Quando la squadra conta più del caso da risolvere
“Mad Dog” è un piccolo gioiello del 2017 del genere crime coreano, uno di quei drama che rischiano inspiegabilmente di passare inosservati al grande pubblico, forse per via della trama apparentemente poco accessibile, forse perché meno appetibile rispetto ad altre serie patinate, ma che di fatto prende un tema apparentemente piatto – le indagini sulle frodi assicurative – e lo trasforma in un palcoscenico per personaggi memorabili e relazioni umane autentiche. C’è un momento, poco dopo la metà del drama, in cui tutto ciò che è stato accumulato nei primi sette/otto episodi – sospetti, indizi, dinamiche di squadra, ferite non rimarginate – esplode in una sequenza di azione ad alta tensione. Ed è proprio lì che si capisce una cosa fondamentale: questo drama non è davvero sulle frodi assicurative. È soprattutto sulle persone.
La premessa è semplice: Choi Kang Woo è un ex investigatore assicurativo – e prima ancora un ex poliziotto -che ha perso moglie e figlio in un tragico incidente aereo. La compagnia liquida tutto attribuendo il disastro all’atto suicida del co-pilota, ma per lui non è abbastanza. Nasce così la “Mad Dog”, una squadra di investigatori ufficiosi che smaschera chi truffa le assicurazioni. Un lavoro che è anche – e soprattutto – una copertura per fare chiarezza su quanto accaduto nel disastro aereo. La struttura narrativa è classica, soprattutto per i kdrama di quel periodo: i primi episodi alternano casi episodici (piccole truffe, frodi domestiche) con i fili di una cospirazione più grande che lentamente si dipana. Ma la vera forza della serie non sta nei colpi di scena – per quanto ce ne siano, e anche ben congegnati – bensì nel modo in cui costruisce il suo ecosistema umano.
Yoo Ji Tae, attore che ho conosciuto e apprezzato nel ruolo secondario interpretato in “Healer” e, successivamente, anche quale personaggio di rilievo in “Vigilante” (ambedue serie ad alto contenuto di azione e indagini), qui da il meglio di sé: figura centrale che comunica con gli occhi più che con le parole, regala un Choi Kang Woo trattenuto e vulcanico allo stesso tempo. La sua rabbia è una brace che cova sotto la cenere, pronta a divampare quando meno te lo aspetti. E quando finalmente esplode, nelle scene finali, si comprende perché ha trascorso sedici episodi a trattenerla. Il dolore vivo con il quale convive è palpabile, nonché forza motore del suo tirare avanti, con un unico e chiaro obiettivo al quale si dedica completamente, già che i saltuari momenti in cui si lascia andare alla nostalgia dei ricordi sono tanto strazianti da risultare insopportabili.
Poi c’è lui, Woo Don Hwan. E qui bisogna fermarsi un attimo. All’epoca un volto quasi nuovo, ma che già faceva parlare di sè come di una promessa. E con “Mad Dog” quella promessa si è trasformata in certezza. Il suo Kim Min Joon - o Jan Gebauer, volendo utilizzare la sua ufficiale identità tedesca - è un personaggio stratificato e ambiguo, ma indiscutibilmente magnetico. Si presenta come il fratello minore del co-pilota additato quale responsabile dell'incidente aereo, un truffatore cresciuto all’estero in seguito ad adozione, che veste bene, mostra un atteggiamento spavaldo e ha un sorriso compiaciuto, provocatorio o sardonico a seconda dell’angolazione. Ma sotto la superficie dell’apparenza, Min Joon è un giovane solo, ferito, alla disperata ricerca di una famiglia. La sua evoluzione – da lupo solitario a membro integrante del “branco”, già che di “cani rabbiosi” si parla – è il cuore pulsante della storia.
