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Pursuit of Jade chinese drama review
Completed
Pursuit of Jade
5 people found this review helpful
by Lynnea
19 days ago
40 of 40 episodes seen
Completed 2
Overall 8.0
Story 7.5
Acting/Cast 9.0
Music 9.0
Rewatch Value 7.0
This review may contain spoilers

Quando la forma prevale sulla sostanza

Se questo drama fosse uno dei tanti pacchetti esposti in una vetrina, allora sarebbe senza ombra di dubbio quello dall’incarto più scintillante, capace di distinguersi da tutti gli altri e attirare lo sguardo fin dal primo istante. Una confezione davvero spettacolare ma che, una volta rimossa e messi a nudo tutti i contenuti dei pacchetti sullo stesso scaffale, non si farebbe più riconoscere nettamente come prima.
E’ così che “Pursuit of Jade” arriva sullo schermo: confezionato in un involucro che non può passare inosservato: Zhang Ling He e Tian Xi Wei come protagonisti, un budget consistente, una campagna marketing che dovrebbe essere presa ad esempio e che ne ha fatto uno dei drama più attesi dell’anno. Eppure, dopo averne seguito l'intero arco narrativo, ci si trova di fronte a un'opera che incarna perfettamente le contraddizioni di molte produzioni cinesi contemporanee: tecnicamente ineccepibile, visivamente sontuosa, ma narrativamente fragile, quasi titubante nel costruire qualcosa di davvero memorabile.

La prima metà del drama è sicuramente la migliore e porta le aspettative a livelli stratosferici. L'ambientazione iniziale nel villaggio di Lin'an ha un fascino autentico: Fan Changyu, una macellaia dal cuore generoso ma dalla mano ferma, salva dalla neve un uomo ferito che si rivelerà essere il marchese Xie Zheng, creduto morto. Mantenendo segreta l'identità di lui, ne nasce un matrimonio di convenienza che, anziché scivolare nei soliti cliché, regala momenti di genuina freschezza. La chimica tra i due protagonisti funziona, le scene di vita quotidiana sono permeate di calore, e la regia cesella ogni inquadratura con cura quasi maniacale. Tian Xi Wei, in particolare, restituisce una Changyu vivace e credibile, fresca e originale, capace di alternare la durezza della sua professione a una vulnerabilità mai sopra le righe. È proprio questo contrasto – la macellaia che diventa marchesa – a costituire il motore emotivo iniziale. Il dramma sembra voler raccontare una storia di crescita reciproca, di due persone che imparano a fidarsi l'una dell'altra al di là delle convenzioni sociali. E per un po' ci riesce. Tremendamente bene.

