L'illusione di un buon drama
Quando ho iniziato Siren, ero sinceramente curiosa. Il titolo prometteva fascino oscuro, una protagonista capace di far naufragare il malcapitato di turno, un thriller psicologico con venature romance. Il tutto tradotto in chiave moderna. Bell’idea, anche originale se sviluppata bene. A visione ultimata devo però dire che ha raggiunto – in certi casi anche con estrema fatica – la mera sufficienza su tutti i fronti, ma niente di più.
La vicenda è abbastanza chiara fin dall’inizio: Han Seol Ah è una donna bellissima e misteriosa. Intorno a lei accadono morti violente, e lei finisce sempre al centro dei sospetti. L’ex agente Woo Seok, interpretato da Wi Ha Joon, inizialmente la segue come sospettata, poi se ne innamora, diventando il suo scudo. Fin qui, niente di male. Anzi, le prime due puntate creano un’atmosfera tesa, visivamente curata e con un paio di colpi di scena ben piazzati. Il problema è che la serie si accontenta di questa impostazione. La protagonista risulta di fatto una “sirena che ha dimenticato di cantare”. Invece di essere una femme fatale astuta e pericolosa, la vediamo passare dodici episodi in uno stato di ansia e vittimismo, circondata da uomini che la desiderano o la odiano senza una reale profondità psicologica. Il potenziale per una svolta dark c’era tutto, ma gli autori hanno preferito la via più sicura e prevedibile.
E qui arriva il primo punto dolente: il colpevole. Senza spoilerare nulla, l’identità dell’assassino è talmente palese fin dai primi episodi da sembrare quasi uno scherzo. Quando finalmente avviene la rivelazione, la reazione non è shock, ma un ironico “ma guarda un po’, chi l’avrebbe detto?”. Un thriller che non riesce a sorprendere è come una giostrina che gira senza musica: alla lunga stanca.
Ultimamente mi lamento spesso di come i kdrama prevedano un numero di episodi inferiore ai soliti sedici, ma in questo caso, avrei drasticamente ridotto alla metà: questo perché al di là dell’incipit iniziale, manca di fatto la sostanza necessaria a tenere in piedi la storia, e il rischio che ne deriva è quella di una premessa tirata per le lunghe con qualche riempitivo qua e là.
Sul versante romance, la chimica tra i due protagonisti è altalenante. In alcune scene funziona – soprattutto nei momenti di tensione fisica o nei baci – ma in molte altre appare forzata, come se gli attori recitassero su due binari paralleli.
Passando al cast, Wi Ha Joon ci mette tutto l’impegno possibile per portare in scena un Woo Seok credibile, e in certi punti ci riesce anche. Non è forse l’attore che avrei visto meglio in questo ruolo, ma ha dimostrato – complessivamente – di funzionare. Meno convincente invece la caratterizzazione del suo personaggio, soprattutto il passaggio – precipitoso – con il quale passa dall’esserle nemico a diventare il suo primo alleato. Sembra un po’ improbabile che un insieme di dettagli, uniti alla triste storia del passato di lei, siano sufficienti a trasformare l’ostilità diffidente iniziale a una fiducia totale e incondizionata.
Park Min Young calca il palco dei kdrama ormai da un ventennio. Continuo a trovarla una buona attrice, per molti versi piacevole, ma di certo non eccelsa, che ha avuto la fortuna di farsi conoscere grazie ad alcuni drama passati alla storia – da “Healer” a “What’s wrong with secretary Kim” – vestendo bene i panni della protagonista tipica delle commedie romantiche di quel periodo. A parte un’interessante prova nel recente “Vuoi sposare mio marito?” per il resto però mi è sembrata sempre un po’ confinata al solito tipo di ruolo. “Siren” poteva essere un buon punto di svolta, ma l’algida figura dallo sguardo freddo e imperscrutabile non nascondeva un’affascinante creatura spettacolarmente spietata, bensì un pulcino fragile e impaurito, traumatizzato e schiacciato dai sensi di colpa.
A conti fatti, il drama strappa una mera sufficienza grazie a qualche scena ben girata - a fotografia è cupa e azzeccata - una colonna sonora efficace e la prova di Wi Ha Joon, che cerca di dare spessore a un personaggio pur a tratti incoerente. Poteva essere un piccolo gioiello del thriller romance coreano, tuttavia il ritmo sbagliato, le scelte narrative eccessivamente timide e prevedibili, oltra a una caratterizzazione eccessivamente passiva della protagonista hanno avuto purtroppo la meglio.
