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You're So Precious to Me korean drama review
Completed
You're So Precious to Me
1 people found this review helpful
by Lynnea
3 days ago
Completed
Overall 7.5
Story 7.0
Acting/Cast 9.0
Music 7.5
Rewatch Value 7.0
This review may contain spoilers

Film imperfetto ma capace di mettere il cuore nel palmo della mano

Questo film coreano del 2021 - conosciuto anche come “My lovely angel” - racconta la storia di Jae Sik, un uomo sommerso dai debiti e sull'orlo del baratro morale, e di Eun Hye, una bambina di sette anni sordocieca che si ritrova sola al mondo dopo la morte della madre. Quello che temevo potesse essere l'ennesimo melò strappalacrime si è rivelato invece un'opera sorprendentemente delicata e genuina.

La pellicola mi ha ricordato immediatamente un film molto datato – molto, molto datato, già che correva l’anno 1962 – che ho visto più volte da ragazzina, intitolato “Anna dei miracoli” e anch’esso incentrato sulla figura di una bambina sordocieca e sul viaggio di “scoperta” e connessione al mondo circostante grazie all’aiuto di una figura adulta con la quale non aveva legami di sangue. Tra l’altro era a sua volta basato sulla storia vera di Helen Keller, donna sordocieca vissuta nella prima metà del Novecento e la cui vita è stata a dir poco sorprendente.

Tornando a questo film, la forza risiede principalmente nella recitazione dei protagonisti, in primis nella straordinaria performance della piccola Jung Seo Yeon: a soli sette anni, la piccola attrice è riuscita a comunicare un intero universo emotivo senza pronunciare una singola parola, usando invece il corpo, i gesti e le espressioni facciali in modo così convincente da far dimenticare allo spettatore che si tratta di recitazione. Ci sono schiere di cosiddetti attori che avrebbero solo che da imparare dalla prova di questa giovanissima artista. Jin Goo, dal canto suo, è perfetto nel ruolo di un uomo inizialmente interessato solo al denaro, che si trasforma però gradualmente in una figura paterna, trovando nella bambina uno specchio della propria solitudine.

La regia mostra una notevole sensibilità nel trattare il tema della disabilità, evitando cadute nel pietismo o nell’esaltazione forzata della diversità. Le inquadrature riescono spesso a far percepire il mondo dal punto di vista della piccola Eun Hye, rendendo quasi tangibili le sue difficoltà e i suoi piccoli, grandissimi trionfi comunicativi. Sono piccoli gesti incredibilmente importanti e, in questo senso, Il film esplora con un misto di delicatezza e stupore i metodi di comunicazione tattile, mostrando come un semplice tocco sulla mano possa diventare un linguaggio capace di esprimere emozioni anche molto intense.
Certo, non manca qualche scena che richiama a sé le lacrime al pari di un potente magnete: penso a quando Eun Hye comprende la tristezza di Jae Sik al punto da arrivare a confortarlo oppure il finale, quando regala un pianto disperato davanti al quale è praticamente impossibile restare indifferenti. Ma ho apprezzato che l’intero film non abbia collezionato una sfilza di scene volutamente strappalacrime, scegliendo invece di mostrare anche la bellezza e i sorrisi che costellano molti altri momenti, altrettanto toccanti.

In sintesi, tra i punti di forza c’è la recitazione e la tematica centrale. Ad abbassare la qualità di quello che poteva davvero essere un film memorabile c’è una sceneggiatura davvero troppo dispersiva, soprattutto nella parte centrale, dove s’inseriscono tutta una serie di sotto trame che – è evidente – non c’è il tempo di sviluppare a dovere, e francamente neppure la necessità. Gli inseguitori, la questione dei debiti di Jae Sik, il viaggio in campagna alla ricerca della fantomatica zia… Sono tutti elementi che sanno un po’ di riempitivo, forse per creare un minimo effetto dinamico, ma di fatto distolgono l’attenzione dal cuore pulsante della storia, ovvero il rapporto tra i due protagonisti. Qualche perplessità anche rispetto all’evoluzione del legame tra i due, di fatto troppo rapido per essere davvero credibile: sarebbe stato meglio se la pellicola avesse coperto un arco narrativo temporalmente più ampio, così da rendere la crescita della reciproca fiducia e affetto più naturale. Stesso discorso per l’apprendimento delle modalità comunicative, dove l’acquisizione del linguaggio che si basa sul tracciare le lettere sul palmo della mano richiede davvero tempistiche molto ma molto più lunghe. L’ultimo appunto è per il finale, che lascia volutamente molte domande aperte sul destino dei due e sul futuro che li attende: se da una parte un lieto fine improvviso sarebbe sembrato precipitoso e poco rispettoso della complessità della situazione, dall’altro l’impressione percepita dallo spettatore può essere un vero e proprio senso di incompiutezza. Non avrei mosso mezza critica se fosse la chiusura del primo episodio di un drama, ma non era questo il caso.

Complessivamente, però, il film riesce a raggiungere il suo intento principale: raccontare una storia d'amore nella sua forma più pura e incondizionata, quella che nasce dal bisogno reciproco e dalla scoperta di un'affinità profonda al di là delle barriere fisiche e sociali. La sintonia tra i due attori principali è talmente autentica da rendere ogni scena condivisa un piccolo gioiello carico d’affetto e complicità.

Pur non essendo un’opera perfetta, complici le divagazioni di una sceneggiatura che avrebbe dovuto essere più rigorosa e tenere bene a mente le priorità, la sincerità emotiva che traspare con forza dall’interpretazione dei due protagonisti fa passare in secondo piano i difetti strutturali. Tuttavia, la potenza del rapporto che si instaura tra i due protagonisti e la forza delle loro interpretazioni sono tali da far passare in secondo piano i difetti strutturali. Consigliato a chi cerca un’esperienza che smuova il cuore al punto da versare qualche lacrima sincera grazie ad un approccio commovente ma mai manipolatorio e che sia disposto però ad essere anche un tantino indulgente su alcune scelte narrative discutibili. Non credo si possa rimpiangere di averlo visto, questo proprio no.
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