Questa storia è tratta dal libro di Sang-young Park, edito in Italia per Rizzoli con il titolo Amore, Malboro e mirtilli, ma non è la sola trasposizione uscita nel 2024.
Sono due, infatti, gli adattamenti tratti da questo bellissimo romanzo e Love in the Big City è il titolo sia del drama da otto episodi (che potete trovare su Viki) sia del film.
I due hanno comunque delle differenze.
Se il drama riprende passo passo tutti e quattro gli archi narrativi del cartaceo, il film è un progetto nato precedentemente rispetto alla serie e racconta le vicende solo del primo capitolo del libro, che corrispondono ai primi due episodi del drama, ma con alcuni cambiamenti.
Il protagonista non è, infatti, solo Heung-su, ragazzo gay che vuole mantenere segreto il suo orientamento sessuale, ma, insieme a lui, lo è anche Jae-hui, uno spirito libero, una donna forte e audace.
La trama ruota attorno alla loro amicizia e, grazie ad essa, vengono affrontati tantissimi temi delicati e importanti che sicuramente non verranno tutti trattati in queste poche righe, soprattutto per non anticipare troppo riguardo alla storia.
Jae-hui si avvicina a Heung-su dopo averlo beccato a limonare con un ragazzo.
Pensando che lei abbia scoperto il suo punto debole e che prima o poi lo userà contro di lui, Jae-hui lo rassicura e, con la sua genuinità, afferma: “Come può risultare un punto debole essere se stessi?”
Questa frase risuona forte come il vero e unico messaggio del film.
Love in the Big City, infatti, racconta dei pregiudizi che devono affrontare chi viene ritenuto “diverso”.
E non ci si riferisce solo al protagonista che fa di tutto per nascondere la sua omosessualità per paura di essere etichettato, giudicato e non accettato, ma anche alla co-protagonista che affronta le critiche a testa alta: a lei piace divertirsi, bere e innamorarsi dei bei ragazzi e non c’è niente di sbagliato in tutto ciò.
Insieme al Heung-su, anche lei si dovrà scontrare più volte con un’opinione pubblica retrograda rappresentata durante il corso del film da varie figure, ma che trova la sua espressione massima nella dottoressa della clinica ginecologica alla quale Jae-hui si rivolge: il modellino dell’utero, che prende prima di scappare via correndo, diventa quasi il simbolo dell’orgoglio femminile; sembra quasi gridare che il corpo è di ogni donna e ogni donna ne fa quello che vuole.
Ed è così che il film Love in the Big City diventa portabandiera non solo della comunità LGBTQ, ma anche dei diritti delle donne.
La storia risulta essere molto realistica e quindi più vicina allo spettatore.
I due protagonisti, nel loro percorso di ricerca del vero amore e della felicità, agiscono in modo impulsivo e poco saggio, commettendo più volte lo stesso errore, come del resto può veramente succedere nella vita reale quando si tratta di sentimenti.
D’altronde, non importa in quale guaio Jae-hui e Heung-su si cacceranno: loro sanno che potranno sempre contare l’una sull’altro.
Viene descritta un’amicizia che va al di là del semplice affetto e che assomiglia più all’essere una vera e propria famiglia. E questo è dimostrato nei piccoli gesti quotidiani che intravediamo nella pellicola: Heung-su che posiziona nel congelatore le Malboro che lei ama fumare fredde e Jae-hui che compra i mirtilli che lui adora mangiare ancora surgelati; lui che usa la BB cream di Jae-hui e lei che utilizza il rasoio di Heung-su.
Come si può notare, i nomi dei personaggi non sono gli stessi del romanzo, come a voler sottolineare che questa non è la trasposizione fedele del cartaceo, ma ne è solo tratto.
Sono interessanti tutti i rimandi al mondo queer che possiamo scovare all’interno del film.
Primo fra tutti troviamo proprio l’autore Sang-young Park: il protagonista legge un articolo in cui si parla proprio di lui e della letteratura queer in Corea.
Meraviglioso anche il rimando al film hongkonghese Happy Together del 1997, famosa storia che parla di una relazione omosessuale; e non a caso un ragazzo che frequenta Heung-su gli dice di assomigliare proprio al personaggio interpretato da Tony Leung.
Possiamo, quindi, capire fin da subito che la sceneggiatura è curata nei minimi dettagli, così come del resto lo è la regia: in ogni scena c’è uno studio minuzioso della luce e dei colori, sia nelle parti di vita notturna sia nella vita di tutti i giorni.
Anche la musica risulta sempre impeccabile, riuscendo ad essere sempre il sottofondo ideale in ogni scena.
Eccezionali, sotto ogni punto di vista, sono stati i due attori protagonisti.
Go-eum Kim ha dato più volte prova di essere un’attrice straordinaria e sfaccettata che riesce sempre a immergersi nel proprio personaggio sia sul piccolo che sul grande schermo.
Ha dato vita a una Jae-hui forte e tenace, che sa esattamente quali sono i punti deboli del genere femminile e che non ha paura di affrontarli. Personalmente, l’ho preferita alla sua controparte nel drama. C’è da sottolineare, d’altronde, che ha avuto molto più spazio rispetto alla serie, potendo così caratterizzare al meglio il proprio personaggio.
Steve Noh è stato perfetto, tanto che sembrava uscito dalle pagine del romanzo stesso. Anzi, sia lui che Yoon-soo Nam, attore che interpreta il protagonista nella serie, sono stati impeccabili, rappresentando sfaccettature diverse dello stesso personaggio, ma, allo stesso tempo, assomigliandosi tantissimo. Ed è una cosa più unica che rara che due attori, con età diverse e trascorsi diversi, riescano entrambi a ricordare così tanto e in modo così simile il protagonista originale.
Nel film, il personaggio interpretato da Steve Noh è un ragazzo insicuro per quanto riguarda le storie d’amore. Non riesce a vivere spensieratamente le sue relazioni ed è proprio Jae-hui che gli insegna a buttarsi: d’altronde per chi altri, se non per la sua migliore amica, Heung-su avrebbe mai cantato e ballato Bad Girl, Good Girl delle miss A davanti a tutti gli invitati ad un matrimonio? E vi assicuro che questa scena vale da sola tutto il film!
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Nonostante che nelle varie puntate non accada niente di eclatante, questo drama è veramente pienissimo di contenuti.
Partendo dal fatto che la storia d'amore presentata è veramente dolcissima, l'autrice ci descrive uno squarcio di realtà che rappresenta una Corea leggermente diversa da quella presentata di solito nei vari drama.
La relazione fra i due protagonisti non è vista di buon occhio dalla società: non solo lui è molto più giovane di lei, ma è anche un orfano (fatto di cui non andare fieri, a quanto pare). Nello sfondo di questa bellissima storia d'amore vengono presentate anche una situazione familiare dove è la madre che decide un po' tutto e una situazione lavorativa non rosea dove le impiegate vengono alcune volte molestate.
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"Hear Me: Our Summer" ci insegna di no. Questo, infatti, è un film silenzioso in cui il dialogo è ridotto a poche battute. Prevale il silenzio e la comunicazione non verbale in quanto i protagonisti utilizzano il linguaggio dei segni per esprimersi. Ma non solo: anche le espressioni facciali e il linguaggio del corpo sono importanti.
E in questo gli attori protagonisti sono stati straordinari.
Il ruolo di Yong-joon non era per niente semplice: una cotta a prima vista, in questo caso, poteva essere fraintesa con un atteggiamento molesto, ma l’attore Hong Kyung, interpretando il suo personaggio in maniera genuina e con semplicità, ha dato vita a un protagonista con un carattere sfaccettato e tenero.
Il modo in cui ha espresso ogni emozione grazie alle sue espressioni e al linguaggio del corpo è stato eccezionale. Ha rappresentato il suo personaggio in maniera naturale, mantenendo la sua personalità coerente per tutto il film e riuscendo a far capire al pubblico come la sua cotta si trasformi sempre più in amore vero e proprio: traspare in ogni minuto la voglia di essere accanto a lei e la voglia di accertarsi che stia bene, fattore che si concretizza con i pasti che si assicura di consegnarle.
