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Ripe Town chinese drama review
Completed
Ripe Town
7 people found this review helpful
by Lynnea
Aug 11, 2026
12 of 12 episodes seen
Completed
Overall 9.0
Story 9.5
Acting/Cast 9.0
Music 8.5
Rewatch Value 9.0
This review may contain spoilers

“La giustizia che arriva troppo tardi non è giustizia”

Drama sorprendente e sorprendentemente sottovalutato. Io stessa mi sono incuriosita solo dopo il ripetuto apprezzamento di chi lo stava seguendo – grazie, Ifa! – e mi sono ritrovata davanti a una perla rara, una serie che in termini di qualità narrativa e visiva si discosta in modo marcato dalle innumerevoli proposte commerciali e spesso anche un po’ superficiali. Dodici episodi che non sono solo un intrattenimento ben fatto ma che stimolano una profonda riflessione sulla giustizia, la moralità e la natura umana.

LA TRAMA – Ambientazione per me del tutto nuova: siamo nel 1609, durante gli ultimi anni del regno di Wanli della dinastia Ming. Il titolo stesso, “Ripe town”, che nella traduzione più fedele sarebbe simile a “Sotto la città prospera”, rende bene l’idea di una contea apparentemente florida, all’apice della sua ricchezza, ma il cui sottosuolo è marcio di segreti, corruzione e ingiustizie e che nell’insieme indica l’avvicinarsi di una decadenza silenziosa. Ed è proprio così che appare la contea di Du: come un frutto così maturo da essere ormai sull’orlo della putrefazione. La storia ha inizio con una serie di inquietanti omicidi rituali, dove i cadaveri sono disposti in pose macabre e accompagnati da citazioni dei “Dialoghi di Confucio” quali indizi da interpretare e che trasformano ogni scena del crimine in una sfida intellettuale e morale.
Le indagini vengono portate avanti da Qu San Geng, giovane ufficiale giudiziario – che corrisponde alla figura storica denominata “bailiff” – sconvolto dall’uccisione del suo mentore, il capitano Leng (la prima delle vittime) e per questo ancor più determinato a scoprire la verità. Ciò lo porterà a riesumare un caso irrisolto di vent’anni prima: l’incendio che distrusse la residenza della famiglia Lu, uccidendo tutti i suoi membri (e, per effetto collaterale, anche il padre dello stesso San Geng). Dopo i primissimi episodi il drama si divide su due linee temporali: il presente delle indagini di San Geng e il passato che – attraverso gli occhi del giovane e brillante servitore Lu Zhi – mostra gli eventi che hanno portato alla tragedia. Una struttura narrativa complessa ma che alterna sapientemente i due periodi, infondendo un senso di mistero e mostrando come le radici del male che si affronta nel presente affondino in un passato di soprusi, silenzi e ingiustizie. Se all’inizio predominano le scene nel presente, verso la metà del drama i due archi narrativi – che di fatto riescono a sembrare distinti e uniti allo stesso tempo – sono sempre più alternati fino ad una prevalenza delle scene nel passato negli ultimi episodi, perché la conclusione trova la sua vera fine nel passato, mentre l’epilogo del presente è una sorta di chiusura inevitabile, così carica di significato, indubbiamente amara ma anche coraggiosa e coerente con il mondo cinico e disilluso costruito nel corso dell’intero drama. Non c’è ricompensa per i giusti, chi è - con fatica – moralmente retto non ottiene comunque nulla di buono, salvo una morte ingiusta e inutile. In un mondo ingiusto, è possibile essere una brava persona che non cede alla corruzione, ma a caro prezzo, e spesso il mondo non lo riconosce né lo premia. Questa , in sintesi, la morale finale di “Ripe Town”.