La squadra si completa con Jang Ha Ri (l’Attrice Jang), ex-ginnasta diventata poi investigatrice e con la grinta di chi non molla mai. La chimica con Min Joon è elettrica, per quanto il drama riservi allo sviluppo – o meglio all’accenno – del romance tra i due davvero troppi pochi momenti, ed è un vero peccato. Park Soon Jung (Ghepardo) è il classico duro dal cuore tenero, capace di farti sorridere in una scena e commuovere in quella successiva. On Noo Ri (Pentium) è il giovanissimo genio informatico allergico al sole, tenero e goffo. La forza del drama sta nel far affezionare lo spettatore a questi personaggi così tanto da far passare in secondo piano la vicenda legata a crimini e cospirazioni. I momenti migliori non sono quelli in cui smascherano i colpevoli, ma quelli in cui si scambiano uno sguardo complice, si coprono le spalle, litigano e fanno pace. La “famiglia trovata” è un tropo caro ai drama coreani, ma qui funziona in modo particolarmente autentico.
Certo, non mancano i difetti. La serie ha un problema di ritmo nella parte centrale, quando le spiegazioni tecniche sulle frodi assicurative si fanno più fitte e il gergo legale rischia di appesantire la visione. Tanti sono i dettagli così come i personaggi secondari o di contorno che entrano via via in scena, e la struttura a “gatto e topo” – i buoni sono un passo avanti, poi un passo indietro, poi due avanti – diventa a tratti ripetitiva. Sul fronte dei cattivi troviamo quelli evidenti fin da subito, quelli più insospettabili, ivi compresi coloro che tradiscono la fiducia. Arrivati a un certo punto la distinzione dei due schieramenti diventa netta e il resto del drama si concentra non tanto sul chi dovrà essere punito ma piuttosto sul come arrivare a punirlo, ottenendo così giustizia. Ad ogni modo, tra tutti i cattivi spicca di sicuro Choi Won Young, attore carismatico e di talento che regala un Joo Hyun Gi inquietante al punto giusto.
Nel finale la carica emotiva è decisamente impattante: giustizia è fatta, le cicatrici iniziano a rimarginarsi, Min Joon capisce finalmente di avere un posto nel mondo e imposta le basi per quella relazione fraterna che gli è stata sottratta. Con qualche sorriso e qualche lacrima, la serie trova la degna conclusione senza strafare e senza melodrammi eccessivi. La colonna sonora merita una menzione speciale: la traccia “What I Want” di NiiHwa, caratteristica e orecchiabile, riesce a rievocare l’atmosfera delle notti di indagini e inseguimenti.
In conclusione, è un drama che consiglio a chi ama le storie di squadra e apprezza le Bromance, con personaggi ben caratterizzati che si scelgono l’un l’altro e un crime che non si prende troppo sul serio ma sa essere serio quando serve. Non è però per tutti: chi cerca ritmi serrati o un romance più importante – non nego che quest'ultimo mi sarebbe piaciuto - potrebbe restarne un po’ deluso.
La premessa è semplice: Choi Kang Woo è un ex investigatore assicurativo – e prima ancora un ex poliziotto -che ha perso moglie e figlio in un tragico incidente aereo. La compagnia liquida tutto attribuendo il disastro all’atto suicida del co-pilota, ma per lui non è abbastanza. Nasce così la “Mad Dog”, una squadra di investigatori ufficiosi che smaschera chi truffa le assicurazioni. Un lavoro che è anche – e soprattutto – una copertura per fare chiarezza su quanto accaduto nel disastro aereo. La struttura narrativa è classica, soprattutto per i kdrama di quel periodo: i primi episodi alternano casi episodici (piccole truffe, frodi domestiche) con i fili di una cospirazione più grande che lentamente si dipana. Ma la vera forza della serie non sta nei colpi di scena – per quanto ce ne siano, e anche ben congegnati – bensì nel modo in cui costruisce il suo ecosistema umano.
Yoo Ji Tae, attore che ho conosciuto e apprezzato nel ruolo secondario interpretato in “Healer” e, successivamente, anche quale personaggio di rilievo in “Vigilante” (ambedue serie ad alto contenuto di azione e indagini), qui da il meglio di sé: figura centrale che comunica con gli occhi più che con le parole, regala un Choi Kang Woo trattenuto e vulcanico allo stesso tempo. La sua rabbia è una brace che cova sotto la cenere, pronta a divampare quando meno te lo aspetti. E quando finalmente esplode, nelle scene finali, si comprende perché ha trascorso sedici episodi a trattenerla. Il dolore vivo con il quale convive è palpabile, nonché forza motore del suo tirare avanti, con un unico e chiaro obiettivo al quale si dedica completamente, già che i saltuari momenti in cui si lascia andare alla nostalgia dei ricordi sono tanto strazianti da risultare insopportabili.
