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Teach You a Lesson korean drama review
Completed
Teach You a Lesson
4 people found this review helpful
by Lynnea
17 days ago
10 of 10 episodes seen
Completed
Overall 8.5
Story 8.0
Acting/Cast 9.0
Music 8.5
Rewatch Value 8.0
This review may contain spoilers

"Se gli adulti iniziano a temere i bambini, il mondo è senza speranze"

IN SINTESI – Drama coreano di nuovo format ridotto – 10 episodi in totale – basato sul webtoon “Get schooled”, che mescola in modo avvincente temi concreti sul bullismo nelle scuole e approcci risolutivi eticamente opinabili ma di grande spettacolo. Una base tristemente reale sulla quale viene costruita una struttura più da fiction (non lo dico in senso negativo, può anche starci se l’obiettivo è il puro intrattenimento, ma non propone certo modelli concreti da seguire, sia chiaro).
Convinta di trovarmi di fronte a quello che erroneamente credevo sarebbe stato un arco narrativo unico, già dal secondo episodio diventa chiara la struttura autoconclusiva delle varie puntate, che permettono di prendere in considerazione le tante e diverse sfumature del bullismo e in generale delle giustizie in ambito scolastico, una piaga quanto mai attuale, ampia e complessa.

TRAMA – Con l’istituzione - da parte del Ministro dell’istruzione- del BDI, ossia un comparto specializzato a eradicare il bullismo e la delinquenza dalla scuola dell’obbligo, entra in scena il protagonista, l’ispettore capo Na Hwa Jin, ex comandante delle forze speciali e ora insignito dell’incarico che prevede particolari licenze, grazie alle quali può passare senza indugio dalle parole ai fatti per riportare delle situazioni ormai disperate a “norma di legge”. Un obiettivo che Na e il Ministro portano avanti in onore di un’insegnante uccisa da un allievo – che altri non è che la fidanzata del primo e la figlia del secondo – ostacolati in tutti i modi dall’opposizione politica. A completamento della squadra troviamo un impacciato ma volenteroso supervisore esperto di tecnologia e un’ex subordinata di Na, svitata, tosta, fedele e capace di emettere versi così striduli da forare i timpani. Si parte da questioni tra allievi, poi tra allievi e docenti per allargare infine il cerchio a genitori e dirigenti. Gli ultimi episodi uniscono il lavoro del BDI alla questione passata della fidanzata di Na Hwa Jin, incentrandosi sul giovane assassino tornato in libertà e, per nulla redento, alle prese con nuovi atti criminali.

TEMI PRINCIPALI
Partiamo da quello a mio avviso più opinabile, che rende il drama un buon prodotto di spettacolo ma non certo un modello da seguire. “Un mostro si può combattere solo con un altro mostro”: frase a dir poco agghiacciante pronunciata dal Ministro all’istruzione nel secondo episodio. Un approccio che sa tanto di “occhio per occhio, dente per dente”: in un drama funziona, nella vita reale no. La violenza genererà sempre e solo altra violenza, l’unico insegnamento che ne trarrà un giovane bullo messo alle strette da un adulto più forte di lui può essere uno e uno soltanto: “la strada della violenza è quella giusta… solo, devo diventare ancora più forte”. Pessimo messaggio.

Rispetto a molte altre opere, di questo drama ho apprezzato in modo particolare la struttura e come l’intera vicenda è stata ripartita nei vari episodi, apparentemente scollegati ma in realtà legati da più di un filo conduttore. Si inizia dalla vessazione fisica e psicologica tra allievi, alla frustrazione per chi non riesce a fruire dell’insegnamento a causa di altri allievi che impediscono lo svolgimento delle lezioni, al pericoloso potere dei social, dove l’attacco alla reputazione di una persona può distruggerla più della morte stessa, al trattamento non meritocratico da parte di alcuni insegnanti nei confronti dei propri allievi piuttosto che alle aspettative fuori misura di alcuni genitori che portano i propri figli allo sfinimento fisico e psicologico. Trovano spazio anche i genitori tuttologi (nella realtà solitamente esperti di medicina e insegnamento in particolare), che qui degenerano al punto da diventare veri e propri stalker, piuttosto che l’utilizzo di sostanze stupefacenti o gli effetti deleteri del gioco d’azzardo, senza dimenticare infine quella categoria di ragazzi “non ancora grandi ma non più bambini”, ovvero minori non punibili dalla legge ma di fatto già più che consapevoli del proprio operato, e quindi non poi così privi di responsabilità.