Guardando il drama nel suo complesso, uno degli elementi più affascinanti e caratteristici e è l'uso delle citazioni confuciane quale “firma” dell’assassino. E’ un paradosso spettacolare, poiché queste massime rappresentano l'apice della morale, della rettitudine e dell'ordine sociale, il fondamento su cui si regge la civiltà cinese. L’uso da parte dell’assassino per siglare i suoi crimini è un atto di denuncia all’ipocrisia che regna sovrana: ogni citazione viene infatti applicata in senso sarcastico, con un significato opposto a quello originale. Ad esempio, il capitano Leng viene trovato appeso a un palo in un campo come uno spaventapasseri, con la dicitura “La mia dottrina è una sola”: lui, che nel suo ruolo avrebbe dovuto spaventare (e quindi combattere) i passeri dediti alla corruzione, era invece diventato a sua volta uno di loro. Altro esempio quello del maestro Wang, ritrovato con il capo sepolto nella sabbia al pari di uno struzzo che ha scelto di nascondere la testa e fingere di non vedere il male che accadeva attorno a lui. A conti fatti, però, anche l’assassino cade vittima delle sue stesse accuse: ritiene che i guardiani della legge, non servendo veramente il popolo, non possano esprimere giudizi in termini di giustizia, ma è altresì vero che l’uccisione senza processo – quindi quella perpetrata dall’assassino – impedisce una “giusta” esposizione dei crimini e la "giusta" condanna delle colpe.


PERSONAGGI – La loro caratterizzazione è a mio avviso il vero punto di forza del drama. Non c’è traccia degli eroi senza macchia che affollano la maggior parte delle serie tradizionali ma, al contrario, ci troviamo di fronte a figure complesse, spesso ambigue e ciascuna a suo modo intrappolata nei propri dilemmi morali.

La figura di Qu San Geng è un po’ il filo conduttore della narrazione, le cui indagini dispiegano i vari passaggi della vicenda e rispolverano la sequenza degli eventi passati. La sua evoluzione è quasi una cartina tornasole che segue pari passo lo sviluppo del drama: da giovane idealista che crede in una giustizia netta impara gradualmente – anche attraverso gli insegnamenti postumi del suo maestro – che il mondo è fatto di zone grigie (così come la distinzione netta tra buoni e cattivi che l’opera promuove all’inizio è destinata a convergere in una stratificazione di luci ed ombre)

Il giovane Lu Zhi è il personaggio che rappresenta la vera anima dell’opera. Un orfano intelligente e inizialmente servizievole, desideroso di una vita serena e di una famiglia stabile, che a causa di un sistema ingiusto si trasforma da vittima ad artefice di una vendetta spietata. La sua evoluzione è talmente ricca di sfumature da andare oltre il classico concetto di “villain”, costringendo più volte lo spettatore a chiedersi se sia nato malvagio o se sia stato inevitabilmente condizionato dalle circostanze. Di fatto è un mostro che nasce dalla vittima, in una lenta ma inesorabile trasformazione che è tra i tratti meglio riusciti dell’intero drama. Non c’è nulla di affrettato, nulla di poco coerente, anzi: significativo è ad esempio il passaggio in cui sopraggiungono alcuni parenti della famiglia Lu, mandando a monte il piano di avvelenare il Padrone. In quel frangente Lu Zhi si dice incredibilmente sollevato, ammettendo il conflitto interiore che non lo fa dormire la notte e quasi speranzoso di avere la possibilità di fare un passo indietro rispetto ai propositi vendicativi già avviati. Sono gli ultimi sprazzi della sua bontà, di quel ragazzo gentile e compassionevole che è però destinato a soccombere. E quando si trasforma definitivamente in un mostro, lo fa con il pieno impiego delle proprie capacità, arrivando a colpire i “buoni” perché – rei di quella che lui ora vede come debolezza – è meno probabile che cerchino vendetta. Di grande impatto anche il momento in cui uccide a tradimento il signor Zhong, l’uomo che un tempo credeva muto e con il quale trascorreva pomeriggi a pescare, confidandosi e ricevendo consigli, salvo più avanti scoprire che non era il brav’uomo che aveva sempre creduto e che lo stava manipolando con delle menzogne per averlo come alleato nella distruzione della famiglia Lu.

