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Il destino è predestinato ma la storia perde il filo...
IN SINTESI - La premessa di questo drama BL made in Taiwan ha un discreto potenziale: la figura centrale di uno studente universitario, Lin Jia Kai, in grado di vedere i "fili" che rappresentano i legami emotivi tra le persone — rossi per l'amore, verdi per i legami familiari, blu per l'ostilità. Ironia della sorte, lui è una specie di isolante, ovvero l’unico senza fili e quindi privo di qualsiasi connessione, finché non incontra il poliziotto Wu Da Wei, che – ovviamente - non crede a queste cose e lo scambia per un imbroglione. Tra i due appare un filo argentato, colore nuovo anche per Jia Kai. Complice una poco credibile collaborazione nella risoluzione di alcuni casi investigativi, si instaura così un rapporto sempre più informale e stretto tra i due.
TEMI PRINCIPALI – Solitudine, destino e identità: sono un po’ i concetti che vengono sottolineati dalla vicenda, un intento abbastanza chiaro ma privo di qualsivoglia spessore a livello di narrazione. L’idea c’era, anche buona, lo sviluppo è banale e non si fa certo ricordare. Lo stesso filo argentato, novità che poteva e doveva diventare il perno centrale della narrazione, diventa il simbolo del potenziale pensato e lasciato andare alla deriva.
Il conflitto centrale della storia dovrebbe ruotare attorno al significato del "filo argentato", ma sembra passare subito in secondo piano. Il contesto investigativo non aiuta, molti passaggi risultano poco credibili e forzati, l’atmosfera è spesso più comica che romantica. Sono un insieme di siparietti simpatici, ma a conti fatti privi di vera sostanza. La situazione peggiora dopo il primo bacio: non segue nessuna conferma del rapporto, nessuna confessione, mentre l’accenno di tensione tra i due sembra evaporare e dissolversi nel nulla. Da lì in avanti la storia sembra davvero perdere la bussola, risultando in una sequenza di eventi che generano più confusione che coinvolgimento.
PERSONAGGI - Jia Kai è un ragazzo goffo, simpatico e innegabilmente buono. Benchè le sue azioni non siano sempre di buonsenso, non si tira mai indietro quando deve andare a supporto di qualcuno. Lo fa in uno strambo modo suo, però. E’ un po’ il ritratto di un bravo ragazzo impacciato nelle relazioni, un giovane che non ha ancora imparato a stare al mondo. Da Wei è invece il tipico poliziotto duro dal cuore gentile, il cui comportamento è spesso conseguenza di un vecchio trauma che tende a nascondere ma che ancora lo affligge. La chimica tra i due è debole, la loro caratterizzazione è sì delineata, ma non c’è un vero e proprio sviluppo del personaggio in termini di profondità. Rimane più come una superficiale descrizione dello stesso.
ASPETTI TECNICI – La regia di Yu Chih Han rivela tutta l’inesperienza col settore, contando in passato prevalentemente cortometraggi. Gli si può riconoscere tuttavia un buon approccio estetico: la particolare questione dei fili colorati viene inserita nella giusta misura, senza esagerazioni pacchiane che avrebbero reso l’elemento fantastico ridicolo e finto. La fotografia è semplice, di un anonimo livello standard. Sul fronte OST manca completamente la capacità di rendere memorabili le scene che dovrebbero esserlo: c’è ma è un mero accessorio di accompagnamento.
IN CONCLUSIONE – I meriti sono pochi, ridotti, e spesso concatenati ad altrettanti difetti (protagonisti simpatici ma senza spessore, momenti di piacevole umorismo ma che non portano da nessuna parte). Il concept originale meritava sicuramente un’attenzione e uno sviluppo maggiore. E’ un drama che in diverse parti – da qui anche una disomogeneità narrativa - può anche definirsi “carino”, ma non si riesce ad andare oltre. Guardabile, facile da seguire senza il minimo sforzo. A conti fatti, la definizione a mio avviso più calzante è, probabilmente, “mediocre”.
TEMI PRINCIPALI – Solitudine, destino e identità: sono un po’ i concetti che vengono sottolineati dalla vicenda, un intento abbastanza chiaro ma privo di qualsivoglia spessore a livello di narrazione. L’idea c’era, anche buona, lo sviluppo è banale e non si fa certo ricordare. Lo stesso filo argentato, novità che poteva e doveva diventare il perno centrale della narrazione, diventa il simbolo del potenziale pensato e lasciato andare alla deriva.
Il conflitto centrale della storia dovrebbe ruotare attorno al significato del "filo argentato", ma sembra passare subito in secondo piano. Il contesto investigativo non aiuta, molti passaggi risultano poco credibili e forzati, l’atmosfera è spesso più comica che romantica. Sono un insieme di siparietti simpatici, ma a conti fatti privi di vera sostanza. La situazione peggiora dopo il primo bacio: non segue nessuna conferma del rapporto, nessuna confessione, mentre l’accenno di tensione tra i due sembra evaporare e dissolversi nel nulla. Da lì in avanti la storia sembra davvero perdere la bussola, risultando in una sequenza di eventi che generano più confusione che coinvolgimento.
PERSONAGGI - Jia Kai è un ragazzo goffo, simpatico e innegabilmente buono. Benchè le sue azioni non siano sempre di buonsenso, non si tira mai indietro quando deve andare a supporto di qualcuno. Lo fa in uno strambo modo suo, però. E’ un po’ il ritratto di un bravo ragazzo impacciato nelle relazioni, un giovane che non ha ancora imparato a stare al mondo. Da Wei è invece il tipico poliziotto duro dal cuore gentile, il cui comportamento è spesso conseguenza di un vecchio trauma che tende a nascondere ma che ancora lo affligge. La chimica tra i due è debole, la loro caratterizzazione è sì delineata, ma non c’è un vero e proprio sviluppo del personaggio in termini di profondità. Rimane più come una superficiale descrizione dello stesso.
ASPETTI TECNICI – La regia di Yu Chih Han rivela tutta l’inesperienza col settore, contando in passato prevalentemente cortometraggi. Gli si può riconoscere tuttavia un buon approccio estetico: la particolare questione dei fili colorati viene inserita nella giusta misura, senza esagerazioni pacchiane che avrebbero reso l’elemento fantastico ridicolo e finto. La fotografia è semplice, di un anonimo livello standard. Sul fronte OST manca completamente la capacità di rendere memorabili le scene che dovrebbero esserlo: c’è ma è un mero accessorio di accompagnamento.
IN CONCLUSIONE – I meriti sono pochi, ridotti, e spesso concatenati ad altrettanti difetti (protagonisti simpatici ma senza spessore, momenti di piacevole umorismo ma che non portano da nessuna parte). Il concept originale meritava sicuramente un’attenzione e uno sviluppo maggiore. E’ un drama che in diverse parti – da qui anche una disomogeneità narrativa - può anche definirsi “carino”, ma non si riesce ad andare oltre. Guardabile, facile da seguire senza il minimo sforzo. A conti fatti, la definizione a mio avviso più calzante è, probabilmente, “mediocre”.
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