Roh Yoon-seo nel ruolo di Yeo-eum è stata bravissima: anche lei è riuscita a trasmettere ogni singola emozione solo con le sue espressioni. Inoltre ha avuto una sintonia bellissima con Kim Min-ju (che interpreta la sorella) persino questa trasmessa senza dire una sola parola in tutto il film. Inutile dire che le scene in cui sono presenti le due sorelle sono davvero toccanti perché, dopotutto, il protagonista vero e proprio è l’amore in senso lato, non solo quello sentimentale, ma anche l’affetto per i propri cari e l’amore verso se stessi.
"Hear Me: Our Summer" è un remake del film thailandese "Hear Me" del 2009 (di cui consiglio la visione) ed è riuscito ad essere fedele all’originale, svecchiandolo e cambiando il minimo; a questo proposito aspettate di vedere la scena dopo i primi titoli di coda perché davvero dolcissima.
"Hear Me: Our Summer" presenta un tema difficile, come la disabilità uditiva, in maniera semplice e dolce, trasformandosi così per gli spettatori in un caldo abbraccio.
Bisognerebbe guardarlo facendo attenzione ai minimi dettagli, ma sono convinta che, per quanto uno possa essere accorto, il finale vi stupirà strappandovi un sorriso.
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A suo favore, aggiungo subito, che i singoli episodi sono molto brevi, di una durata di circa trenta minuti, compresi sigla e titoli di coda, quindi molto fruibili anche per chi ha poco tempo a disposizione.
Questo è un drama un po’ atipico perché, se di solito nei drama viene mostrato come si incontrano i due protagonisti e come si innamorano, qui vediamo il dopo: cosa succede dopo il “vissero felici e contenti”, cosa accade in seguito al matrimonio.
ILing si rende subito conto che la vita reale non è come nelle favole, pensando così al divorzio almeno una volta a settimana. Si è innamorata di quello che è attualmente suo marito, XueYou, con un colpo di fulmine. Lei afferma che, con un grande senso di realismo legato indissolubilmente da un senso dell’umorismo spiccato che l’accompagnerà poi per tutte le puntate, gli uomini possono confondere il colpo di fulmine con l’afflusso di sangue al pene, ma visto che lei non ha quell’organo, doveva trattarsi davvero di batticuore.
Dopo il matrimonio, però, le cose non vanno bene: i due sposini si ritrovano a vivere in casa dei genitori di lui, con una suocera molto invasiva e che spesso cerca di manipolare, a suo favore, il figlio. La mancanza di polso del marito che non riesce a controbattere la madre, fa sì che quella che doveva essere un assestamento temporaneo, risulti una sistemazione vera e propria.
Alle numerose richieste di comprare una casa propria, XueYou risponde che la mamma gli ha spiegato che non è il momento giusto per farlo; ma questo non gli impedisce di acquistare, invece, numerose case e appartamenti fatti con costruzioni, per realizzare la sua città di Lego.
La situazione comincia a cambiare quando ILing, a causa di un lavoro, è costretta a scaricare un’applicazione che ricerca la propria anima gemella; fa il login svogliatamente, avendo ormai perso ogni fiducia nell’amore. L’app, inaspettatamente, suona: la sua anima gemella a quanto pare è stata individuata nel personaggio misterioso di Rain, uomo che afferma quasi da subito di abitare nella stessa città di Sun, nome utente di ILing. Quest’ultima affermazione, farà sì che lo spettatore si chieda, per ogni personaggio maschile che entra in scena, se in realtà non sia proprio Rain.
ILing comincia ad avere dubbi. È divisa in due fra la responsabilità matrimoniale e famigliare e la voglia di conoscere altri uomini per scoprire se tutto il genere maschile è infantile, mammone e russa in modo rumoroso proprio come il marito.
Nel corso della visione non sono pochi i temi importanti trattati, tutti presentati con molta ironia e comicità, ma anche con realismo, tanto che lo spettatore si può identificare nei protagonisti: dalla ricerca di un nuovo nido, all’argomento figli, passando per parenti impiccioni. La società e la famiglia portano grandi aspettative soprattutto sul genere femminile, anche su ILing. Ho apprezzato come tutto, a un certo punto, venga però ribaltato, regalando un punto di vista per niente scontato.
I due attori protagonisti, Alice Ko e Jasper Liu, sono stati fenomenali. Ho avuto la fortuna di vederli in altri progetti e conoscevo la loro bravura, ma in questo drama non avevano un ruolo semplice: il rischio era che lo spettatore potesse non tifare per la loro coppia; tuttavia, grazie allo loro interpretazione e alla loro chimica sempre tangibile, nonostante litigi e incomprensioni, personalmente ho sempre sperato che il loro matrimonio potesse funzionare, anche se sono apparsi nella scena altri uomini davvero interessanti!
Il vero protagonista della serie, dopotutto, è proprio il matrimonio: non è semplice camminare allo stesso passo e nella stessa direzione, ma bisogna provarci, grazie anche ad una buona comunicazione; perché, in fin dei conti, in quest’ambito 1+1=1.
È questo ciò che ci racconta I am married…but! grazie anche a un’equilibrata sceneggiatura che bilancia momenti divertenti, a tratti sciocchi, a momenti di pura emotività, in un equilibrio perfetto.
Non vi svelo il finale, dico solo che è stato meraviglioso: mi ha emozionato e soddisfatto.
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Il film si apre con una scena ben precisa: vediamo tre persone sedute in un locale, una donna asiatica insieme a due uomini, uno asiatico e uno caucasico.
Lo spettatore osserva la scena come se anche lui fosse nello stesso luogo, come ad un tavolo dello stesso locale, insieme alle stesse voci fuori campo, provando a indovinare quale è la relazione fra loro tre: se la donna è sposata con l’uomo asiatico, se invece è sua sorella o se altro.
Tutto questo fino a quando la protagonista non gira lo sguardo verso la telecamera e quindi verso di noi; da lì partirà un flashback che ci racconterà la sua storia.
Questa scena è molto importante perché è ciò che è successo davvero alla regista e sceneggiatrice Cecile Song e che ha dato lo spunto per raccontare questa storia; lei, infatti, si è ritrovata davvero a bere con due uomini importanti della sua vita, due uomini che l’amavano e che le parlavano in lingue differenti. E lei si è sempre chiesta come venisse vista al di fuori questa scena.
Il film si divide in tre arci narrativi, uno a dodici anni di distanza dall’altro.
Tutto inizia in Corea, quando Na-young e Hae-sung sono solo ragazzini. Sanno già che lei si dovrà trasferire in America e sembra entusiasta per la nuova avventura, ma dispiaciuta solo per un fatto, ovvero che dovrà lasciare Hae-sung, suo migliore amico e primo amore.
La storia prosegue dodici anni dopo, quando Nora (nome occidentale di Na-young) abita a New York e Hae-sung in Corea, per finire con entrambi a New York con un altro salto temporale di dodici anni.
La parola chiave di questo film è “in-yun” termine coreano più volte rammentato all’interno della pellicola che sta ad indicare il destino, qualcosa che è predestinato a succedere. Anche quando due persone passano per strada e si sfiorano è uno strato di in-yun e due innamorati si sposeranno solo quando si sarà raggiunto 8000 strati di in-yun.
La storia d’amore, tuttavia, non è melensa come ci si potrebbe aspettare: il film risulta essere molto romantico, ma non scade mai nello smielato. Le scene clou, anzi, sono molto pacate e guidate, non da forti sentimentalismi, ma da sguardi significativi incorniciati con una fotografia perfetta e accompagnati da poche parole.
Gli sguardi fra i due attori sono uno dei fattori che rimangono più impressi e che raccontano tanto senza dire niente.
Sublime e indimenticabile, per me, è stato l’addio che i due protagonisti si scambiano da ragazzini: una strada unica in salita che si dirama poi in due vie e ognuno di loro prende due percorsi diversi. Niente lacrime e niente promesse; solo Hae-sung che chiama Na-young con il suo nome coreano, uno sguardo sincero e un semplice “Ciao”.