Altro pilastro del drama è il giudice Song Chen, in passato brillante maestro di calligrafia e poesia, poi vittima di un’ingiustizia giudiziaria che lo ha portato a una detenzione durante la quale ha subito torture che lo hanno umiliato e storpiato, rendendogli la mano inutilizzabile. La sua disabilità fisica è un po’ una metafora del suo animo ferito e la sua ricerca della giustizia – portata avanti in modo incorruttibile ma anche spietato – è espressione di rara integrità conquistata a caro prezzo, rendendo la sua figura davvero profonda e straziante.

I compari di San Geng, ovvero Gao Shi Cong e Feng Ke Zhui – noto anche come il “tacchino” – aggiungono quel tocco di simpatica leggerezza, talvolta farcita da black humor, che bene bilancia i toni altresì troppo cupi della narrazione.


CAST – Tra le tante ottime prove degli attori che figurano in questo drama, spicca sicuramente quella eccezionale di Yu Yao, giovane attore a me sconosciuto che ha saputo interpretare Lu Zhi con una maturità davvero stupefacente, rendendolo un personaggio indimenticabile. Altra prova magistrale è quella di Ning Li, attore che offre una performance di rara intensità, riuscendo a trasmettere tutta la complessità del personaggio del giudice Song: un corpo debilitato e menomato, una sofferenza interiore legata a cicatrici che non smetteranno mai di dolere, una fermezza ammirevole per l’integrità alla quale non vuole rinunciare, triste ripiego consolatorio che gli resta dopo aver perduto tutto ciò a cui veramente teneva. Azzeccata anche la scelta di Bai Yu Fan: il suo San Geng si presenta nelle vesti di protagonista, salvo poi lasciare il giusto spazio anche agli altri personaggi principali. Una recitazione calibrata e convincente, capace di mantenere vivo il proprio personaggio senza per questo prevaricare sugli altri.

BEST QUOTES: Sono diverse le frasi significative di questo drama che meritano di essere riportate e che colgono appieno i vari personaggi principali.
“La giustizia che arriva troppo tardi non è giustizia” (Giudice Song) - La mia preferita. Viene pronunciata nell’ultimo episodio, durante un profondo confronto con il magistrato Wei, e si riferisce al suo travagliato vissuto: vittima di un’ingiustizia, ha dovuto comunque subire l’esperienza terrificante del carcere, dal quale è uscito “mezzo uomo e mezzo fantasma”. Quando a posteriori viene dichiarato innocente e rilasciato, il danno ormai è irreversibile: zoppica vistosamente e la mano con la quale dipingeva è ormai inutilizzabile. E’ vivo, ma è anche morto dentro. In questo senso, non può ottenere una “giusta” giustizia. Il magistrato Wei amplia ulteriormente la riflessione, facendo presente che i colpevoli non sono stati puniti e che l’ingiustizia commessa da loro ha generato altre ingiustizie (i pettegolezzi, l’amicizia tradita, il sospetto che abbia comprato la sentenza). Quella di Song è una riabilitazione meramente e tristemente solo di nome, insomma. La stessa frase però abbraccia anche il magistrato Wei: in un mondo di ingiustizia, dove i colpevoli non pagano e si è impotenti, si può arrivare a giustificare la vendetta personale nella quale ci si erge giudice, giuria e boia. Ma nemmeno questa è giustizia, non solo arriva tardi, ma nel modo sbagliato. Song e Wei sono, di fatto, le due facce della stessa medaglia.

“Perché fare il bene è così difficile mentre fare il male è così naturale?” (Lu Zhi) – Frase che descrivere perfettamente l’animo del personaggio, di come vive. La moralità non è una virtù alla portata di tutti, bensì un lusso concesso solo a chi vive in posizioni di privilegio. Al contrario chi vive come un servitore, quando la sopravvivenza è in gioco e il sistema nega ogni possibilità di riscatto, si ritrova a vedere sfumare sempre di più la distinzione tra bene e male.