La seconda metà del drama è però caratterizzata da una leggera ma costante perdita di quota. Il passaggio all'arco militare segna l'inizio di un lento ma inesorabile declino. Changyu si arruola, e quella che poteva essere un'evoluzione organica del personaggio diventa improvvisamente una forzatura narrativa. La sua ascesa a generale – dopo appena due battaglie – sfida qualsiasi sospensione dell'incredulità. Non basta aver avuto un padre che l'ha addestrata da bambina per giustificare la capacità di uccidere generali esperti con due colpi di spada. La sceneggiatura sembra voler costruire a tutti i costi una "leggenda della donna generale", dimenticando che la forza del personaggio risiede altrove: nella sua intelligenza pratica, nella sua umanità, nella sua capacità di navigare le complessità della vita senza bisogno di impugnare una spada in prima linea.
Non passano anni che possano rendere credibile una tale trasformazione, e il breve lasso di tempo rende l’evoluzione ancor più precipitosa. L’affascinante, originale e singolare macellaia più che vedere la crescita del proprio personaggio sembra proprio evolvere in una figura completamente diversa, pur presa in prestito da vicende storiche realmente accadute. Rispetto al romance, ci si è un po’ dilungati su alcuni meccanismi: l’identità segreta di lui resta tale per una quantità impressionante di episodi e, una volta venuta a galla, occorre mettere in conto un’altra quantità di episodi dove lei porta avanti il cruccio della differente estrazione sociale. Tutti aspetti sensati e leciti, ma che andavano sviluppati nei giusti tempi e non trascinati all’infinito.
Ancora più problematico è il trattamento riservato a Xie Zheng. Il personaggio, presentato inizialmente come un generale temuto, un uomo dal passato oscuro e dalla ferocia repressa, viene progressivamente svuotato. Le sue reazioni diventano sproporzionatamente pacate, la sua autorità militare si dissolve in una serie di malattie improvvise che lo costringono a letto ogni pochi episodi, e il suo ruolo si riduce a quello di spettatore ammirato della moglie, dove ci si ricorda che è il famoso e temuto Marchese di Wu’ An solo nei brevi incontri notturni con i suoi sottoposti, durante i quali viene aggiornato sugli sviluppi della situazione (tolto questa sorta di “bollettino”, si limita a fare il convalescente e ad aspettare pazientemente di vedere cosa succede). Quando Changyu lo droga per partecipare a una battaglia al posto suo – un atto che in qualsiasi contesto militare comporterebbe conseguenze gravissime – la sua risposta è un silenzio complice. Non c'è conflitto, non c'è confronto, non c'è nemmeno un accenno di autorità ristabilita. Il paradosso è che proprio mentre la protagonista viene esaltata oltre ogni misura, la sua autonomia narrativa ne risente paradossalmente. Per farla brillare, il drama finisce per costruire intorno a lei un mondo troppo accomodante, dove le conseguenze delle sue azioni vengono sistematicamente rimosse e dove la sua ascesa avviene in un vuoto di ostacoli credibili.
Ad arricchire ulteriormente il quadro ci pensa la coppia secondaria. Qi Min e Yu Qianqian – quest'ultima tragicamente confinata in un finale che nega ogni possibilità di felicità – rappresentano di fatto il nucleo emotivo più interessante dell'intera opera. Le loro dinamiche, per quanto tossiche, hanno il coraggio di mostrare desiderio, conflitto, ambiguità morale. Deng Kai, splendido psicopatico dalla chioma argentata nel ruolo di Qi Min e indiscutibilmente il mio personaggio preferito, offre un'interpretazione di gran lunga più sfaccettata rispetto a quella dei protagonisti, e la sua chimica con l'attrice che interpreta Qianqian genera una tensione di gran lunga superiore a quella della coppia principale. È paradossale: la storia secondaria, quella destinata a rimanere nell'ombra, è quella che rivendica con più forza la complessità che il resto del drama sembra rifuggire. Ho apprezzato anche l’altro pairing secondario, più modesto e per certi versi goffo, ma al tempo stesso anche molto tenero.
Passando ai cattivi, il problema è molto semplice: sono troppi. Quattro fazioni nemiche creano una confusione politica che neppure la sceneggiatura sembra in grado di districare. Il risultato è che l'intreccio politico, anziché arricchire la narrazione, la appesantisce, costringendo il finale a precipitare in una ridda di rivelazioni accatastate l'una sull'altra senza il giusto respiro.
Negli ultimi dieci episodi, se possibile, la situazione peggiora ulteriormente: le scene sono giustapposte senza fluidità, le transizioni appaiono forzate, e alcune sequenze – come il combattimento uno contro uno nel bel mezzo di un colpo di stato – sfiorano il ridicolo. Soprattutto, il drama inizia a "raccontare" ciò che prima "mostrava": le motivazioni vengono spiegate a voce, i conflitti interni vengono dichiarati anziché messi in scena, e l'empatia che si era costruita nei primi venti episodi si disperde in un susseguirsi di dialoghi espositivi.
Il finale è piuttosto deludente: dopo un penultimo episodio dove vi è un caos narrativo in cui personaggi ben costruiti agiscono in modi non del tutto lineari, ecco che l’ultimo capitolo si chiude con uno "scenario alternativo" che sembra più un ripensamento dell'ultimo minuto che una scelta autoriale coerente. La sensazione è che la produzione, dopo aver speso tutte le energie per confezionare un prodotto visivamente impeccabile, si sia accorta all'ultimo momento di dover risolvere anche la storia.
E qui sta il punto. “Pursuit of Jade” è un drama che eccelle per molti versi: volti noti, paesaggi mozzafiato, fotografia curata, colonne sonore accattivanti, un filtro lattiginoso che rende ogni inquadratura simile a un dipinto. Ma tutto questo, da solo, non basta. Spettacolare – di quella bellezza straordinaria che però non può e non deve durare in eterno (i paesaggi innevati rischiarati dalla luce calda del sole sono tra i più belli mai visti, eppure a un certo punto il fascino è diventato quasi esasperazione, e i fiocchi di neve continuavano a volteggiare nell’aria come pulviscolo anche quando non avevano quasi più ragione di esserci).
I costumi risultano belli e curati: ho trovato inizialmente strambe le due “antenne” sul copricapo del Marchese, ma apprezzo il fatto che trovino un riscontro storico che non conoscevo. Rispetto alla protagonista, ho preferito di gran lunga gli abiti indossati nella prima parte, forse più inusuali del solito ma proprio per questo anche più distintivi e caratterizzanti.

