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Against the Current chinese drama review
Completed
Against the Current
12 people found this review helpful
by Lynnea Finger Heart Award1 Flower Award1
19 days ago
47 of 47 episodes seen
Completed
Overall 8.5
Story 8.5
Acting/Cast 9.0
Music 9.0
Rewatch Value 8.0
This review may contain spoilers

Incantevole storia di riscatto al femminile tra gabbie incorniciate e dinamiche di potere

IN SINTESI – Probabilmente uno dei drama storici cinesi più maturi e visivamente curati dell’anno, con i suoi quasi cinquanta episodi propone l’adattamento di un romanzo che tratta temi quali la sopravvivenza, drammi familiari e intrighi politici, facendo luce sulla zona grigia delle lotte di classe e del desiderio di giustizia sociale. Il tutto supportato da una narrazione prevalentemente solida e priva dei classici cliché oltre che da una cura estetica a dir poco ammirevole.

TRAMA – La storia segue le tragiche vicissitudini di Shen Jia Lan, ragazza la cui famiglia prestigiosa viene eliminata improvvisamente a seguito di false accuse di tradimento mosse contro il capostipite. Unica sopravvissuta, assume l’identità di Xu Lan Xiang, la coetanea e defunta figlia di due servitori che l’hanno tratta in salvo. Sotto queste umili spoglie, si infiltra anni dopo come domestica nella tenuta della famiglia Lin, il cui erede – Lin Jinqui – era paradossalmente stato il suo promesso sposo (mai incontrato di persona) prima del nefasto evento. Segue quindi una lenta ma inesorabile – e per molti versi pericolosa – scalata sociale, tra spietate regole della servitù e complotti, fino a un matrimonio praticamente imposto.

TEMI PRINCIPALI – In fase di apertura il focus è sulla sopravvivenza al trauma e sulla spietatezza della gerarchia sociale (il primo episodio conta alcune scene davvero molto forti), anche se la tematica caratterizzante la serie è quella del ruolo della figura femminile. Senza scivolare nell’errore di ritratti anacronistici, opta per un approccio più coerente dal punto di vista storico, conseguendo un risultato complesso e affascinante. L’evoluzione di Lan Xiang non passa attraverso atti violenti o ribelli, e neppure per mezzo di discorsi plateali contro il sistema piuttosto che contro il patriarcato, bensì utilizza l’astuzia e la pazienza per fare le sue – piccole ma significative – mosse dall’interno, al pari di un ingranaggio capace, nel suo piccolo, di generare poi ripercussioni a cascata anche di grande portata. Ed ecco quindi che le responsabilità familiari, la gestione adeguata delle faccende domestiche e le alleanze – quasi una forma di sorellanza – tra le donne diventano di fatto espressione di un potere incredibile, quasi tangibile.
Il tema dell’emancipazione femminile si adegua al contesto storico e si fonde con le dinamiche – talvolta spietate, talvolta solidali - del “Neiyuan” (il cortile interno, di dominio esclusivo delle donne): è questo il contesto che Lan Xiang impara a gestire, a governare e, all’occorrenza, anche a manipolare per combattere le ingiustizie che fanno parte della vita ordinaria delle donne dell'epoca. Se gli uomini detengono il potere formale, le donne qui controllano la quotidianità e, muovendosi nel modo giusto, possono diventare altrettanto determinanti.
Vi è infine un ultimo aspetto particolarmente meritevole, che è al contempo tematico e scenografico: parlo dell’architettura incantevole di elementi quali finestre e archi, che la regia trasforma in una efficace metafora della prigione psicologica. Una carrellata di sequenze è ben presente nella sigla iniziale e ogni episodio conta molteplici inquadrature significative, con un picco nel 43esimo episodio (vado a memoria, potrebbe essere al più il successivo o il precedente). Non è lo schermo il confine che separa lo spettatore dalla scena, bensì lo spettatore si trova inserito nella scena stessa e osserva la vicenda che si svolge ancora più all’interno, separato da una barriera fisica ma non visiva: si ha davvero l’impressione di “sbirciare” attraverso le raffinate finestre a grata del cortile – di cui si contano innumerevoli tipologie e forme – e rimanda perfettamente la sensazione di qualcuno non solo confinato al suo interno ma contemporaneamente esposto allo sguardo – e al giudizio – esterno. Lo stesso avviene quando si oltrepassano gli archi lunari (quelli di forma circolare) passando da zone “invisibili” come quelle della servitù - non a caso scarsamente illuminate, seppur di un bagliore caldo (e umano) - alle zone padronali, ampie e rischiarate da una luce tanto intensa quanto fredda (a ricordare relazioni perlopiù anaffettive). Dettaglio che ho notato solo più avanti: nelle scene in cui Lan Xiang attraversa fisicamente tali archi, spesso sta compiendo qualche sorta di trasgressione gerarchica (intervento a fin di bene che la porta, a risoluzione del problema di turno, ad essere sempre più considerata all’interno della residenza).

