News Quando la sintonia di coppia del remake batte l'originale (pur con riserve)
IN SINTESI - Remake tailandese di un classico che, sorprendentemente, riesce un poco meglio dell’originale coreano. Certo i difetti non mancano – in parte tipici delle produzioni Thai (la componente melodrammatica eccessiva, stile soap opera) e in parte comuni in molte opere di quel periodo (anno 2014) – ma riesce tuttavia a inserire spunti interessanti e piacevoli che donano alla storia freschezza e calore: l’approccio leggero e l’ottima sintonia tra i protagonisti sono sufficienti a conquistare lo spettatore e a tenerlo agganciato fino alla fine nonostante qualitativamente non sia sempre all’altezza.
LA STORIA – E’ fedele alla versione originale dove una giovane aspirante scrittrice, Aom, scopre che la sua casa — la “Full House” del titolo — è stata venduta dal cugino a sua insaputa a una superstar arrogante e piena di sé, Mike. Costretti a convivere per una serie di circostanze, finiscono per concordare un contratto di matrimonio di convenienza che, come da copione, si trasformerà lentamente in un sentimento autentico. Niente di nuovo, insomma, se non un meccanismo conosciuto e ben oliato che – ogni tanto – fa sempre piacere rivedere.
TEMI PRINCIPALI - Le motivazioni che determinano gli sviluppi delle varie vicende sono spesso un po’ forzate e ben lontane da dinamiche credibili nella realtà - diciamo tranquillamente che sono al servizio del pairing principale, perché così è – ma, accettato questo aspetto, si può poi apprezzare serenamente il drama per quello che vuole e può offrire: una storia sull’amore che sboccia dove meno ce lo si aspetta, una convivenza che promuove una crescita personale e che ribalta la percezione di ciò che è finto e ciò che è reale (il contratto di convenienza diventa l’elemento d’apparenza non più rispetto al mondo esterno ma nei confronti dei sentimenti autentici e sinceri che iniziano a sviluppare tra di loro). Trovano poi spazio brevi riflessioni a margine sulle pressioni che acompagnano la fama, sui pregiudizi e sulle prime impressioni ingannevoli.
I PERSONAGGI - Mike è il classico "bad boy d’apparenza”: bello, freddo, ma col cuore tenero. Le sue uscite al vetriolo sono spesso ciniche e crudeli, ma il suo sguardo manca quasi sempre di un’espressione altrettanto incattivita.. Aom, di contro, è dolce ma non ingenua, vivace senza risultare fastidiosa, per quanto in alcuni passaggi (vedi l’incontro sul volo aereo) vada un po’ sopra le righe, ma fa un po’ parte degli eccessi tipici delle caratterizzazioni tailandesi. I personaggi secondari sono un po’ troppo stereotipati, il quadrilatero del “mi piace ma non mi ricambia” sconfina nella totale irrealtà (ma ci siamo detti che su questo fronte bisogna per forza soprassedere).
CAST - Mike D'Angelo e Aom Sushar – i cui personaggi utilizzano gli stessi nomi che sono i veri soprannomi dei due attori nella vita reale – sono ciò che fornisce al drama quel “quid” in più. La loro chimica funziona a dovere, la sintonia rende i loro battibecchi divertenti e coinvolgenti, una vera condivisione delle scene, siano queste momenti stemperati o passaggi più delicati. Nel panorama delle celebrità tailandesi – dove comunque non si può utilizzare lo stesso metro di misura adottato ad esempio per gli attori cinesi o coreani – sono probabilmente tra i nomi che metterei nella rosa dei più capaci. Senza la loro alchimia, il drama non avrebbe avuto lo stesso fascino, poco ma sicuro. Piccola parentesi: con i tDrama mi risulta sempre un po’ ostico l’ascolto della lingua originale – trovo la fonotassi e la prosodia del tailandese poco gradevoli – ma trattandosi di un aspetto dettato unicamente dal gusto personale non è certo un difetto da imputare agli attori (le voci sono le loro originali).
ASPETTI TECNICI – Restando col “metro” Thai – qualsiasi paragone con produzioni di altri Paesi asiatici sarebbe impietosa – la serie si caratterizza per un ritmo fluido e abbastanza calibrato (fatta eccezione sulla digressione del viaggio in Corea delle prime puntate, che si è dilungata un po’ troppo). L’OST è buona in termini di brani, ma la sua gestione lascia spesso a desiderare: s’inserisce e s’interrompe troppo bruscamente – stile stacchetto pubblicitario – e anche il volume non è stato ben modulato. La regia è semplice, solo di tanto in tanto ricerca qualcosa di un po’ più ispirato (vedi scena sul ponte col gelato), ed è un bene perché date le risorse puntare al poco ma fatto decentemente è la carta vincente.