Questa è una delle scene che ritorneranno alla fine del film: perché, in Past Lives, tutto torna e tutto ha un senso. Ogni atto importante lo rivedremo come un cerchio che fa il suo corso e si chiude.
Alla fine ritroveremo anche la parte iniziale, solo che questa volta la vivremo insieme ai protagonisti e sentiremo quello di cui stanno parlando; inoltre, non dovremo più tirare ad indovinare per sapere il rapporto che hanno fra di loro queste tre persone.
La trama, però, non è solo una semplice storia d’amore. Il film può avere anche una visione più profonda che riguarda l’identità culturale. Perché, se come dice la madre di Nora “Si perde qualcosa, ma si guadagna anche qualcosa”, quando la famiglia della protagonista si trasferisce, quello che si lascia alle spalle la Na-young è il suo essere “coreana”. Hae-sung forse è l’unico filo che la collega ancora alla sua patria che sente così distante, anche nelle idee. Sarà lei stessa a dire che il suo migliore amico sembra proprio coreano-coreano, non solo nel vestire e nel modo di essere, ma anche nei pensieri; dopotutto, non è come gli amici coreani che Nora conosce e che vivono a New York.
Il film si prende i suoi tempi per spiegare e affrontare tutto questo con un ritmo pacato e delicato. I toni sono maturi e fortemente realistici, tanto da scaldare il cuore e allo stesso tempo essere straziante.
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Mi aspettavo di meglio
Twelve è un drama coreano di otto episodi che è andato in onda nel 2025 sul canale KBS2.Prima di entrare nel vivo della recensione, vorrei aprire una parentesi su una questione, in parte un po’ polemica: la distribuzione italiana.
Questo progetto è approdato in molti Paesi sulla piattaforma Disney+, cosa che però non è avvenuta in Italia.
Se inizialmente, infatti, Disney+ Italia aveva dato largo spazio ai drama, alcuni anche con doppiaggio in italiano per la gioia di molti spettatori, nell’ultimo periodo questa politica si è drasticamente ridotta.
Non solo il doppiaggio italiano ormai è diventato un’utopia, ma vengono distribuiti solo i drama originali "Disney Star Original" e con alcune limitazioni: i drama coreani arrivano, ma non sappiamo quanto durano le licenze; i drama giapponesi non sono tutti; l’unica serie taiwanese giunta da noi è stata tolta e i thailandesi non sono mai arrivati in catalogo.
Sicuramente dietro a queste scelte ci saranno delle ragioni commerciali ben precise e studiate, ma è un vero peccato che venga ridimensionato un palinsesto che si stava dimostrando più che valido e promettente.
Tornando a Twelve, il drama aveva tutte le carte in regola per essere un piccolo gioiello.
La trama unisce ambientazioni moderne con leggende orientali: i protagonisti sono i dodici segni zodiacali dell’oroscopo cinese che, al giorno d’oggi, devono affrontare una nuova battaglia.
Un mix di attualità e fantasy, proprio come piace alla maggior parte dei drama addicted e che poteva risultare una miscela perfetta.
A rendere questo progetto ancora più appetibile vediamo nomi di attori importanti come Park Hyung-sik (Soundtrack #, Happiness, Strong Woman Do Bong Soon, Hwarang), Seo In-guk (Death’s Game, Hello Monster) e Na In-woo (Marry My Husband), solo per rammentare i primi che mi vengono in mente.
Tuttavia emergono fin da subito dei problemi e il primo che percepiamo è forse la mancanza di un tocco più intimo e delicato nella sceneggiatura; viene presentata una storia d'amore, ma non è spiegata al meglio, come non sono approfondite le vicende passate dei personaggi.
Per questo motivo, e per il fatto che la storia passata viene svelata in maniera lenta con pochi minuti per episodio, lo spettatore fatica ad affezionarsi ai protagonisti e ad enfatizzare con loro, finendo per rimanerne distaccato.
Sicuramente, se il drama avesse goduto di qualche episodio in più, la narrazione avrebbe respirato meglio, spiegando retroscena e dando più spessore a personaggi che sembrano un po' buttati lì, senza troppi approfondimenti.
Produttore, sceneggiatore e protagonista è Ma Dong-seok (Train to Busan, The Soul-Mate) e questo drama sembra, appunto, scritto e prodotto per enfatizzare le sue qualità.
Il talento di Ma Dong-seok è indiscutibile sia nelle scene d’azione come lottatore, sia come attore in generale, e proprio per questo non c’era bisogno di sottolinearlo ulteriormente.
Anzi, a mio avviso, riducendo le scene di combattimento (in cui comunque Ma Dong-seok è stato impeccabile, anzi, oserei dire fichissimo), la storia ne avrebbe beneficiato perché si sarebbe potuta sviluppare in modo migliore.
Questa eccessiva attenzione verso l’attore si riflette anche negli altri dettagli: i costumi e gli effetti speciali che ruotano intorno a lui sembrano più curati rispetto a quelli degli altri personaggi; alcuni abiti e alcune parrucche, soprattutto riguardanti la storia nel passato, davano l’impressione di essere più trascurati rispetto ai suoi.
Molto carina, invece, l’idea di far indossare ai personaggi degli abiti che riescono in qualche modo, per stoffa o per colore, a ricordare in maniera immediata l’animale dello zodiaco che interpretano: ad esempio Ma Dong-seok sfoggia spesso una tuta tigrata e Ko Kyu-pil indossa maglioncini color rosa maialino.
Non comprendo, infine, perché circondarsi di un cast stellare come questo se poi si riduce i loro ruoli a semplice spalle del protagonista.
Riprendendo i tre nomi menzionati sopra: Na In-woo è solo un ruolo di supporto che appare in pochi minuti all’interno del drama, tanto che la sua presenza si può considerare un cameo; Seo In-guk è quasi la spalla un po’ goffa del personaggio protagonista Tae-san, ruolo che gli riesce benissimo, ma ci aveva abituati a tutt’altro; Park Hyung-sik, infine, per metà del drama osserva la città dall’alto di un palazzo. A mio avviso, è un talento un po’ sprecato, anche se vederlo con i neri abiti di O-gwi, con tanto di mantello, piume da corvo e capelli lunghi, è un’immagine che non ha prezzo.
In conclusione, Twelve è un’occasione sprecata: la serie è godibile e si fa guardare, ma aveva tutte le carte in tavola per regalarci fuochi d’artificio, invece è stata solo una piccola fiammella.
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Drama studiato nei minimi dettagli... e si vede!
Mesi ricchi per i fan di Takeru Sato: dopo l’uscita del film "Cells at Work" su Netflix e il drama "Sposa mio marito" su Prime, approda su Netflix anche la serie "Glass Heart".Tratto da una serie di light novel, il cui primo volume è uscito nel 1993, "Glass Heart" è un drama di dieci episodi fortemente voluto dall’attore, che ne è perfino co-produttore.
Takeru Sato, infatti, si è innamorato del romanzo non appena l’ha letto, al punto da desiderare di crearne un live-action. Ha rimandato, però, fino a quando non è stato sicuro di avere l’esperienza e le risorse necessarie per realizzare un adattamento che rendesse giustizia al cartaceo. Non solo, ha anche seguito personalmente le audizioni.
E gli sforzi si vedono tutti.
Non è facile spiegare il perché questo drama meriti di essere visto, la cosa migliore sarebbe guardarlo. Personalmente mi sono bastati cinque minuti per innamorarmene, per la precisione quando la protagonista, una giovane batterista che è stata appena buttata fuori dalla propria band, decide di mettersi a suonare la batteria, a piedi nudi, sotto un temporale, con le gocce di pioggia che danzano ogni volta che le bacchette toccano il rullante.
La poesia che troviamo in questo primo episodio non viene meno mai. Tutto è perfetto. Ogni fotogramma è studiato nei minimi particolari. E con “tutto” intendo proprio tutto.
La fotografia e le inquadrature sono particolarissime e cambiano a seconda se i personaggi sono sopra o al di fuori del palco.
Quest’ultime scene sono quasi intime con messe a fuoco inusuali, luci soffuse e colori tenui.