Poi c’è lui, Woo Don Hwan. E qui bisogna fermarsi un attimo. All’epoca un volto quasi nuovo, ma che già faceva parlare di sè come di una promessa. E con “Mad Dog” quella promessa si è trasformata in certezza. Il suo Kim Min Joon - o Jan Gebauer, volendo utilizzare la sua ufficiale identità tedesca - è un personaggio stratificato e ambiguo, ma indiscutibilmente magnetico. Si presenta come il fratello minore del co-pilota additato quale responsabile dell'incidente aereo, un truffatore cresciuto all’estero in seguito ad adozione, che veste bene, mostra un atteggiamento spavaldo e ha un sorriso compiaciuto, provocatorio o sardonico a seconda dell’angolazione. Ma sotto la superficie dell’apparenza, Min Joon è un giovane solo, ferito, alla disperata ricerca di una famiglia. La sua evoluzione – da lupo solitario a membro integrante del “branco”, già che di “cani rabbiosi” si parla – è il cuore pulsante della storia.
La squadra si completa con Jang Ha Ri (l’Attrice Jang), ex-ginnasta diventata poi investigatrice e con la grinta di chi non molla mai. La chimica con Min Joon è elettrica, per quanto il drama riservi allo sviluppo – o meglio all’accenno – del romance tra i due davvero troppi pochi momenti, ed è un vero peccato. Park Soon Jung (Ghepardo) è il classico duro dal cuore tenero, capace di farti sorridere in una scena e commuovere in quella successiva. On Noo Ri (Pentium) è il giovanissimo genio informatico allergico al sole, tenero e goffo. La forza del drama sta nel far affezionare lo spettatore a questi personaggi così tanto da far passare in secondo piano la vicenda legata a crimini e cospirazioni. I momenti migliori non sono quelli in cui smascherano i colpevoli, ma quelli in cui si scambiano uno sguardo complice, si coprono le spalle, litigano e fanno pace. La “famiglia trovata” è un tropo caro ai drama coreani, ma qui funziona in modo particolarmente autentico.
Certo, non mancano i difetti. La serie ha un problema di ritmo nella parte centrale, quando le spiegazioni tecniche sulle frodi assicurative si fanno più fitte e il gergo legale rischia di appesantire la visione. Tanti sono i dettagli così come i personaggi secondari o di contorno che entrano via via in scena, e la struttura a “gatto e topo” – i buoni sono un passo avanti, poi un passo indietro, poi due avanti – diventa a tratti ripetitiva. Sul fronte dei cattivi troviamo quelli evidenti fin da subito, quelli più insospettabili, ivi compresi coloro che tradiscono la fiducia. Arrivati a un certo punto la distinzione dei due schieramenti diventa netta e il resto del drama si concentra non tanto sul chi dovrà essere punito ma piuttosto sul come arrivare a punirlo, ottenendo così giustizia. Ad ogni modo, tra tutti i cattivi spicca di sicuro Choi Won Young, attore carismatico e di talento che regala un Joo Hyun Gi inquietante al punto giusto.
Nel finale la carica emotiva è decisamente impattante: giustizia è fatta, le cicatrici iniziano a rimarginarsi, Min Joon capisce finalmente di avere un posto nel mondo e imposta le basi per quella relazione fraterna che gli è stata sottratta. Con qualche sorriso e qualche lacrima, la serie trova la degna conclusione senza strafare e senza melodrammi eccessivi. La colonna sonora merita una menzione speciale: la traccia “What I Want” di NiiHwa, caratteristica e orecchiabile, riesce a rievocare l’atmosfera delle notti di indagini e inseguimenti.
In conclusione, è un drama che consiglio a chi ama le storie di squadra e apprezza le Bromance, con personaggi ben caratterizzati che si scelgono l’un l’altro e un crime che non si prende troppo sul serio ma sa essere serio quando serve. Non è però per tutti: chi cerca ritmi serrati o un romance più importante – non nego che quest'ultimo mi sarebbe piaciuto - potrebbe restarne un po’ deluso.
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