IN CONCLUSIONE – Messi in conto i classici limiti delle serie Tailandesi (come l’artificiosità fin troppo palese in molti passaggi), a confronto con le stesse ne esce comunque a testa alta: questo grazie quasi esclusivamente al cast, dove gli attori protagonisti tengono di fatto in piedi il drama e fanno la differenza. Una visione piacevole se senza troppe pretese e uno dei – pochi – casi in cui il remake funziona comunque meglio dell’originale.
LA STORIA – E’ fedele alla versione originale dove una giovane aspirante scrittrice, Aom, scopre che la sua casa — la “Full House” del titolo — è stata venduta dal cugino a sua insaputa a una superstar arrogante e piena di sé, Mike. Costretti a convivere per una serie di circostanze, finiscono per concordare un contratto di matrimonio di convenienza che, come da copione, si trasformerà lentamente in un sentimento autentico. Niente di nuovo, insomma, se non un meccanismo conosciuto e ben oliato che – ogni tanto – fa sempre piacere rivedere.
TEMI PRINCIPALI - Le motivazioni che determinano gli sviluppi delle varie vicende sono spesso un po’ forzate e ben lontane da dinamiche credibili nella realtà - diciamo tranquillamente che sono al servizio del pairing principale, perché così è – ma, accettato questo aspetto, si può poi apprezzare serenamente il drama per quello che vuole e può offrire: una storia sull’amore che sboccia dove meno ce lo si aspetta, una convivenza che promuove una crescita personale e che ribalta la percezione di ciò che è finto e ciò che è reale (il contratto di convenienza diventa l’elemento d’apparenza non più rispetto al mondo esterno ma nei confronti dei sentimenti autentici e sinceri che iniziano a sviluppare tra di loro). Trovano poi spazio brevi riflessioni a margine sulle pressioni che acompagnano la fama, sui pregiudizi e sulle prime impressioni ingannevoli.
I PERSONAGGI - Mike è il classico "bad boy d’apparenza”: bello, freddo, ma col cuore tenero. Le sue uscite al vetriolo sono spesso ciniche e crudeli, ma il suo sguardo manca quasi sempre di un’espressione altrettanto incattivita.. Aom, di contro, è dolce ma non ingenua, vivace senza risultare fastidiosa, per quanto in alcuni passaggi (vedi l’incontro sul volo aereo) vada un po’ sopra le righe, ma fa un po’ parte degli eccessi tipici delle caratterizzazioni tailandesi. I personaggi secondari sono un po’ troppo stereotipati, il quadrilatero del “mi piace ma non mi ricambia” sconfina nella totale irrealtà (ma ci siamo detti che su questo fronte bisogna per forza soprassedere).
CAST - Mike D'Angelo e Aom Sushar – i cui personaggi utilizzano gli stessi nomi che sono i veri soprannomi dei due attori nella vita reale – sono ciò che fornisce al drama quel “quid” in più. La loro chimica funziona a dovere, la sintonia rende i loro battibecchi divertenti e coinvolgenti, una vera condivisione delle scene, siano queste momenti stemperati o passaggi più delicati. Nel panorama delle celebrità tailandesi – dove comunque non si può utilizzare lo stesso metro di misura adottato ad esempio per gli attori cinesi o coreani – sono probabilmente tra i nomi che metterei nella rosa dei più capaci. Senza la loro alchimia, il drama non avrebbe avuto lo stesso fascino, poco ma sicuro. Piccola parentesi: con i tDrama mi risulta sempre un po’ ostico l’ascolto della lingua originale – trovo la fonotassi e la prosodia del tailandese poco gradevoli – ma trattandosi di un aspetto dettato unicamente dal gusto personale non è certo un difetto da imputare agli attori (le voci sono le loro originali).
ASPETTI TECNICI – Restando col “metro” Thai – qualsiasi paragone con produzioni di altri Paesi asiatici sarebbe impietosa – la serie si caratterizza per un ritmo fluido e abbastanza calibrato (fatta eccezione sulla digressione del viaggio in Corea delle prime puntate, che si è dilungata un po’ troppo). L’OST è buona in termini di brani, ma la sua gestione lascia spesso a desiderare: s’inserisce e s’interrompe troppo bruscamente – stile stacchetto pubblicitario – e anche il volume non è stato ben modulato. La regia è semplice, solo di tanto in tanto ricerca qualcosa di un po’ più ispirato (vedi scena sul ponte col gelato), ed è un bene perché date le risorse puntare al poco ma fatto decentemente è la carta vincente.
IN CONCLUSIONE – Messi in conto i classici limiti delle serie Tailandesi (come l’artificiosità fin troppo palese in molti passaggi), a confronto con le stesse ne esce comunque a testa alta: questo grazie quasi esclusivamente al cast, dove gli attori protagonisti tengono di fatto in piedi il drama e fanno la differenza. Una visione piacevole se senza troppe pretese e uno dei – pochi – casi in cui il remake funziona comunque meglio dell’originale.
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