Le scene esplodono, invece, quando suona la musica grazie a composizioni dinamiche, cambi di prospettiva veloci, colori vividi, inquadrature a campo lungo sul pubblico e primi piani su strumenti musicali, tanto che sembra di star seguendo un vero e proprio video musicale.
Ogni volta sembra di assistere ad un concerto, e questo grazie alle tante accortezze avute.
Non solo sono state necessarie tantissime comparse, ma anche le canzoni sono state registrate dal vivo e non ri-doppiate in seguito.
Come ogni singolo suono, ogni rumore, ogni silenzio, ogni pausa ha un significato preciso all’interno dell’episodio, anche le canzoni non fungono solo da cornice della storia, ma ne diventano ogni volta parte integrante, creando uno scorcio da cui poter spiare nelle emozioni dei personaggi: le canzoni, coinvolgenti e bellissime, tanto da finire presto in ogni playlist, sono state realizzate grazie alla partecipazioni di artisti come Yojiro Noda dei RADWIMPS e Taka degli ONE OK ROCK.
La band TENBLANK, protagonista in "Glass Heart", ha debuttato davvero nel mondo reale: l’album è uscito il 31 luglio 2025 in versione digitale e il giorno successivo in versione fisica.
Per questo motivo, ma soprattutto per rendere le riprese del drama ancora più realistiche e non ricorrere a controfigure, gli attori protagonisti hanno investito oltre un anno per imparare a suonare realmente i propri strumenti.
Il cast è straordinario e ogni scelta perfetta.
L’attrice protagonista Yu Miyazaki è stata bravissima a dare equilibrio al suo personaggio, che risulta forte e determinato, ma anche fragile e sensibile al tempo stesso.
Takeru Sato, nei panni di Naoki, si è spogliato dell’immagine da bravo ragazzo con dolcevita a collo alto. Qui ha rivestito il ruolo di musicista bello e dannato (di cui ci aveva dato un assaggio nel live-action di "The liar and his love") con felpe oversize e cappellini sempre diversi, ma tutti invidiabili.
Keita Machida è Sho, il calmo e riflessivo chitarrista della band, per smettere di fumare ha spesso il plettro tra le labbra, cosa che unita ai capelli lunghi, lo rende estremamente affascinante.
Jun Shison interpreta il pianista Kazushi, personaggio molto sfaccettato che ha una bellissima crescita all’interno del drama: da personaggio quasi secondario, diventa un punto cardine nella band, come, del resto, desiderava Naoki.
Tutti gli attori sono stati estremamente versatili, ma chi spicca di più in assoluto è sicuramente Masaki Suda nel ruolo del frontman Toya della band rivale, gli OVER CHROME. È impressionante come questo ragazzo ogni volta riesca a interpretare e fare suoi personaggi completamente diversi, e qui dà vita a un cantante ipnotico, folle e provocatorio.
Un po’ come il ritmo di questa serie, che risulta assolutamente coinvolgente, "Glass Heart" alterna momenti più introspettivi e silenziosi quando si focalizza sui personaggi, a scene intense e travolgenti quando sono presenti gli strumenti. Quest’alternanza fa in modo che la serie non risulti mai lenta, ma emozionante, anche nelle parti in cui si prende il tempo per raccontarci le retrospettive e il passato dei personaggi.
Nonostante la serie sia tratta da una storia pubblicata negli anni ‘90, questo drama risulta sorprendentemente attuale. Le difficoltà a cui vanno incontro idol e band per debuttare risultano essere molto contemporanee.
Le nuove tecnologie, come l’uso degli smartphone, sono amalgamate in maniera saggia all’interno della trama, non risultando mai troppo eccessive.
Eppure qualcosa che ci riporta indietro nel tempo è presente: non è niente di tangibile, resta quasi una sensazione, ma si capisce che questa storia non è nata ai tempi di oggi, portando con sé un fascino passato.
Anche la parte sentimentale è dosata bene, non diventando mai il cardine portante della storia, che resta sempre la musica, e lasciando spazio ad altri sentimenti: si ha modo di approfondire, infatti, tante e sfaccettate relazioni diverse da quelle amorose, dal rapporto tra fratelli, al legame che lega i membri di una band.
Del resto, la scena per me più emozionante riguarda proprio l’amicizia vera e forte che unisce i personaggi di Naoki e Sho.
"Glass Heart", in realtà, è questo, ma molto altro: è una serie imperdibile, soprattutto per chi ama il genere musicale, ma anche per chi vuole emozionarsi con una regia impeccabile, una sceneggiatura sorprendente e personaggi ben caratterizzati.
Ben lontano da avere qualche difetto, forse l’unico è proprio quello di finire troppo in fretta, tanto da desiderarne una seconda stagione o almeno la novel edita in Italia.
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“Sposa mio marito” è una coproduzione tra Giappone e Corea con la sceneggiatura di Oshima Satomi e la regia di Ahn Gil-ho. Tratto dalla web novel originale, è stato però ribadito fin da subito la volontà di non voler creare un remake, ma una trasposizione adatta al pubblico giapponese.
Questo e il fatto che presenta numerose differenze rispetto alla trasposizione coreana fanno in modo che lo spettatore si possa godere entrambe le versioni senza annoiarsi e senza avere l’impressione di vedere una copia dell’altro.
Fin da subito il drama giapponese anticipa, grazie a dei flashback, alcuni dettagli che nella versione coreana vengono svelati piano piano, a storia già ingranata, fattore che incuriosisce maggiormente lo spettatore.
Inoltre l’ambientazione è ben curata: i protagonisti lavorano in un’azienda di prodotti alimentari tradizionali, ed è così che i due visitano magnifici locali e pasticcerie tradizionali, assaggiando dolcetti tipici dai colori bellissimi e dalle forme eleganti che fanno venire l’acquolina in bocca. Il tutto contornato da inquadrature e luci splendide.
Un tocco adorabile è stato il cambiamento dell’animale chiave della storia rispetto alla trasposizione coreana: da un tenero gatto rosso ad una piccola tartaruga, che nella cultura nipponica ha un grandissimo significato, soprattutto legato alla longevità della vita. Oltretutto è un simbolo ricorrente nel drama perché il padre di Misa donava spesso alla protagonista dei piccoli origami a forma di tartaruga; forse gesto ancora più poetico rispetto alla versione coreana, in cui il padre lasciava alla figlia la paghetta con un cuoricino disegnato sopra alla banconota, ma meno immediato, per cui Misa, protagonista giapponese, fa più fatica ad associarlo al papà rispetto a Ji-won, protagonista coreana.
Il drama giapponese apporta, sì, delle modifiche, ma con il fine di adattare la storia alla propria cultura e lasciando intatta (o quasi) la trama principale.
Sottolineo "quasi" perché un enorme cambiamento è stato fatto. Il drama giapponese è composto da 10 episodi da un’ora, fattore che mi aveva fatto ben sperare che questa versione riuscisse a trattare tutti gli argomenti in modo adeguato, ma senza inserire momenti morti o parti piatte; in realtà non viene presentato uno dei personaggi chiave della storia, ovvero, Yu-ra: fidanzata del protagonista, scelta ovviamente dal nonno senza consultare il diretto interessato, come per tutti i CEO che si rispettino, e che nell’originale è un personaggio chiave della storia.
Non mettendola in scena, si alleggerisce la trama da ulteriore drammaticità e cattiveria, ma ne semplifica anche le regole del viaggio nel tempo che qui vengono sintetizzate al massimo, rischiando così di non essere comprese appieno.
La mancanza di Yu-ra rende, oltretutto, un po’ scontata la parte finale, avendo un personaggio in meno su cui verte la ruota del destino; questo fattore è stato uno dei motivi per cui l’episodio numero nove è risultato pesante. Se si aggiunge il fatto che l’intera puntata sia incentrata sul genere thriller, senza interruzioni, si ha la sensazione che l’episodio duri molto di più, appesantendone la visione.
Si perde così un po’ la poesia che caratterizza questo drama, cosa che ritroveremo solo nella seconda parte del decimo episodio.