In generale, la sceneggaitura sembra scritta con l’obiettivo di ammaliare e accontentare il pubblico: attori belli, sguardi languidi, baci appassionati, una protagonista che emerge senza troppe difficoltà. Su tutto questo si spende a mille, fornendo materiale in abbondanza. Ma nel farlo, rinuncia a qualsiasi ambizione di complessità. I personaggi vengono smussati per diventare più facilmente amabili, i conflitti vengono risolti senza lasciare cicatrici, la Storia viene ridotta a sfondo decorativo per storie d'amore patinate.
OST davvero belle e coinvolgenti, forse nella prima parte in certe scene un po’ predominanti sui dialoghi, ma non starei a cercare il pelo nell'uovo. Sigla iniziale particolarmente deludente: l’ho trovata insulsa e banale, davvero sottotono se si considera invece l’attenzione messa nell’impatto visivo delle diverse scene di ogni singolo episodio. Ci si poteva inventare qualcosa di meglio, di più originale, insomma.
Cast, già detto, sicuramente di prim’ordine: Tian Xi Wei è stata per me una scoperta che mi auguro di rivedere in futuro, con un carisma innato e una grande espressività. Zhang Ling He, con la sua bellezza elegante e composta, dimostra ancora una volta una presenza scenica che non necessita di parole. Riesce a riempire i momenti di silenzio con grande sicurezza, portando in scena un personaggio estremamente umano ed equilibrato. Un tipo di caratterizzazione che è nelle corde dell’attore, ma che mi chiedo se rappresenti anche un suo limite: spero di vederlo, in futuro, dare prova di una maggiore versatilità interpretando qualche personaggio un po’ più particolare.

Sia chiaro, non si tratta di un brutto drama, anzi, complessivamente merita, poco ma sicuro. La qualità della produzione è indiscutibile, e gli amanti del genere troveranno senz'altro molti momenti di soddisfazione. Ma rispetto a quanto promette, mantiene meno del previsto. È il prodotto perfetto per un mercato che premia il riconoscibile rispetto all'originale, la sicurezza rispetto al rischio.
Resta, alla fine, una sensazione di opportunità mancata. Perché il potenziale c'era: l'inizio era solido, i due protagonisti ben caratterizzati. Ma la seconda metà, frettolosa e confusa, tradisce quella promessa iniziale, lasciando lo spettatore con l'amaro in bocca di un'opera che avrebbe potuto essere memorabile e invece si è accontentata di essere, semplicemente, un altro prodotto di successo.
Consigliato? Direi tranquillamente di sì. Ma più per ammirare la tecnica che la storia in sé: chi cerca un drama visivamente appagante e non dà troppo peso alla coerenza narrativa ne rimarrà probabilmente molto soddisfatto.
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