Nel complesso, il drama inquadra bene la realtà odierna: a sbagliare sono talvolta gli alunni, talvolta gli insegnanti, talvolta le famiglie e talvolta la società in generale. Ognuno è responsabile delle proprie azioni, adulto o ragazzino che sia, ma agli adulti spetta anche l’onere di dare l’esempio. Come dice la citazione nel titolo di questa recensione - frase ripetuta spesso nel corso degli episodi - "Se gli adulti iniziano a temere i bambini, il mondo è senza speranze": le nuove generazioni crescono sotto la guida di quelle precedenti, c'è poco da girarci intorno. Se i giovani arrivano a farci paura, c'è da farsi due domande sulla società adulta odierna. Le famiglie sempre più spesso delegano alla scuola l’intera educazione dei figli, la scuola si ritrova sola, con le mani legate e a volte non all'altezza della situazione, la società è difficilmente di supporto nell’immediato e si ritroverà anni dopo a raccogliere i frutti di un percorso fallimentare. E’ uno scenario che non vale per tutti – ovviamente – ma che si ripropone negli ultimi anni sempre con maggiore frequenza, e lo dico da persona che lo vive professionalmente da vicino nel quotidiano. Quindi ben vengano questo genere di lavori, perché di certi problemi non se ne parla mai abbastanza.

PERSONAGGI
Protagonista indiscusso è l’ispettore Na Hwa Jin, ispettore capo del BDI con alle spalle un passato nelle forze speciali, uomo dalle molteplici abilità e di ferrea determinazione, di poche parole ma capace di azioni devastanti. Sicuro di sé e impossibile da intimorire, lo vediamo relazionarsi con allievi, insegnanti e famiglie con un carisma quasi ipnotico: non c’è traccia di esaltazione nel suo sguardo mentre mette in riga i bulli, solo una calma olimpica che lo fa sembrare quasi l’incarnazione di una giustizia inappellabile che agisce al di fuori delle regole.
A sostenerlo, Choi Gang Seok, ministro dell’istruzione e suocero mancato, che con una forza di volontà invidiabile sopprime il dolore della perdita della figlia mentre avanza lungo il percorso -difficile ma doveroso – volto a risanare un sistema scolastico ormai allo sbando, e durante il quale si presta quale bersaglio dei vari “proiettili” mediatici e non esita a farsi carico di enormi responsabilità.
Im Han Rim, ex militare dal passato doloroso e fedele subordinata di Na Hwa Jin, porta in scena una figura dall’emotività travolgente (in questo senso bilancia perfettamente i due personaggi sopracitati) e con il suo approccio deciso, diretto e privo di fronzoli trova una complementarietà perfetta con l’ultimo elemento della squadra, il goffo ma dignitoso supervisore Bong Geun Dae.

CAST
Non conoscevo Kim Mu Yeol, ma l’ho trovato semplicemente spettacolare. Capace, espressivo, abile nel giocare con quell’ironia sottile e quel sorriso inquietantemente anticipatorio che mi ha ricordato in molte scene un altro mostro sacro del cinema coreano, Shin Ha Kyun. Lee Sung Min lo ricordavo con piacere al fianco di Song Joong Ki in “Youngest son of a Conglomerate” qualche anno fa e prima ancora, nel lontano 2012, con Lee Seung Gi in “The king 2 hearts”, e l’ho ritrovato in splendida forma qui, di nuovo parte di un duo di alto livello e ben riuscito. Dopo aver lavorato per una ventina d’anni nel teatro è approdato al mondo cinematografico sulla soglia di quarant’anni, motivo per cui non ci sono film o drama dove ricopre il ruolo di protagonista, peccato perché sarei stata proprio curiosa di vederlo. Una menzione doverosa anche a Lee Bong Joon, che veste i panni del giovane Cho Gyu Cheol, lo studente colpevole di aver assassinato la figlia/fidanzata del duo principale: pur presente solo in alcuni episodi del drama, riesce a tratteggiare egregiamente il ritratto di un giovane inquietantemente crudele e senza un briciolo di morale o coscienza, esempio perfetto di quella parte di soggetti – che purtroppo ci sono – che nonostante tutti gli sforzi sono probabilmente irrecuperabili.

ASPETTI TECNICI - Ritmo serrato, tonalità cupe e fredde, primi piani che si concentrano sui volti per cogliere ogni sfumatura di terrore o di determinazione. Grande fluidità nelle scene d’azione, pur con qualche taglio di montaggio eccessivo in alcuni combattimenti che coinvolgono i personaggi secondari. L’uso dello slow motion (effetto a rallentatore) viene utilizzato in alcuni scontri per enfatizzare al meglio l’azione. Il vero valore aggiunto è però dato dalla colonna sonora, capace di fare la differenza, in particolar modo con il brano “Hunt you down” di Lee Richardson, utilizzato nella sigla e nei momenti adrenalinici, dove più che accompagnare la scena funge proprio da starter psicologico che carica lo spettatore di anticipazione.

IN CONCLUSIONE – Una serie avvincente e di grande intrattenimento, che abbraccia tematiche vere e attuali ma senza portare avanti una risoluzione altrettanto realistica: la denuncia c’è, poi però subentra la fiction. Una scelta particolare, forse non tra le più congeniali, che se da una parte porta alla necessità di ribadire la discutibilità del modello proposto, dall’altra funziona inaspettatamente alla grande come prodotto di spettacolo, sicuramente grazie anche all’ottima performance delle figure principali. Con la giusta chiave di lettura, sicuramente consigliato.
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