In generale, l’adattamento del 2025 ha reso la storia più “giapponese”, integrandola al contesto culturale.
Riuscire in un intento del genere non è mai semplice, poiché si rischia di snaturare la storia.
Sicuramente alcune scelte le ho apprezzate meno di altre: ad esempio, contrariamente alla versione coreana e al webtoon (le uniche opere per me accessibili), la protagonista giapponese, Misa, non scappa dall’ospedale ancora in pigiama per capire dove sono finiti i soldi che servivano per le sue cure, ma chiede un giorno di libera uscita per indagare sul cambio di destinatario dell’assicurazione la cui beneficiaria doveva essere sua nonna. Tralasciando il dettaglio sull'esistenza o meno di giorni di libera uscita per i ricoverati malati di cancro, questo è un cambiamento che può sembrare banale, ma la scena coreana di lei in pigiama alla ricerca di un taxi è diventata quasi iconica. Nel drama giapponese è come se la protagonista debba avere un comportamento più maturo e responsabile, quasi a voler sottolineare che, anche davanti alla malattia, non bisogna abbandonarsi ai propri istinti.
Anche l’atmosfera generale è, appunto, diversa: nella serie coreana, soprattutto nei primi episodi, si percepisce un forte senso di tensione, dovuto alla rabbia provata dalla protagonista.
Qui, invece, questa sensazione si attenua, regalandoci anche momenti di calma.
Misa, addirittura, arriva quasi a colpevolizzarsi per non aver capito prima i pensieri e i comportamenti della sua migliore amica, arrivando quasi a giustificarla e a chiederle perdono.
In definitiva, tutto risulta più delicato e intimistico.
Questo fattore non deve per forza essere letto come un difetto, anzi, quest’atmosfera risulta forse più consona ai drama giapponesi.
In conclusione “Sposa mio marito” è un drama adatto anche a chi ha già visto la versione coreana e, ora come ora, non ci sono davvero più scuse per non iniziarne la visione: proprio come il cugino coreano, dopo un primo periodo in cui era disponibile solo con i sottotitoli, ora è stato inserito anche il doppiaggio italiano!
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Squid Game 2: fra tante polemiche e hype, ecco la mia opinione!
Squid Game è sicuramente un drama che non ha bisogno di presentazioni visto il successo mondiale. Ma facciamo un passo indietro e ricordiamo dove eravamo rimasti.Nel finale della prima stagione, Gi-hun -con un’improbabile colore di capelli rosso acceso che, come dichiara il regista Hwang Dong-hyuk, è stato inspirato da Hanamichi Sakuragi, protagonista di Slam Dunk- è all’aeroporto in procinto di partire per andare a far visita a sua figlia.
Però qualcosa lo blocca: dall’altra parte dell’aeroporto vede lo stesso uomo misterioso, che lo ha reclutato in passato come giocatore, che sta sfidando nuovamente un passante a ddakji (il gioco con la carta ripiegata di colore rosso o blu) e decide di tornare indietro.
Ed è proprio così che si apre la seconda stagione, con un Gi-hun che non si è arreso e continua a cercare questo uomo misterioso che gioca a ddakji. Il suo intento? Tornare nell’isola e, una volta al suo interno, fermare il gioco.
Inutile dire che il protagonista riuscirà ad essere nuovamente un giocatore, sempre con il suo numero 456.
Qui incontra nuovi e interessanti giocatori, persone disperate che farebbero di tutto per riuscire a cambiare la situazione economica delle loro vite.
Se nella prima stagione, tuttavia, avevamo personaggi che potevano rispecchiare condizioni più generali, come ad esempio l’extra-comunitario che lavorava in nero o chi aveva perso tutto per scelte finanziarie sbagliate, in questa stagione ci vengono presentati dei giocatori che sono strettamente legati alla società coreana, come se il regista stesso volesse denunciare gli aspetti negativi del suo Paese.
Infatti, oltre a una variegata rappresentazione di diverse generazioni date, per esempio, dalla ragazza-madre incinta che sta rischiando il tutto per tutto per donare un futuro al nascituro, e dalla vecchia madre che scopre che anche suo figlio ha accettato di giocare per poter ripagare i loro debiti, vengono presentati Myung-gi (n. 333), Thanos (n. 230) e Hyun-ju (n. 120).
Myung-gi è un YouTuber che elargisce consigli riguardo a investimenti e criptovalute: una figura che, forse, a noi sembrerà un po’ strana, ma è largamente diffusa in Corea del Sud, dove in molti ascoltano vari YouTuber per i propri investimenti finanziari. Ovviamente le stime del numero 333 non erano molto appurate, altrimenti non sarebbe diventato un giocatore; anzi, nel gruppo ci sono persone che hanno seguito, con insuccesso, i suoi suggerimenti e che vorrebbero fargliela pagare.
Thanos è una delle figure più chiacchierate di questa seconda stagione: ormai tutti sappiamo che l’attore stesso che lo ha interpretato, T.O.P., ha avuto una storia molto simile a quella presentata dal suo personaggio.
T.O.P., pseudonimo di Choi Seung-hyun, era il rapper di uno dei gruppi più famosi in Corea (e non solo), ovvero i "Big Bang". Dopo essere stato accusato di uso di sostanze stupefacenti, si era allontanato dai riflettori, almeno fino a Squid Game.
Thanos ha una storia simile: è un rapper che si è sciupato con la droga, tanto da dimenticarsi sul palco il testo di una sua canzone.
Un personaggio di cui, invece, non si è sentito parlare abbastanza è quello di Hyun-ju, transgender ed ex soldato delle forze speciali.
Premetto che sono rimasta colpita fin da subito dalla duttilità dell’attore che interpreta la numero 120, ovvero Park Sung-hoon, già conosciuto su Netflix per il ruolo di Jeon Jae-jun, infame antagonista nel drama The Glory.
Ma ciò che mi è rimasto più impresso è il fatto che anche la storia di Hyun-ju sembra ispirata da fatti di cronaca: nel 2020, Byun Hui-su, arruolata come uomo, si sottopose all’intervento di riassegnazione di genere; lei avrebbe voluto continuare la sua carriera militare, ma fu costretta a lasciare l’esercito portandola a compiere un gesto estremo.
Hyun-ju finisce sull’isola perché ha bisogno di fondi per completare la sua transizione; in più di un’occasione si dimostra più “uomo” e più coraggiosa di molti giocatori, come ad esempio del numero 388 che si vanta di far parte dei Marines. Si rivela anche la più empatica: è, infatti, l’unica che aiuta il nostro protagonista a finire il gioco Un, due, tre… Stella! proprio come aveva fatto Ali nella prima stagione. È nuovamente una minoranza sociale a salvare Gi-hun.
I parallelismi con la serie originale non finiscono qui, anche l’impostazione è più o meno la stessa, anche se in questa stagione sembra avere un’impronta più cruda.
I primi episodi sono sempre conoscitivi: viene presentata una società ben lontana dalla sfavillante Corea che siamo soliti vedere nei drama, con persone che vivono ai margini della società e il cui desiderio di guadagnare annebbia completamente il loro pensiero.
Se nella parte iniziale della prima stagione, però, i personaggi facevano avanti e indietro dall’isola, con un ritmo incalzante che aumentava sempre più la tensione, la seconda stagione ci presenta prima il mondo esterno per poi, solo successivamente, spostarsi nell’area di gioco con le sue scale colorate e le sue stanze bambinesche in cui si disputano giochi mortali.
Anche in questo nuovo round di giochi bisogna avere un occhio di riguardo per il giocatore 001: ormai sappiamo che dobbiamo diffidare di questo numero! Interpretato da Lee Byung-hun, mi ha fatto piacere vedere che questo attore abbia potuto dimostrare al mondo la sua bravura e versatilità, anche se mi dispiace che sia servito Squid Game per farlo conoscere a più spettatori possibili, considerando la mole di progetti a cui ha lavorato (molti suoi film, tra l’altro, sono arrivati anche doppiati in italiano anni fa).
L’ordine dei giochi sembra essere simile. In entrambe le stagioni si parte con Un, due, tre… Stella!