Rifacendomi al titolo, l’unica vera “Sirena” – probabilmente – è il drama stesso: attrae e incuriosisce, promettendo una storia accattivante. Ma una volta che lo spettatore si sarà lasciato tentare avventurandosi nella visione, scoprirà poi la triste realtà: il suo canto era tutta un’illusione.
La vicenda è abbastanza chiara fin dall’inizio: Han Seol Ah è una donna bellissima e misteriosa. Intorno a lei accadono morti violente, e lei finisce sempre al centro dei sospetti. L’ex agente Woo Seok, interpretato da Wi Ha Joon, inizialmente la segue come sospettata, poi se ne innamora, diventando il suo scudo. Fin qui, niente di male. Anzi, le prime due puntate creano un’atmosfera tesa, visivamente curata e con un paio di colpi di scena ben piazzati. Il problema è che la serie si accontenta di questa impostazione. La protagonista risulta di fatto una “sirena che ha dimenticato di cantare”. Invece di essere una femme fatale astuta e pericolosa, la vediamo passare dodici episodi in uno stato di ansia e vittimismo, circondata da uomini che la desiderano o la odiano senza una reale profondità psicologica. Il potenziale per una svolta dark c’era tutto, ma gli autori hanno preferito la via più sicura e prevedibile.
E qui arriva il primo punto dolente: il colpevole. Senza spoilerare nulla, l’identità dell’assassino è talmente palese fin dai primi episodi da sembrare quasi uno scherzo. Quando finalmente avviene la rivelazione, la reazione non è shock, ma un ironico “ma guarda un po’, chi l’avrebbe detto?”. Un thriller che non riesce a sorprendere è come una giostrina che gira senza musica: alla lunga stanca.
Ultimamente mi lamento spesso di come i kdrama prevedano un numero di episodi inferiore ai soliti sedici, ma in questo caso, avrei drasticamente ridotto alla metà: questo perché al di là dell’incipit iniziale, manca di fatto la sostanza necessaria a tenere in piedi la storia, e il rischio che ne deriva è quella di una premessa tirata per le lunghe con qualche riempitivo qua e là.
Sul versante romance, la chimica tra i due protagonisti è altalenante. In alcune scene funziona – soprattutto nei momenti di tensione fisica o nei baci – ma in molte altre appare forzata, come se gli attori recitassero su due binari paralleli.
Passando al cast, Wi Ha Joon ci mette tutto l’impegno possibile per portare in scena un Woo Seok credibile, e in certi punti ci riesce anche. Non è forse l’attore che avrei visto meglio in questo ruolo, ma ha dimostrato – complessivamente – di funzionare. Meno convincente invece la caratterizzazione del suo personaggio, soprattutto il passaggio – precipitoso – con il quale passa dall’esserle nemico a diventare il suo primo alleato. Sembra un po’ improbabile che un insieme di dettagli, uniti alla triste storia del passato di lei, siano sufficienti a trasformare l’ostilità diffidente iniziale a una fiducia totale e incondizionata.
Park Min Young calca il palco dei kdrama ormai da un ventennio. Continuo a trovarla una buona attrice, per molti versi piacevole, ma di certo non eccelsa, che ha avuto la fortuna di farsi conoscere grazie ad alcuni drama passati alla storia – da “Healer” a “What’s wrong with secretary Kim” – vestendo bene i panni della protagonista tipica delle commedie romantiche di quel periodo. A parte un’interessante prova nel recente “Vuoi sposare mio marito?” per il resto però mi è sembrata sempre un po’ confinata al solito tipo di ruolo. “Siren” poteva essere un buon punto di svolta, ma l’algida figura dallo sguardo freddo e imperscrutabile non nascondeva un’affascinante creatura spettacolarmente spietata, bensì un pulcino fragile e impaurito, traumatizzato e schiacciato dai sensi di colpa.
A conti fatti, il drama strappa una mera sufficienza grazie a qualche scena ben girata - a fotografia è cupa e azzeccata - una colonna sonora efficace e la prova di Wi Ha Joon, che cerca di dare spessore a un personaggio pur a tratti incoerente. Poteva essere un piccolo gioiello del thriller romance coreano, tuttavia il ritmo sbagliato, le scelte narrative eccessivamente timide e prevedibili, oltra a una caratterizzazione eccessivamente passiva della protagonista hanno avuto purtroppo la meglio.
Rifacendomi al titolo, l’unica vera “Sirena” – probabilmente – è il drama stesso: attrae e incuriosisce, promettendo una storia accattivante. Ma una volta che lo spettatore si sarà lasciato tentare avventurandosi nella visione, scoprirà poi la triste realtà: il suo canto era tutta un’illusione.
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