La vera forza non è nell'esplosione fragorosa, ma nel silenzio che la precede
Film difficile da guardare, scovato quasi per caso ma che mi ha tenuta incollata allo schermo dall’inizio alla fine. La pellicola è al tempo stesso un film d’azione brutale e un melodramma straziante, capace di farti stringere i pugni durante le scene di combattimento e di strapparti lacrime nel momento della quiete successiva alla tempesta.
La trama è essenziale: Cha Tae Sik vive come un'ombra. Ex agente segreto tormentato da un passato doloroso, gestisce un banco dei pegni in un quartiere degradato di Seul. I vicini lo chiamano "il fantasma del banco dei pegni" e sussurrano voci inquietanti sul suo conto. L'unica persona che riesce a scalfire la sua corazza di indifferenza è la piccola So Mi, una bambina di dieci anni trascurata da una madre tossicodipendente che lavora come ballerina in un locale. Quando la madre di So Mi commette l'errore di rubare della droga a una potente organizzazione criminale, madre e figlia vengono rapite. Tae Sik, che ha ritrovato un barlume di ragione di vivere in quell'amicizia improbabile, si taglia i capelli, affila i coltelli e si trasforma in ciò che era: un'arma letale determinata a scatenare l'inferno. Dietro il semplice rapimento si cela però qualcosa di molto più oscuro: un traffico di organi che tratta i bambini come merce, destinati a essere smembrati quando diventano "troppo grandi" per essere utili ad altri scopi.
Una storia – quella dell’uomo solitario dal passato oscuro che salva una bambina indifesa – che sa di visto e rivisto, anche in molti film occidentali. Ad essere però nuovo è l’approccio, la sensibilità nascosta nei dettagli, la capacità di rendere intimo anche lo spettacolo più travolgente. A titolo di esempio, una scena apparentemente banale ma di grande significato è quando So Mi applica un cerotto sul taglio alla fronte di uno dei rapitori: un sicario che uccide senza rimorso ma che in quel momento accetta quel gesto di tenerezza infantile con un silenzio che dice più di mille parole. In quel momento la belva acquista una dimensione umana e il suo gesto finale sembrerà di conseguenza meno forzato.
Passando al cast, Won Bin offre una prova magistrale. Il suo Tae Sik parla pochissimo: le parole escono da lui più difficilmente dei soldi da un bancomat in rosso. Ma i suoi occhi, il suo corpo, i silenzi parlano per lui. C'è una scena in cui guarda dentro il bagagliaio di un'auto; il film non mostra subito cosa vede, ma il suo sguardo disperato è sufficiente a far capire tutto. Altra prova degna di lode è quella della giovanissima Kim Sae Ron, una delle migliori interpretazioni infantili mai viste.
Anche sul fronte tecnico si è volato alto: l'azione è una coreografia di violenza geometrica. La scena del combattimento nel corridoio buio è da manuale: movimenti rapidissimi, montaggio chirurgico, coltelli che diventano prolungamenti del corpo. Ancora più sorprendente è il piano-sequenza in cui il protagonista corre lungo un corridoio e si lancia attraverso una vetrata, con la telecamera che sembra cadere insieme a lui nella strada sottostante. Ma la vera forza del film risiede nella sua capacità di rendere ogni lotta emotivamente significativa. Non si combatte per la giustizia astratta: Tae Sik combatte perchè ha perso tutto ciò che amava e l'unica cosa che gli resta è salvare quella bambina che gli ha ridato un cuore. O forse, più semplicemente, combatte per espiare: il suo passato di agente lo ha reso complice di orrori, e salvare So Mi è l'unica redenzione possibile.
Le scene, così come le tematiche affrontate, sono indubbiamente molto forti, violente e disturbanti: ci sono cadaveri smembrati e ricuciti, scene di violenza su donne e bambini, tossicodipendenti che si autosomministrano eroina, lavoro minorile, traffico di organi, regolamenti di conti tra pallottole e lame affilate imbrattate di sangue. Non è per tutti, sicuramente non per chi è delicato di stomaco. Eppure, non sono le scene visivamente più efferate ad avere l’impatto maggiore: in questo film anche il non visto sa diventare agghiacciante. C’è una scena in particolare, con i bambini radunati attorno al tavolo, dove la vecchia signora prende per mano una bambina per “riportarla a casa”. L’ultima immagine sarà quella delle sue piccole unghie colorate con faccine e colori diversi, per le quali ringrazia la piccola So Mi. Non la rivedremo più, non verrà mostrato il momento cruento della sua fine, ma la ritroveremo più avanti, ancora solo un’inquadratura di quelle unghie colorate, stavolta appartenenti un corpo in un cassetto estratto dalla cella frigorifera dell’obitorio. E’ un pugno allo stomaco, anche se di fatto non si è visto praticamente nulla.
In conclusione, un vero e proprio gioiello. Sia per chi ama l'azione ben coreografata, sia per chi è alla ricerca di una storia intensa, cruda e malinconica. Non è originale nelle premesse, ma è straordinario nell'esecuzione. Non è per i deboli di cuore, ma è capace di lasciare il segno in un modo che pochi action movie occidentali sanno fare. È un film che dimostra come la vera forza non sia mai nell'esplosione fragorosa, ma nel silenzio che la precede.