Si continua con un gioco di squadra, dove la collaborazione è importante: nella prima stagione (dopo i dalgona per la precisione) abbiamo il tiro alla fune, mentre nella seconda abbiamo il Pentathlon con cinque giochi coreani tipici dell’infanzia.
Seguono due giochi che vanno a scardinare l’idea di squadra che si è formata con il gioco precedente, lasciando inevitabilmente indietro qualcuno: le biglie e il corrispettivo del nostro Girotondo.
Quest’ultimo ci regala un’altra canzoncina che ci resterà in testa per giorni! Se dopo la visione della prima stagione continuavamo a ripetere Mugunghwa kkochi kkochi pideon nal (molto probabilmente pronunciandolo male), dopo aver visto il gioco del Mingle, canteremo per settimane Dunggeulge Dunggeulge (anche questo probabilmente pronunciandolo male).
Una differenza sostanziale fra le due serie, però, è evidente: nella seconda stagione ci viene presentata Kang No-eul, ex soldatessa nord coreana. Lei non è una giocatrice, bensì una guardia. Scopriamo, così, che anche dietro alle maschere e alle tute rosa ci sono persone che possono avere difficoltà economiche e che accettano questo ingaggio per svariati motivi. Lei si ritroverà nell’isola, faccia a faccia con una persona che lavorava nel suo stesso parco divertimenti: lui indosserà la tuta del giocatore numero 246, lei sarà la guardia 011.
Il personaggio, invece, che in questa stagione mi è piaciuto meno, è proprio quello a cui mi ero appassionata nella prima: il detective Hwang Jun-ho. Caratterizzato precedentemente da intuito e iniziativa, soprattutto nelle ultime puntate qui è apparso sottotono, non riuscendo a leggere situazioni che per lo spettatore risultano ovvie.
Nonostante questo, Squid Game 2 risulta essere un buon drama che riesce a mantenere la giusta dose di tensione fino alla fine.
Il regista Hwang Dong-hyuk, in questa seconda parte della storia, si concentra meno sui giochi all’interno dell’isola, ma ci regala una rappresentazione della società capitalista molto chiara: la competizione si fa sempre più grande e il divario fra ricchezza e povertà non diminuisce, anche perché i ricchi non vogliono che diminuisca, dopotutto, questo divario per loro risulta alquanto comodo.
Lui non dà risposte, non è il suo intento e lo ha sottolineato più volte. Vuole solamente rappresentare la società e spingere il pubblico a domandarsi se questo è proprio quello che vogliamo.
Ma forse un piccolo messaggio ce lo ha lanciato: Gi-hun continua ad affrontare i giochi a modo suo, aiutando il prossimo e avendo fiducia nelle persone.
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Legends of the Condor Heroes: The Gallants
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Adattamento cinematografico del primo libro della trilogia “Condor” di Jin Yong, se proprio vogliamo trovarne un difetto, è quello di condensare una grande quantità di concetti in sole due ore e mezzo.
Lo spettatore deve sempre mantenere alta la concentrazione durante i dialoghi, perché ogni informazione risulta essere necessaria e fondamentale ai fini della trama. In alcuni punti accorre in aiuto dello spettatore una voce fuori campo che spiega e riassume alcune vicende accadute in precedenza. Ci sarebbero stati talmente tanti contenuti da poterne fare un drama, quindi non sorprende minimamente il minutaggio dell’opera. Nonostante questo, e nonostante la durata, il film non risulta mai pesante, anzi, si lascia seguire con piacere, catturando lo spettatore grazie alla bellezza degli effetti speciali e alla fotografia.
Ho apprezzato il fatto che i Mongoli non sono rappresentati come il “popolo invasore cattivo”. Il protagonista è nato in Cina, ma cresciuto nelle praterie del popolo mongolo e non rinnega nessuna delle sue due origini. Ogni popolazione ha le sue ragioni, giuste o sbagliare che possano sembrare.
Straordinari tutti gli attori. Ho particolarmente apprezzato le due figure femminili, innamorate entrambe del protagonista e gelose al punto giusto. Nella recitazione, tuttavia, spicca su tutti l’attore protagonista, Xiao Zhan. Lui ha già dato prova di essere un attore eccezionale, eppure riesce ogni volta a stupire per la sua continua crescita: è riuscito a interpretare il personaggio di Guo Jing, che durante il film affronta una grande crescita caratteriale. All’inizio dell’opera vediamo un protagonista ingenuo e avventato, ma col passare delle vicende diventa sempre più maturo e sicuro. L’espressività di Xiao Zhan e il suo sguardo hanno fatto il resto: Guo Jing riesce in ogni fotogramma a trasmettere il profondo senso di giustizia che anima il suo personaggio.
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Va fatta subito una piccola premessa: il film, pur ruotando attorno a un gioco così complesso e tradizionale come il go, è perfettamente fruibile anche da chi non ne conosce le regole, anzi, alla fine della visione ci si ritrova affascinati e incuriositi, tanto da avere il desiderio di saperne di più su questo gioco e sulle sue mosse.
L’ultima partita di go non è solo la storia della sfida fra due rivali, ma il racconto del profondo legame che lega i due protagonisti.
Ambientato tra gli anni ‘80 e ‘90, la storia racconta di Jo Hun-hyun, campione di go, che assistendo a una partita, scopre un piccolo talento, Lee Chang-ho: lui gioca a go solo da pochi mesi e nessuno gli ha mai insegnato le basi, ma in compenso ha un grande intuito e tanta ambizione. Hun-hyun decide di prenderlo sotto la sua ala protettrice e insegnargli tutto quello che sa. Per fare ciò Chang-ho si trasferisce a casa del maestro dove cresce sotto le cure di Hun-hyun e sua moglie.
Si percepisce fin da subito che il loro non sarà una semplice relazione tra maestro e allievo, bensì un legame più profondo che ricorda spesso quello tra un padre e un figlio.
La dimensione psicologica della storia è forse il suo elemento più interessante: conoscere l’affetto che lega i due protagonisti che sono destinati, tuttavia, a sfidarsi nel gioco -che comunque ha donato loro l’opportunità di incontrarsi- aggiunge una tensione emotiva che va oltre la competizione.
Il fatto che il film sia ispirato a una storia vera, infine, amplifica ulteriormente l’impatto emotivo.
Gli attori sono straordinari. Primo su tutti, proprio come mi aspettavo, Lee Byung-hun, che ci offre una performance intensa e piena di sfumature.
Sia lui che Yoo Ah-in, che interpreta Lee Chang-ho, riescono a trasmettere le emozioni provate dai protagonisti solo attraverso uno sguardo o un piccolo gesto, anche nelle scene di rigoroso silenzio. È così che, grazie alla bravura di questi due attori, si percepisce l’affetto e il rispetto che i loro personaggi provano l’uno per l’altro, la preoccupazione di vedere l’altro sconfitto, ma anche la voglia di scontrarsi nuovamente per vedere chi sarà il migliore nella prossima sfida.
Ma non sono solo loro due che mi hanno colpito per la loro bravura, infatti, sono rimasta affascinata anche dal giovane Kim Kang-hoon che veste i panni di Lee Chang-ho bambino: un piccolo talento in continua crescita che riesce ogni volta a sorprendere per le sue interpretazioni. Ha iniziato recitando il ruolo del bambino dei protagonisti in alcuni drama e di anno in anno si è ritagliato parti sempre più importanti.
Questo film si può vedere sulla piattaforma Netflix, sia con i sottotitoli in italiano, sia con il doppiaggio italiano, il quale ho trovato molto buono. In particolare è stato un piacere ritrovare Francesco De Francesco nel ruolo di doppiatore del personaggio di Lee Byung-hun, come già accaduto con il Front Man nel drama Squid Game.
L’ultima partita di go, in definitiva, è un film intenso che racconta di una partita che non si gioca solo sulla scacchiera contro un avversario, ma nella vita contro i propri limiti.
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Questo drama, delicato e intenso al tempo stesso, è molto più di una storia d’amore: racconta, infatti, la complessità dell’adolescenza e ciò che significa crescere.
