Stile impeccabile, cast memorabile, sceneggiatura che necessita del rinforzo del sequel
“Made in Korea” cattura lo spettatore fin da subito con un inizio ad effetto, un dirottamento aereo girato come un film d’azione hollywoodiano, per poi trasformarsi in un thriller politico ambientato nella Corea del Sud degli anni ’70. Non lo definirei un capolavoro assoluto, ma nemmeno un’occasione sprecata, piuttosto una curiosa e apprezzabile via di mezzo che alterna luci abbaglianti e ombre profonde.
Punti di forza indiscussi della serie sono la componente visiva-tecnica e il cast. Rispetto alla prima, la fotografia è curatissima, capace di restituire l’atmosfera opprimente e sporca della dittatura militare di Park Chung Hee. Saltano agli occhi gli ambienti trascurati e deprimenti, dai luoghi di lavoro alle abitazioni private fino alle riprese girate per strada. Le location, i costumi, le luci e la colonna sonora strumentale costruiscono un mondo particolarmente affascinante, dove ogni inquadratura è studiata nel dettaglio. Una particolare menzione va alla scena finale, uno spaccato in bianco e nero di notevole impatto, visivo ed emotivo. E’ una vera e propria chiusura in bellezza, che cala il sipario elegantemente e con la tacita promessa di sollevarlo di nuovo (la serie prevede infatti un sequel).
Per quanto riguarda il cast, ci si è davvero superati: da una parte uno splendido Hyun Bin, di ritorno ai drama dopo ben sette anni dal suo ultimo lavoro – “Crash landing on you” – che lo ha consacrato a livello internazionale. Attore più noto per ruoli romantici ed eroici, qui si trasforma in un villain multi sfaccettato, un narcotrafficante senza scrupoli, freddo e calcolatore, che perdipiù lavora per i servizi segreti coreani. Il ritratto che offre è altamente caratterizzante: l’espressione trattenuta, una sigaretta accesa con lentezza, un sorriso che non arriva mai agli occhi. Al suo fianco, Jung Woo Sung è il contraltare perfetto: attore per me nuovo e principalmente dedito a film piuttosto che a serie tv, riesce a dare vita a un personaggio davvero unico e credibile: il suo procuratore Jang Geon Yeong è un tornado caotico, genuino e quasi comico in certi frangenti – la sua risata, così compiaciuta ed eccessiva, ne è un esempio - ma con una determinazione incrollabile. La loro dinamica è di fatto il vero motore della serie.
Accanto a loro, l’apparizione un po’ fugace di Woo Do Hwan nei panni del fratello di Baek Gi Tae – che conto però riesca a ritagliarsi maggiore spazio nel sequel – e soprattutto Jung Sung II, attore che ho già visto e apprezzato in “The Glory” e che, ancora una volta, interpreta un personaggio intrigante ed ermetico, capace di emanare un’aura di potente sicurezza e di mettere anche un po’ di soggezione. Molto buona anche la prova di Seo Eun Soo nel ruolo dell’ispettrice Oh, mentre Won Ji An veste un po’ a fatica i panni della figlia adottiva della Yakuza, la mafia giapponese.
Meno solida è invece la struttura narrativa. Il drama conta in tutto sei episodi: troppi per essere un film, troppo pochi per sviluppare adeguatamente l’intricato groviglio di personaggi e sottotrame che introduce. L’effetto, in alcuni tratti, è quello di una sinossi illustrata: si salta dal Vietnam al Giappone in dieci minuti, la yakuza viene prima citata e poi introdotta, ma resta l’impressione di non averla mai inquadrata veramente; vi è un accenno a un passato nella guerra del Vietnam che resta quasi uno sfondo decorativo, salvo poi cercare di acquisire un senso verso la fine. Le relazioni – in primis quelle tra i fratelli Baek – sono solo abbozzate e appaiono più come delle premesse che quali legami vissuti.