IL TITOLO – “Against the current” è un titolo che ho trovato estremamente calzante, poiché rende a pieno l’idea dello sforzo immane della protagonista, che si ritrova metaforicamente a nuotare contro il flusso di un sistema sociale impostato invece per trascinarla a fondo. A meritare una riflessione e una menzione è però il fatto che – con mio stupore - il titolo originale sia totalmente diverso, dove la traduzione dovrebbe assomigliare a qualcosa tipo “La fragranza dell’orchidea rimane come prima”: una scelta più simbolica, dove l’orchidea è rappresentazione di nobiltà d’animo, eleganza, forza e integrità. Che la “fragranza”, cioè la sua essenza, “rimanga come prima” fa pensare al fatto che nonostante la protagonista venga strappata dal suo ambiente e costretta a ripartire dal basso, la sua identità più profonda intesa come etica e principi, resti di fatto inalterata. Una purezza che resiste a uno scenario circostante corrotto: è un'immagine davvero potente.

I PERSONAGGI – Xu Lan Xiang è un personaggio sulla cui caratterizzazione è stato fatto un lavoro magistrale: non è né infallibile, né onnipotente, piuttosto un’abile stratega e un’osservatrice attenta. In lei vi sono risorse innate, alle quali si aggiunge una nuova forza, quella della “sopravvissuta”: nel suo percorso di risalita dimostra un approccio pragmatico, privo di autocommiserazione. I suoi principi sono saldi, le sue idee chiare – per quanto non sbandierate per ovvii motivi – il suo codice di condotta ineccepibile: una figura la cui dignità risiede sia nel modo stoico in cui accetta la realtà, sia nell’incrollabile desiderio di riscatto. Il tratto a mio avviso più bello del suo personaggio è che l’emancipazione di Lan Xian sta proprio nel mantenere intatta la sua “bussola” morale, perseguendo i suoi obiettivi sempre nel rispetto dei suoi principi, arrivando a utilizzare “le regole” del sistema a proprio vantaggio e per tutelare le persone a lei care. Lin Jinqi è un uomo le cui sfaccettature contrastano le une con le altre: da una parte è oppresso dai doveri filiali e dagli obblighi politici, dall’altra è fedele ai propri principi. Questo dualismo lo vede spesso oggetto di sensi di colpa e frustrazione, dandone un’immagine più umana e lontana dal mito del classico eroe salvatore. Pur non abusando abitualmente dei propri privilegi, e pur seguendo un cammino che si discosta dalle scelte codarde del nonno fatte in passato, per buona parte del drama continua ad essere comunque influenzato da una società stereotipata: ecco quindi che dopo il madornale errore sul matrimonio praticamente imposto, lo vediamo – a drama già ben oltre la metà – preso in contropiede di fronte alle audaci affermazioni di Lan Xian in merito ai diritti delle persone, indipendentemente dal fatto che questi siano imperatori o servi. Un uomo retto ma con una mentalità non veramente aperta.