La serie tratta la vita di quattro studenti alle prese con le proprie insicurezze e i propri sentimenti che faticano a trovare le parole giuste per uscire fuori.
Al centro della storia troviamo Hee-su, un ragazzo che vive con tre sorelle eccentriche e che, ormai da un po’ di tempo, è innamorato del suo migliore amico, Chan-young, a cui non si è mai dichiarato per paura di perdere la sua amicizia.
Il loro rapporto entra comunque in crisi, anche senza la dichiarazione di Hee-su; fanno il suo ingresso in scena, infatti, la misteriosa e apparentemente imperturbabile Ji-yu e Seung-won, un ragazzo che sembra, fin da subito, avere un interesse per il protagonista.
L’arrivo di questi due personaggi innesca una serie di cambiamenti nei rapporti e nei cuori dei protagonisti.
Le vite di questi quattro adolescenti si intrecceranno fra loro in una vera e propria giostra di emozioni a cui anche lo spettatore è invitato a partecipare.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio la sua capacità di evocare ricordi nostalgici: il primo batticuore, le farfalle nello stomaco, la tensione di uno sfiorarsi di mani che vale più di mille baci. Emozioni semplici, ma potentissime, che la regia e gli attori sono riusciti a rendere tangibili senza eccessi o forzature.
Spicca fra tutti Ahn Ji-ho che, interpretando il protagonista Hee-su, dimostra ancora una volta la sua bravura.
Dopo averlo ammirato giocare a basket grazie al suo vivace ruolo nel film Rebound (2023), e dopo averlo visto ballare nei panni del suo complicato personaggio in BEGINS ≠ YOUTH (2024), qui Ahn Ji-ho dimostra ancora una volta la sua versatilità, dando vita a un protagonista tenero e impacciato, ma anche autentico: Hee-su risulta così, grazie ai suoi pregi e ai suoi difetti, alla sua grande generosità d’animo, ma anche ai suoi mille dubbi, un ragazzo estremamente realistico.
La passione per l’astronomia non è solo un lato del suo carattere che lo spettatore scopre puntata dopo puntata, ma un vero e proprio filo conduttore: i cambiamenti che avvengono nel rapporto fra i protagonisti e nei loro sentimenti, così come i titoli degli episodi stessi, sono associati a un aspetto dell’astronomia; amplificano così, grazie al paragone con fenomeni naturali, quello che succede nel cuore degli adolescenti nel pieno subbuglio delle loro emozioni.
Heesu in Class 2 è composto da 10 episodi di circa un’ora, disponibili con sottotitoli in italiano su Viki.
Un piccolo appunto, però, è doveroso: io, che ho apprezzato tantissimo il drama, non ho letto l’omonimo webtoon da cui è tratto, anche se ho tutta l’intenzione di farlo.
È giusto segnalare che la maggioranza di coloro che hanno letto prima il manhwa e poi guardato il live-action hanno espresso delusione per alcune scelte attuate nella trasposizione drama: molte parti della trama sono state tagliate, la storia d’amore è stata semplificata e alla coppia secondaria è stato concesso molto più spazio rispetto all’originale.
Eppure, da spettatrice che si è avvicinata alla storia solo tramite il live-action, ho trovato apprezzabile la scelta di dare risalto non tanto all’aspetto romantico in senso stretto, quanto al vortice emotivo dell’età adolescenziale, rappresentata sia dalla coppia principale, sia da quella secondaria.
La mancanza di contatto fisico, inoltre, non l’ho percepita come un difetto, ma come una scelta narrativa coerente: i sentimenti, dopotutto, si possono trasmettere anche grazie ad uno sguardo, un silenzio, o un gesto appena accennato.
In definitiva, Heesu in Class 2 è un piccolo gioiello che parla di amore, ma anche di amicizia e di crescita.
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E se quella persona non fa parte del mondo dello spettacolo, e per di più è un ragazzo?
“ThamePo” non è di certo il primo progetto che parla di questo argomento, ma per qualche motivo mi ha particolarmente colpito.
Formata da 13 episodi da circa 45 minuti, questa serie non è giunta in Italia su piattaforme ufficiali, ma possiamo comunque guardarla facilmente grazie a diversi fansub amatoriali che hanno tradotte le varie puntate, settimana dopo settimana.
Il protagonista di questa storia è Po, un ragazzo che si è completamente azzerato per far in modo che il suo fidanzato, Earn, raggiunga il successo desiderato: lascia il suo lavoro da regista per cui ha studiato e lo aiuta ad aprire e avviare la sua attività. Solo che, quando le cose sembrano andare per il verso giusto, Earn decide di lasciare Po.
Con il cuore a pezzi, Po si rimbocca le maniche e cerca di fare più colloqui possibili per trovare un lavoro, ma inutilmente: tutti vanno a battere sullo stesso punto, ovvero il buco di tre anni in cui Po non ha lavorato.
In suo aiuto giunge Baifern, migliore amica di Po, nonché fan accanita del gruppo T-pop Mars, famosissimo in tutta la Thailandia: lei mette una buona parola per lui in modo che abbia un colloquio con la casa di produzione dei Mars, infatti, non è una semplice fan, ma la fondatrice del fan-club del gruppo.
Po vince il suo scetticismo e ottiene il lavoro, ma ben presto scopre che il video di cui si dovrà occupare non è una semplice clip che verrà trasmessa al prossimo evento dei Mars, bensì un video di addio che i membri dovranno girare e che sarà proiettato al loro ultimo concerto.
I Mars si stanno sciogliendo: i membri non vanno più d’accordo e il leader, Thame, ha deciso di firmare un contratto da solista in Corea, quindi presto si dovrà trasferire.
Il primo incontro fra Po e Thame non è dei migliori.
Po rivede nell’egoismo di Thame, che abbandona gli altri membri appena ha raggiunto il suo obiettivo, quello del suo ex.
Thame è convinto che Po sia un sasaeng (un fan tossico) che ha accettato il lavoro solo per scoprire qualche novità suoi vari membri del gruppo.
Dal loro scontro si crea, per fortuna, un dialogo che fa capire a Thame che Po non è un fan accanito, anzi, non è proprio un loro fan, conoscendo i Mars solo di rimando grazie a Fen. Po riflette sulle parole di Thame e arriva alla conclusione che anche chi va avanti e lascia qualcuno indietro soffre e non sempre lo fa per un suo volere.
Da cosa nasce cosa e arrivano ad una decisione, ovvero riunire i Mars.
L’obiettivo imposto non è semplice visto che hanno una casa discografica contro, il cui interesse è solamente quello di far soldi e la loro gallina dalle uova d’oro è proprio Thame, ma come solista.
Gli episodi risultano scorrevoli e ben bilanciati tra storia d’amore e focus sul gruppo.
Piano piano vengono presentati i vari membri dei Mars: il distaccato e attaccabrighe, almeno in apparenza, Jun; il freddo e arrabbiato Dyaln; il più piccolo e confuso ballerino del gruppo, Nano; il maturo Pepper che nasconde, però, un segreto.
La recitazione forse è il tallone d’Achille di questa serie poiché non sempre splende: ma è tutto giustificato dal fatto che nessuno dei protagonisti nasce come attore.
Po è interpretato da Est che ha già avuto qualche ruolo come attore secondario in qualche serie, ma non dimentichiamoci che lui è principalmente un nuotatore che fa parte della nazionale thailandese e che ha vinto diverse medaglie.
Nonostante questo, Est dà vita a un Po calmo e riflessivo, dal grande cuore, pronto ad aiutare gli altri, ma che non ha nessuna fiducia in se stesso e nelle proprie capacità.
Anche William è stato un protagonista bravissimo: all’apparenza distaccato e irruento, si rivela poi tutto l’opposto, grazie anche a sguardi dolcissimi e preoccupati verso Po e verso i suoi compagni.
I cinque ragazzi che interpretano i membri dei Mars sono un gruppo T-pop vero e proprio, i LYNK. William, Nut, Hong, Nano e Tui sono i finalisti del programma Project Alpha del 2023 in cui si sono dovuti sfidare con gli altri concorrenti a suon di canzoni e balli per conquistare l’occasione di poter debuttare. La recitazione, quindi, non era nelle prove che hanno dovuto superare, ma hanno dato comunque dimostrazione di essere bravi, con qualche miglioramento anche in quello.