Questa compressione genera, di fatto, uno strano paradosso: la serie è allo stesso tempo troppo lenta e troppo veloce. Troppo lenta quando si perde in dialoghi tra uomini di potere – si arriva fino ai vertici della Casa Blu – tra mosse e contromosse, doppio giochi che diventano tripli, se non quadrupli o quintupli. Troppo veloce quando, per arrivare alla fine, si risolvono conflitti complessi con un colpo di scena o un’azione violenta, senza dare il tempo allo spettatore di elaborare il tutto. Vuole essere al contempo un thriller serrato e un drama politico profondo, ma alla fine non è pienamente né l’una né l’altra cosa.
Un altro nodo critico sono le figure femminili, davvero sotto tono. Siamo nella Corea degli anni ’70, un contesto patriarcale, e la serie non fa nulla per scalfire questo scenario. Le attrici sono relegate a ruoli di contorno: la spalla comica, la donna isterica, la pedina da proteggere o da usare. Fa eccezione il personaggio di Ikeda/Choi Yu Ji, una donna fredda e ambiziosa, ma la sua presenza è limitata e non del tutto convincente.
Eppure, nonostante tutto, Made in Korea è comunque un drama che si lascia ampiamente apprezzare e che mi sento di consigliare, in primis per la scelta insolita e a suo modo rischiosa: in un panorama ormai saturo di romance e fantasy, un thriller politico cupo, senza il prevedibile lieto fine e con un protagonista malvagio è paragonabile a una boccata d’aria fresca. Inoltre, la seconda stagione potrebbe compensare le pecche sopracitate, dando più spazio ai personaggi secondari e riprendendo le sottotrame lasciate in sospeso. Sicuramente, ad oggi e senza quindi una seconda stagione, “Made in Korea” appare come un drama imperfetto, per quanto affascinante. Il classico prodotto “di prestigio” che pecca di un po’ di presunzione, dove l’estetica e l’alto livello del cast non annullano i difetti della sceneggiatura. Le sei ore passate davanti allo schermo non sono però un peso, soprattutto grazie alle interpretazioni di Hyun Bin e Jung Woo Sung, ma alla fine si resta con la sensazione di aver assistito a una grande prova di stile più che a una grande storia. Per quest’ultima, a quanto pare, sarà imprescindibile attendere la seconda stagione.
Punti di forza indiscussi della serie sono la componente visiva-tecnica e il cast. Rispetto alla prima, la fotografia è curatissima, capace di restituire l’atmosfera opprimente e sporca della dittatura militare di Park Chung Hee. Saltano agli occhi gli ambienti trascurati e deprimenti, dai luoghi di lavoro alle abitazioni private fino alle riprese girate per strada. Le location, i costumi, le luci e la colonna sonora strumentale costruiscono un mondo particolarmente affascinante, dove ogni inquadratura è studiata nel dettaglio. Una particolare menzione va alla scena finale, uno spaccato in bianco e nero di notevole impatto, visivo ed emotivo. E’ una vera e propria chiusura in bellezza, che cala il sipario elegantemente e con la tacita promessa di sollevarlo di nuovo (la serie prevede infatti un sequel).
Per quanto riguarda il cast, ci si è davvero superati: da una parte uno splendido Hyun Bin, di ritorno ai drama dopo ben sette anni dal suo ultimo lavoro – “Crash landing on you” – che lo ha consacrato a livello internazionale. Attore più noto per ruoli romantici ed eroici, qui si trasforma in un villain multi sfaccettato, un narcotrafficante senza scrupoli, freddo e calcolatore, che perdipiù lavora per i servizi segreti coreani. Il ritratto che offre è altamente caratterizzante: l’espressione trattenuta, una sigaretta accesa con lentezza, un sorriso che non arriva mai agli occhi. Al suo fianco, Jung Woo Sung è il contraltare perfetto: attore per me nuovo e principalmente dedito a film piuttosto che a serie tv, riesce a dare vita a un personaggio davvero unico e credibile: il suo procuratore Jang Geon Yeong è un tornado caotico, genuino e quasi comico in certi frangenti – la sua risata, così compiaciuta ed eccessiva, ne è un esempio - ma con una determinazione incrollabile. La loro dinamica è di fatto il vero motore della serie.
