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10Dance japanese drama review
Completed
10Dance
3 people found this review helpful
by Hyperborea
9 days ago
Completed
Overall 6.5
Story 7.5
Acting/Cast 7.0
Music 6.0
Rewatch Value 5.0

Preliminari narrativi che non arrivano al PUNTO.

Voto reale: 6,7

C’è una differenza sostanziale tra un film che racconta una storia attraverso la danza e un film che usa la danza come superficie estetica per mascherare i vuoti di scrittura. 10 Dance pur partendo da un argomento potenzialmente magnetico : la danza , con due rivali costretti a contaminarsi tecnicamente ed emotivamente – sceglie quasi sempre il ballo per fare scena, non per raccontare nel profondo. Il risultato è un’opera gradevole da guardare ma narrativamente irrisolta, spesso artificiosa, incapace di trasformare la promessa iniziale in una vera progressione drammatica.

Il problema principale è strutturale: la sceneggiatura procede per nuclei di tensione slegati, per dialoghi pensati a effetto, per silenzi gravidi di intenzione che tuttavia non sono sostenuti da un adeguato sviluppo dei personaggi. Si ha di continuo la sensazione che il film voglia sorprendere o sedurre lo spettatore sul momento, senza però costruire i passaggi necessari perché quella sorpresa abbia peso. Molte battute suonano come dichiarazioni solenni sospese nel vuoto: frasi enfatiche, cariche di sottotesto, che pretendono densità emotiva prima ancora che il rapporto fra i protagonisti l’abbia realmente guadagnata.

La relazione centrale, infatti, è il nodo più debole dell’intera storia.
L’ossessione del ballerino latino nasce e cresce in modo sbrigativo: si passa da sguardi ostili, da una rivalità quasi rabbiosa, a un coinvolgimento morboso senza che il film si prenda il tempo di mostrarne il processo interno. Manca attrito narrativo, manca gradualità, manca soprattutto la materia quotidiana della vicinanza. Non assistiamo a due uomini che lentamente si spostano l’uno nel territorio emotivo dell’altro; assistiamo piuttosto a una sceneggiatura che decide che debbano desiderarsi e accelera meccanicamente in quella direzione.

Questo rende ancora più problematico il modo in cui viene rappresentato il sentimento, più che tormentato, appare tossico e confuso, privo di una reale intellegibilità psicologica. L’amore qui non nasce da una necessità interiore riconoscibile, ma da una somma di "posture drammatiche". Il triangolo sentimentale, poi, è di una banalità da Bmovie e viene utilizzato come espediente di gelosia senza aggiungere profondità né conflitto autentico.

Anche i protagonisti, pur interpretati da due attori fisicamente credibili, tutto sommato, restano sorprendentemente incompiuti. Il campione di valzer e standard avrebbe dovuto incarnare l’algidità elegante del controllo e della disciplina; finisce invece per sembrare soprattutto un uomo contratto, rigido, emotivamente coartato, ma senza che il film ne indaghi davvero la complessità. Tanta sofferenza suggerita, tanti traumi allusi, moltissimi blocchi disseminati lungo il racconto: pochissimo, però, viene veramente elaborato. È un personaggio che accumula segni di disagio più che trasformarsi in una personalità tridimensionale.

Sul fronte tecnico, e qui il giudizio diventa ancora più severo, un film che fa della danza il proprio motore non può permettersi un livello coreutico soltanto discreto. Nel cast compare persino Pasquale La Rocca, scelta che dimostra la volontà produttiva di ancorare il film a una certa autorevolezza del settore.
Eppure questa autorevolezza resta periferica, quasi ornamentale. Le sequenze di ballo, per chi conosce davvero la danza sportiva, mostrano limiti evidenti: linee non sempre pulite, dinamiche non memorabili, conduzione scenica più recitata che danzata. In più occasioni sarebbe stato opportuno ricorrere a controfigure di alto livello, perché la macchina da presa insiste su una bravura che gli interpreti non possiedono fino in fondo. Per un film intitolato 10 Dance è un problema identitario.

Ancora più discutibile è la gestione della sensualità coreografica. La celebre scena del tango, con l’insistenza su piegamenti e allusioni pelviche, vorrebbe essere trasgressiva ma scivola spesso nel gratuito. Non c’è vera tensione erotica costruita attraverso il movimento; c’è piuttosto un ammiccamento vistoso, quasi volgare, che sostituisce la sottigliezza con l’allusione sbattuta in faccia.

Le interpretazioni seguono la stessa traiettoria altalenante: discrete, talvolta intense, ma raramente naturali. In diversi momenti i due protagonisti sembrano “recitare il tormento” più che viverlo, caricando sguardi e pause fino a una certa artificiosità. L’alchimia esiste a sprazzi, soprattutto in alcune scene più raccolte ( funziona ad esempio il suggestivo bacio danzato sul treno ma non basta a colmare il senso di incompiutezza generale).

Va riconosciuto che scenografia, fotografia e colonna sonora mantengono una dignità costante, e che l’idea simbolica del guidare un partner ferito, diventare il cavaliere di chi nel movimento prova dolore, è forse l’intuizione più bella e più matura del film. Ma anche qui si torna allo stesso punto: intuizioni incompiute, lasciate lì, senza sviluppo o approfondimento.

Il finale conferma il difetto di fondo. Dopo oltre due ore di accumulo intermittente, la risoluzione viene compressa in pochi minuti e affidata a un’apertura romanzesca che sa quasi di fantasy sentimentale più che di conclusione drammatica. Numerosi critici hanno parlato infatti di film “visivamente seducente ma narrativamente incompleto” e di un finale che sembra promettere un seguito non guadagnato dal racconto.

Non è il capolavoro passionale che una parte del pubblico ha voluto vedere, trascinata più dall’estetica dei protagonisti e da qualche bacio ben fotografato che da una reale qualità cinematografica. È un film con un buon confezionamento, una premessa fortissima e una resa decisamente inferiore alle sue ambizioni. Chi gli assegna voti da eccellenza probabilmente si è lasciato sedurre dal BL patinato; chi cerca invece un vero film sulla danza o una vera costruzione romantica resterà con la netta sensazione di aver visto un lungo preliminare narrativo che non arriva mai al punto.

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