Forse con questo si spiega anche un altro punto che non mi è piaciuto di questa serie, ossia come sono stati truccati i personaggi.
Non nego che all’inizio avevo bypassato la visione di “ThamePo” perché non attratta dalle visual dei protagonisti, troppo truccati e troppo artificiosi, con abiti improbabili, cominciando a vedere la serie solo dopo aver letto pareri positivi.
È un difetto che rimane durante le puntate, ma è un look molto simile a quello che hanno i LYKN sul palco. Certo che sotto i riflettori è un conto, in un drama, che dovrebbe rappresentare la vita reale, è un altro, considerando anche che questi ragazzi sono bellissimi "acqua e sapone".
Sicuramente il fatto di aver usato un gruppo già esistente per creare un gruppo fittizio ha agevolato molti fattori: nella serie più volte possiamo notare spezzoni di MV o immagini reali del gruppo LYKN.
Per l’uscita di “ThamePo” sono state realizzate, inoltre, delle canzoni apposite, rilasciate via via con gli episodi e che i ragazzi, come LYKN, continuano a cantare ai propri concerti.
La loro sinergia e energia, sul “finto” palco e dietro le telecamere risulta ben visibile e naturale, probabilmente dovuto al fatto che i membri si conoscono già da tempo e hanno padronanza del mondo dello spettacolo.
Non è solo la linea sottile che divide i Mars dai LYKN ad essere un fattore che ha aiutato nella promozione della serie. I produttori hanno usato anche un altro piccolo escamotage che ha fatto breccia sul cuore di molti: Est ha partecipato a quasi tutti gli ultimi concerti dei LYKN al grido dei fans che hanno così pensato “Thame e Po sono davvero reali!”
Non che ci fosse bisogno di così tanta pubblicità. In questo drama non manca niente: buona musica (personalmente ho sbloccato un nuovo livello, dopo il J-pop e il K-pop, è arrivato il T-pop), amicizia, sacrifici e duro lavoro, voglia di stare insieme e anche una tenera storia d’amore.
Il focus è ovviamente sullo stress che devono affrontare i ragazzi dovuto soprattutto alle aspettative, spesso egoistiche, da parte dell’agenzia, dei giornalisti e dei fans; riguardo quest’ultimi abbiamo una grande portavoce, Baifern, di cui più volte abbiamo modo di ascoltare il punto di vista.
Non è tutto oro ciò che luccica e anche in questo caso è così. I ragazzi devono spesso rinunciare a se stessi, a ciò che vorrebbero fare veramente, ai loro rapporti, per poter continuare la loro ascesa al successo.
Perché, quando sei un idol, non esiste differenza fra la vita privata e quella sotto i riflettori.
I Mars cercano di affrontare tutto questo insieme. Dopotutto si sono allontanati già una volta e non vogliono che risucceda. Lo capiamo benissimo dai primi piani presenti che raffigurano forti abbracci e membri che si tengono per mano.
Non sono solo gli idol, però, a dover intraprendere una strada verso la crescita personale.
Po dovrà affrontare una grossa sfida e prendere una decisione difficile.
Insicuro sul proprio potenziale, forse perché non riconosciuto dal suo ex nel momento di maggior successo, Po si domanda se è meglio realizzare i propri sogni o essere fedeli ai propri principi, perché, a volte, la vita ci porta a una scelta fra i due.
In una società dove l’apparire è la cosa fondamentale, Po si chiede se sia giusto arrivare al successo ed essere lodato, ma non essere più se stesso o se è meglio non essere nessuno, ma apprezzato dalle persone che contano davvero.
Chi aiuta a districare la nebbia di dubbi di Po è proprio suo zio, figura sempre presente per il nipote, che ammette di non aver mai avuto un sogno, eppure è cresciuto e invecchiato bene lo stesso.
E non solo lui, ma anche gli altri protagonisti faranno capire a Po che l’importante non è essere luminosi, ma brillare per le persone che abbiamo accanto.
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Ed è proprio con grazia ed eleganza che questo drama coreano di otto episodi, live-action dell’omonimo webtoon, ci presenta le vite di alcuni personaggi che si intrecciano fra loro.
Raffinata è anche la cornice di questa storia. La fotografia e le luci sono attentamente studiate in ogni loro particolare e tutti gli oggetti di scena sono estremamente curati. Un occhio di riguardo è soprattutto per la sala da ballo, in cui la luce, entrando dolcemente dalle finestre, illumina esattamente dove deve andare l’attenzione dello spettatore.
In questo sottofondo onirico, accompagnato da musica classica, ci viene presentato il protagonista di questa storia, Deok-chul, un anziano dal cuore buono che ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia e a mantenerla, lavorando sempre duramente. Adesso che è in pensione vorrebbe rispolverare il sogno di quando era un bambino, ovvero quello di fare danza classica, cerca una scuola e un’insegnante, ma non è così semplice praticare una disciplina così rigida come la danza con l’avanzare dell’età.
Ma Deok-chul non si dà per vinto: è ostinato a fare finalmente qualcosa per se stesso, a realizzare un desiderio nascosto in lui da sempre, perché non è mai troppo tardi per realizzare i proprio sogni.
O meglio, bisogna realizzarli prima che sia troppo tardi.
Questo personaggio è interpretato dal simpaticissimo Park In-hwa che si è messo in gioco a più di settant’anni indossando body e calzamaglia e facendo passi di danza difficilissimi.
Quello che sarà il suo insegnante è Chae-rok, un giovane ballerino. Se da una parte lui ha dovuto combattere per studiare danza classica, e tutt’ora sta combattendo tanto che è quasi scoraggiato nel proseguire con questa disciplina, dall’altra Chae-rok, grazie all’incontro con Deok-chul, capisce di essere fortunato: dopotutto è ancora giovane e ha tutto il tempo davanti per poter realizzare i propri sogni.
Ciò che nasce fra loro due è una strana amicizia che si potrebbe paragonare quasi a un rapporto tra padre e figlio: mentre Chae-rok cerca di realizzare il desiderio di Deok-chul, l’anziano fa conoscere al giovane cosa significa avere una famiglia e passare del tempo con questa, facendo piccole azioni quotidiane come guardare la TV e consumare un pasto insieme.
Chae-rok, d’altro canto, diventerà indispensabile per Deok-chul nel momento del bisogno e sarà come se fosse il terzo figlio di Deok-chul.
Il giovane ballerino è interpretato da Song Kang, il talentuoso “figlio di Netflix”, che anche in questo drama ci ha dimostrato tutta la sua bravura. Se qualcuno si stesse domandando se è proprio lui che balla nelle varie scene di danza classica: sì, è lui.
Song Kang, infatti, ha preso lezioni di danza classica per mesi per poter interpretare il personaggio di Chae-rok.
Presentando solo i due personaggi principali si capisce già che i temi affrontati sono molteplici e tutti interessanti. In realtà, dietro a "Navillera" si nasconde molto di più, ma è un percorso leggero ed elegante che lo spettatore deve fare accompagnato da piccoli passi di danza con i due protagonisti, quindi non aggiungerò altro.
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Non vi fate scoraggiare dalla durata di quasi due ore, perché voleranno! Anche se è una storia semplice, io non ho smesso di sorridere dall’inizio alla fine di questo tenerissimo film.
La storia, infatti, parla di un’amicizia un po’ inusuale con una differenza di età di quasi 60 anni! Ma mentre la signora Ichinoi sprona Urara a crescere e fare quello che ama, Urara riesce a far riscoprire all’anziana signora l’adolescente che è in lei.
Ho apprezzato tanto il parallelismo fra la vita delle protagoniste e la storia del manga che leggono, e mi è piaciuto molto come lo hanno reso nell’inquadratura.
Strepitose le due attrici protagoniste: Mana Ashida, nel ruolo di Rara, e Nobuko Miyamoto, nel ruolo della signora Ichinoi. Non era semplice rendere quello che avevamo letto nel manga.
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