
- Le dinamiche, spesso poco coerenti e dove i tempi non tornano: Sang Woong viene attaccato da Cho Anna e dal suo tirapiedi dalle braccia infuocate, segue lo scontro tra i due, la vittoria di Sang Woong… Che poi si ferma. La nemica è lì, a un passo da lui, difesa da un gruzzolo di guardie inutili, e niente, il confronto termina lì, tipo “fine primo round”. Se facciamo fuori la cattiva subito, come portiamo avanti la storia? Non solo, hanno così fretta di mettere le mani su Sang Woong, sperando non si metta di mezzo anche l’Avvocato, che lo lasciano poi tranquillo per giorni/settimane, durante le quali lui ha paradossalmente modo di allearsi con gli altri due super umani e allenarsi per diventare più agile e forte. Ma perché??? Sono scelte che hanno senso solo per arrivare dove la storia già scritta vuole arrivare, ma rappresentano di fatto una strada forzata poiché il buonsenso e la logica andrebbero in tutt’altra direzione, ed è con quelle che ragiona lo spettatore ignaro dell’intera sceneggiatura.
Il drama dura poco, alcuni spunti sono originali, il cast merita, la storia a modo suo incuriosisce… Abbastanza da accettarne i difetti – che vanno messi in conto e che salteranno all’occhio – e apprezzarlo per quello che è.
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