“Finora ho fatto ciò che mi era permesso. Ora posso solo fare ciò che non dovrei” (San Geng) – Qui siamo quasi alla fine del drama, in un confronto per strada con il Tacchino. E’ la conferma dell’evoluzione del personaggio, che inizialmente mai avrebbe nemmeno considerato di fare qualcosa che non è lecito fare. Ma non è più un giovane illuso che vede nel suo mentore un esempio di integrità. Ha iniziato a vedere tutte le sfumature di grigio esistenti al di sotto di quella sua superficiale distinzione in bianco o nero. Non solo, ha compreso che la sua decisione di risolvere il mistero non gli restituirà alcunchè: dovrà convivere con il rammarico che l’uomo da lui tanto ammirato, la figura maschile presa come modello dopo la morte del padre, non era minimamente la persona che pensava di conoscere. Solo l’ennesimo essere umano che viveva in un continuo contrasto di luci e ombre.

ASPETTI TECNICI – Qui siamo non uno ma diversi gradini sopra gli standard cinesi. La fotografia si ispira ai dipinti a inchiostro di Wu Guan Zhong, uno dei più grandi pittori contemporanei cinesi. Osservando le sue opere, sembra davvero di cogliere la somiglianza con alcune immagini del drama. Alcune inquadrature, poi, sembrano studiate per far si che porte, paraventi e finestre creino delle dimensioni stratificate, quasi a rimarcare la presenza di segreti nascosti e a dare una sensazione di costante sorveglianza.
L'atmosfera è sì cupa ma immersa anche in una luce nebbiosa, a tratti sporca. Le gradazioni di colori che prevalgono sono i grigi, i blu e i verdi, contrastati solo dalle tinte calde e tremolanti delle lanterne. Nell’intero drama non c’è un colore sgargiante o vivace che sia uno, quasi a non voler abbandonare mai quell’aura di gravoso mistero. Altro dettaglio che si nota già nella sigla di apertura è come i paesaggi esterni alla città siano ampie vedute orizzontali che conferiscono un forte senso di apertura e sottolineano ancora di più le inquadrature dei vicoli della città, che al contrario sono stretti e si sviluppano più in altezza, dando un senso di oppressione e soffocamento.
La scelta di girare in una città antica reale – nella fattispecie Huishan, oggi parte della città di Wuxi, provincia di Jiangsu – riesce a conferire un'autenticità e un'immersione che un set ricreato ad hoc non avrebbe potuto raggiungere.
Per quanto riguarda l’OST c’è un uso volutamente parsimonioso della musica, senza alcuna esagerazione in termini di quantità e volume. Ad attirare maggiormente l’attenzione in termini sonori sono in realtà i suoni ambientali – il fruscio dei vestiti piuttosto che il rumore dei passi sulla ghiaia – quali elementi reali che amplificano naturalmente la tensione. E’ come se si volesse tenere ben agganciato lo spettatore, tenendolo immerso in continuità lungo il corso della vicenda. Nulla da ridire anche per quanto riguarda l'accuratezza storica di costumi, ambienti e oggetti di scena – periodo, ripeto, per me nuovo per cui sono andata a documentarmi un poco - che contribuiscono a creare un panorama credibile e vissuto, lontano dai set patinati di molte produzioni, storiche comprese.

IN CONCLUSIONE – Un drama che è un vero gioiello, grazie a una sceneggiatura solida e ben ideata, ricco di personaggi originali e con un comparto tecnico di altissimo livello. E’ un’opera in grado di intrattenere e contemporaneamente far riflettere. Una precisazione doverosa, quando dico “intrattenere” occorre dimenticare le sequenze a ritmo serrato, gli effetti speciali e tutto ciò che solitamente promette una rapida fruizione stile “mordi e fuggi”. E’ un coinvolgimento che richiede i suoi tempi – in questo senso è lo spettatore che si adegua al drama e non viceversa – e che richiede una certa dose di attenzione data la corposità dei suoi episodi. E’ una visione imperdibile per gli amanti del genere mystery, del thriller storico e, in generale, dei lavori ben fatti. Lo sconsiglio solo a chi non può rinunciare al romance, già che qui non vi è nemmeno un accenno. Per tutti gli altri, è vero che richiede un po’ di pazienza ma ripaga lo spettatore con una storia davvero profonda e toccante su quello che è il prezzo della giustizia e su quanto sia sottile la linea che separa la vendetta dalla rettitudine. Per quanto mi riguarda, un capolavoro nascosto.
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