L’approccio alle dinamiche di coppia è sicuramente atipico, soprattutto dopo il matrimonio: bando ai classici cliché e non solo, perché anche le classiche scene e i passaggi solitamente immancabili in un romance, qui vengono praticamente saltati a piedi pari (al punto che il passaggio che porta – anni dopo- alla consumazione del matrimonio tra i due non è del tutto chiaro e tanto meno lineare). Lui è affascinato da lei e svilupperà via via un sentimento che oscilla tra amore e devozione, imparando a rispettarla sul serio e facendo ammenda al passato. Lei darà sempre l’impressione di accettarlo più come un compagno di viaggio che come oggetto di un interesse amoroso e romantico vero e proprio. In uno degli ultimi episodi, parlando con i due nipoti preadolescenti e facendo riferimento alle persone a lei care cita in primis la figlia neonata e a seguire gli anziani genitori, senza menzionare minimamente il marito.
Ci sono poi un’altra miriade di personaggi che sarebbe bello analizzare, troppo tanti per riportarli tutti: il drama conta davvero un numero impressionante di figure secondarie, che così secondarie non sono già che tantissime – a differenza di altre opere – riescono a dare spessore alla vicenda e vantano una preziosa caratterizzazione propria. Non c’erano i saldi sulla tappezzeria, insomma. Tante le figure femminili, quasi un microcosmo, così diverse tra loro – per carattere, estrazione sociale, principi e trascorsi – ma quasi tutte capaci di mettere sul piatto una diversa ricerca – o quanto meno desiderio – di autonomia o libertà. Che sia una questione di indipendenza economica, una violenza domestica, una voce silenziosa, un livello di cultura o di intelletto non riconosciuti o altro… Tutto converge verso un elemento comune: il diritto di scegliere, di essere autrici del proprio destino, e non semplici elementi passivi. Curioso poi come questo punto di convergenza diverga nuovamente nelle modalità di azione: c’è chi resta ligio alle regole e si muove in modo onesto, chi pianifica strategie subdole, chi tentenna, chi afferra occasioni al volo, chi attende il momento propizio, chi riversa la frustrazione sugli altri, e via dicendo. Ciascuna di loro, a suo modo, vive un tipo di prigione diversa e anela la libertà.

CAST – Ha fatto la differenza? Direi proprio di sì. Probabilmente la performance migliore di Tan Song Yun ad oggi, che non necessita di atteggiamenti esasperati, eccessivi o estremi per trasmettere il dolore mai sopito che accompagna il personaggio. Vive la sua Xu Lan Xian e riesce a farla vivere anche allo spettatore. Liu Xue Yi la affianca con altrettanta intensità, esprimendo anche solo attraverso lo sguardo tutta la malinconia derivante dal senso di impotenza del protagonista. Eccellenti anche le prove di molte attrici nei panni dei vari personaggi secondari, tra le quali a mio avviso spiccano Li Meng (nei panni della complessa e “chiaroscura” Zhao Xing Tang), Guo Keyu nei panni della madre adottiva della protagonista (alcuni sguardi commossi/addolorati arrivano davvero dritti al cuore), Du Cuique nel ruolo dell’antagonista non redenta e non ultima Lu Ji’Er, serva diventata poi cortigiana e infine salvata da Lan Xian, alla quale la lega una profonda amicizia (bella da vedere in quanto abbatte ogni formalità).