La trama è essenziale: Cha Tae Sik vive come un'ombra. Ex agente segreto tormentato da un passato doloroso, gestisce un banco dei pegni in un quartiere degradato di Seul. I vicini lo chiamano "il fantasma del banco dei pegni" e sussurrano voci inquietanti sul suo conto. L'unica persona che riesce a scalfire la sua corazza di indifferenza è la piccola So Mi, una bambina di dieci anni trascurata da una madre tossicodipendente che lavora come ballerina in un locale. Quando la madre di So Mi commette l'errore di rubare della droga a una potente organizzazione criminale, madre e figlia vengono rapite. Tae Sik, che ha ritrovato un barlume di ragione di vivere in quell'amicizia improbabile, si taglia i capelli, affila i coltelli e si trasforma in ciò che era: un'arma letale determinata a scatenare l'inferno. Dietro il semplice rapimento si cela però qualcosa di molto più oscuro: un traffico di organi che tratta i bambini come merce, destinati a essere smembrati quando diventano "troppo grandi" per essere utili ad altri scopi.
Una storia – quella dell’uomo solitario dal passato oscuro che salva una bambina indifesa – che sa di visto e rivisto, anche in molti film occidentali. Ad essere però nuovo è l’approccio, la sensibilità nascosta nei dettagli, la capacità di rendere intimo anche lo spettacolo più travolgente. A titolo di esempio, una scena apparentemente banale ma di grande significato è quando So Mi applica un cerotto sul taglio alla fronte di uno dei rapitori: un sicario che uccide senza rimorso ma che in quel momento accetta quel gesto di tenerezza infantile con un silenzio che dice più di mille parole. In quel momento la belva acquista una dimensione umana e il suo gesto finale sembrerà di conseguenza meno forzato.
Passando al cast, Won Bin offre una prova magistrale. Il suo Tae Sik parla pochissimo: le parole escono da lui più difficilmente dei soldi da un bancomat in rosso. Ma i suoi occhi, il suo corpo, i silenzi parlano per lui. C'è una scena in cui guarda dentro il bagagliaio di un'auto; il film non mostra subito cosa vede, ma il suo sguardo disperato è sufficiente a far capire tutto. Altra prova degna di lode è quella della giovanissima Kim Sae Ron, una delle migliori interpretazioni infantili mai viste.
Anche sul fronte tecnico si è volato alto: l'azione è una coreografia di violenza geometrica. La scena del combattimento nel corridoio buio è da manuale: movimenti rapidissimi, montaggio chirurgico, coltelli che diventano prolungamenti del corpo. Ancora più sorprendente è il piano-sequenza in cui il protagonista corre lungo un corridoio e si lancia attraverso una vetrata, con la telecamera che sembra cadere insieme a lui nella strada sottostante. Ma la vera forza del film risiede nella sua capacità di rendere ogni lotta emotivamente significativa. Non si combatte per la giustizia astratta: Tae Sik combatte perchè ha perso tutto ciò che amava e l'unica cosa che gli resta è salvare quella bambina che gli ha ridato un cuore. O forse, più semplicemente, combatte per espiare: il suo passato di agente lo ha reso complice di orrori, e salvare So Mi è l'unica redenzione possibile.
Le scene, così come le tematiche affrontate, sono indubbiamente molto forti, violente e disturbanti: ci sono cadaveri smembrati e ricuciti, scene di violenza su donne e bambini, tossicodipendenti che si autosomministrano eroina, lavoro minorile, traffico di organi, regolamenti di conti tra pallottole e lame affilate imbrattate di sangue. Non è per tutti, sicuramente non per chi è delicato di stomaco. Eppure, non sono le scene visivamente più efferate ad avere l’impatto maggiore: in questo film anche il non visto sa diventare agghiacciante. C’è una scena in particolare, con i bambini radunati attorno al tavolo, dove la vecchia signora prende per mano una bambina per “riportarla a casa”. L’ultima immagine sarà quella delle sue piccole unghie colorate con faccine e colori diversi, per le quali ringrazia la piccola So Mi. Non la rivedremo più, non verrà mostrato il momento cruento della sua fine, ma la ritroveremo più avanti, ancora solo un’inquadratura di quelle unghie colorate, stavolta appartenenti un corpo in un cassetto estratto dalla cella frigorifera dell’obitorio. E’ un pugno allo stomaco, anche se di fatto non si è visto praticamente nulla.
In conclusione, un vero e proprio gioiello. Sia per chi ama l'azione ben coreografata, sia per chi è alla ricerca di una storia intensa, cruda e malinconica. Non è originale nelle premesse, ma è straordinario nell'esecuzione. Non è per i deboli di cuore, ma è capace di lasciare il segno in un modo che pochi action movie occidentali sanno fare. È un film che dimostra come la vera forza non sia mai nell'esplosione fragorosa, ma nel silenzio che la precede.
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