Accanto a loro, l’apparizione un po’ fugace di Woo Do Hwan nei panni del fratello di Baek Gi Tae – che conto però riesca a ritagliarsi maggiore spazio nel sequel – e soprattutto Jung Sung II, attore che ho già visto e apprezzato in “The Glory” e che, ancora una volta, interpreta un personaggio intrigante ed ermetico, capace di emanare un’aura di potente sicurezza e di mettere anche un po’ di soggezione. Molto buona anche la prova di Seo Eun Soo nel ruolo dell’ispettrice Oh, mentre Won Ji An veste un po’ a fatica i panni della figlia adottiva della Yakuza, la mafia giapponese.
Meno solida è invece la struttura narrativa. Il drama conta in tutto sei episodi: troppi per essere un film, troppo pochi per sviluppare adeguatamente l’intricato groviglio di personaggi e sottotrame che introduce. L’effetto, in alcuni tratti, è quello di una sinossi illustrata: si salta dal Vietnam al Giappone in dieci minuti, la yakuza viene prima citata e poi introdotta, ma resta l’impressione di non averla mai inquadrata veramente; vi è un accenno a un passato nella guerra del Vietnam che resta quasi uno sfondo decorativo, salvo poi cercare di acquisire un senso verso la fine. Le relazioni – in primis quelle tra i fratelli Baek – sono solo abbozzate e appaiono più come delle premesse che quali legami vissuti.
Questa compressione genera, di fatto, uno strano paradosso: la serie è allo stesso tempo troppo lenta e troppo veloce. Troppo lenta quando si perde in dialoghi tra uomini di potere – si arriva fino ai vertici della Casa Blu – tra mosse e contromosse, doppio giochi che diventano tripli, se non quadrupli o quintupli. Troppo veloce quando, per arrivare alla fine, si risolvono conflitti complessi con un colpo di scena o un’azione violenta, senza dare il tempo allo spettatore di elaborare il tutto. Vuole essere al contempo un thriller serrato e un drama politico profondo, ma alla fine non è pienamente né l’una né l’altra cosa.
Un altro nodo critico sono le figure femminili, davvero sotto tono. Siamo nella Corea degli anni ’70, un contesto patriarcale, e la serie non fa nulla per scalfire questo scenario. Le attrici sono relegate a ruoli di contorno: la spalla comica, la donna isterica, la pedina da proteggere o da usare. Fa eccezione il personaggio di Ikeda/Choi Yu Ji, una donna fredda e ambiziosa, ma la sua presenza è limitata e non del tutto convincente.
Eppure, nonostante tutto, Made in Korea è comunque un drama che si lascia ampiamente apprezzare e che mi sento di consigliare, in primis per la scelta insolita e a suo modo rischiosa: in un panorama ormai saturo di romance e fantasy, un thriller politico cupo, senza il prevedibile lieto fine e con un protagonista malvagio è paragonabile a una boccata d’aria fresca. Inoltre, la seconda stagione potrebbe compensare le pecche sopracitate, dando più spazio ai personaggi secondari e riprendendo le sottotrame lasciate in sospeso. Sicuramente, ad oggi e senza quindi una seconda stagione, “Made in Korea” appare come un drama imperfetto, per quanto affascinante. Il classico prodotto “di prestigio” che pecca di un po’ di presunzione, dove l’estetica e l’alto livello del cast non annullano i difetti della sceneggiatura. Le sei ore passate davanti allo schermo non sono però un peso, soprattutto grazie alle interpretazioni di Hyun Bin e Jung Woo Sung, ma alla fine si resta con la sensazione di aver assistito a una grande prova di stile più che a una grande storia. Per quest’ultima, a quanto pare, sarà imprescindibile attendere la seconda stagione.
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