ASPETTI TECNICI - Siamo su un livelo non alto, altissimo. La regia è elegante e capace di valorizzare al meglio sia i costumi sia le scenografie. C’è un rigore, una simmetria che in qualche modo sembra rispecchiare l’ordine patriarcale della famiglia Lin.
La fotografia è semplicemente spettacolare e di grande impatto, con un'impostazione visiva realista ben lontana dai toni patinati di altre opere dello stesso genere. Predomina l'uso del chiaroscuro in chiave simbolica e una geometria rigorosa che va a "incorniciare"i personaggi, anche isolandoli, mentre la luce filtra dalle finestre a grata come uno spiraglio che illumina l'ambiente di "confinamento". Viene dato risalto particolare alla texture, in particolar modo dei tessuti, e il contrasto cromatico sottolinea la distanza tra le varie classi sociali.
L’OST è discreta – detto nel senso migliore del termine – priva di qualsivoglia orpello o arrangiamento ridondante e accompagna le scene senza mai sovrastarle. Sono musiche molto evocative, che vanno ad accentuare l’idea di una bellezza triste e ineluttabile.
Il tallone d’Achille è rappresentato dal montaggio e dal ritmo, soprattutto nell’ultimo quarto del drama: i salti temporali sono bruschi e non si contano (scena – “3 mesi dopo…” – altra scena – “6 mesi dopo…” – altra scena ancora – “7 anni dopo…” e via dicendo). Questo montaggio sbrigativo e il ritmo singhiozzante impediscono una degna conclusione a tante tematiche ancora aperte – dall’identità della protagonista alle coppie secondarie – e che trovano risoluzione in modo a dir poco insoddisfacente. Se il riferimento al travaglio che ha portato Lan Xian al mondo – e il conseguente aggirarsi di Jinqi con il baule in mano – sono stati un’espediente che non ho particolarmente apprezzato (lui che di colpo realizza ciò che era da tempo più che evidente proprio non mi ha convinta), ma mi è piaciuta invece la risoluzione della questione nell’episodio successivo, senza riferimenti espliciti, con lui che brucia gli oggetti che potrebbero svelare l’identità di lei mettendola in pericolo, ricalcando così la scena di loro due nel rifugio di fortuna post battaglia, quando Lan Xian aveva bruciato un documento che avrebbe potuto mettere Jinqi in serio pericolo. Al contrario, la capitolazione delle varie coppie secondarie è stata di una rara bruttezza: una sequenza rapida e concatenata che ha dato l’impressione di una sceneggiatura stanca, intenzionata solo a chiudere la questione “alla svelta” (e infatti tutto si risolve in metà episodio, che tristezza).

CRITICITA’: LA CENTRATURA
Difetto spiacevole che salta purtroppo all’occhio. Il drama si presenta come una storia incentrata sulla vita di Lan Xian e per buona parte mantiene questo filo conduttore. A un certo punto, però, c’è come un cambio di prospettiva, che non vede più la protagonista al centro ma la rende piuttosto una sorta di narratrice, chiamata in causa per affrontare e risolvere i problemi di terzi che via via si presentano (e che riguardano principalmente i membri della numerosa famiglia Lin). La percezione, appunto, è quella di una decentratura in corso d’opera: lei è ancora presente, il contesto non è cambiato, ma il fuoco dell’obiettivo si è spostato da lei per finire in una zona vicina ma imprecisata, aspetto che rende l’ultima parte degli episodi più simile a una saga famigliare vista nella sua totalità (più volte mi è tornata alla mente “La casa degli spiriti” della Allende). Personalmente avrei apprezzato entrambi gli approcci, a patto di avere una sola scelta, costante per tutta la durata del drama.

IN CONCLUSIONE – Un’opera di sicuro ambiziosa – in gran parte riuscita - che collocherei indubbiamente sopra la media del panorama dei drama cinesi storici di recente produzione. Non è una storia d’amore tormentata – non inteso come un amore romantico tra i due protagonisti, che a conti fatti è quasi marginale – ma principalmente una storia di resilienza e di riscatto di una politica matriarcale. Sebbene la sceneggiatura, elegante e intelligente per i primi tre quarti, vada a penalizzare la parte finale (supportata in tal senso da un montaggio e un ritmo anch’essi fuori assetto), resta in ogni caso una visione di indubbio valore, che non si fa ricordare per i colpi di scena ma per aver saputo ritrarre – finalmente! E in barba alle tanto millantante donne-generale – l’immagine indelebile di una donna che, pur costretta e confinata all’interno di grandi mura trova il modo, con le sue forze, di abbatterle un poco per volta. Poteva essere qualcosa di più? Sì, ma nonostante i difetti, resta un titolo senz’altro da consigliare.
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