PERFECT CLOWN- PERFECT NOIA!
*The Perfect Strunzata* sarebbe già un titolo più onesto, limpido e soprattutto meno truffaldino dell'originale. Perché qui non siamo davanti a un drama che inciampa: siamo davanti a un’opera che prende una bella confezione, si mette addosso il velluto, accende due luci calde, fa partire la musica al pianoforte e spera che nessuno, per caso, si accorga che sotto non c’è quasi niente. E invece ci si accorge, eccome se ci si accorge. Basta avere anche solo un minimo di pazienza — o di sopportazione masochista — per arrivare ai titoli di coda e capire che il vero miracolo non è la storia raccontata, ma il fatto che una parte del pubblico sia riuscita a chiamare tutto questo “capolavoro” con lo stesso entusiasmo con cui si approverebbe una viennetta al supermercato spacciandola per patisserie di Vissani.
Il voto medio di 8,4 , francamente, ha qualcosa di liturgico, è atto di fede delle casalinghe o delle bimbette in assetto da adorazione, del fandom che confonde l’algoritmo con il gusto, dell’occhio che vota con il cuoricino e non con il cervello. Una liturgia del “mi piace perché è bello”, che poi è il grande sport planetario della televisione patinata: prendere due facce fotogeniche, impacchettarle in una monarchia costituzionale da cartolina, spruzzarci sopra un po’ di dolore ereditario e far passare il tutto per narrativa adulta. È una bestemmia estetica venduta come SERIE TV! PER GIUNTA CON INESATTEZZE STORICHE (VEDI LA POLEMICA SUL FINALE).
La prima cosa che salta addosso, e che resta addosso è l’ossessione per l’immagine: questo drama vuole essere guardato, non vissuto. Vuole essere contemplato, non attraversato! È un lungo esercizio di fotografia che si guarda allo specchio, si trova molto elegante e decide che basta. Inquadrature lunghe, primi piani tirati fino allo sfinimento, pause che vorrebbero sembrare peso psicologico ma che spesso assomigliano solo a una versione particolarmente costosa dell’immobilità. Il problema non è la lentezza in sé: il problema è la lentezza senza densità. Quando una serie è lenta ma piena, la segui volentieri. Quando è lenta e vuota, inizi a sentire il rumore del tuo stesso disinteresse. E qui il disinteresse arriva presto, già dopo pochi episodi, come un ospite sgradito che si siede sul divano e non se ne va.
La struttura temporale è un altro piccolo attentato alla dignità dello spettatore. Non parliamo di un uso intelligente dei flashback, quelli che aggiungono qualcosa, chiariscono, danno strati, modificano il significato del presente. No. Qui c’è un abuso costante di ellissi, rimandi, ritorni indietro, tagli di scena nel momento esatto in cui una risposta potrebbe arrivare, per poi riproporla tre scene dopo come se il dramma avesse inventato l’acqua calda. Una domanda? Stop. Una confessione? Stop. Un confronto? Stop. Una scena che potrebbe respirare? Niente, taglio netto, cambio d’angolo, ritorno più tardi con la stessa informazione servita in versione dilazionata. È il classico trucco da sceneggiatura che non ha abbastanza sostanza per reggere il presente e allora lo svuota, lo interrompe, lo spezza, lo rimanda. Non suspense: stanchezza. Non tensione: rinvio artificiale. Non profondità: il gioco delle sedie temporali e questo lo fa col disperato tentativo di "farti sentire" qualcosa, ma io sentivo il suono dei miei sbadigli.
E poi ci sono i personaggi, o almeno quello che dovrebbe somigliarvi. Il principe, sulla carta, avrebbe dovuto avere carisma, aura, presenza, status, forza. In pratica, I-An, il Daegun, Byeon Wook Seok. sembra un uomo elegante generico uscito da un catalogo di modelli di brand di lusso, abiti satinati, lucidi, con colori improbabili, da piano bar o da matrimonio kitsch, con la differenza che un catalogo lo sfogli e basta. Il problema non è solo che reciti bene in alcune scene e peggio in altre: il problema è che non emana abbastanza AURA. Un principe, in un racconto del genere, deve avere peso visivo e simbolico. Deve entrare in scena e far capire perché tutti si girano. Qui invece spesso pare un modello ben pettinato, vestito con abiti che non costruiscono un’identità ma la smussano. Non ha mitologia addosso, cammina come se fosse in passerella. Ha il merchandising. E se il personaggio maschile principale non ha aura, il drama non è che perda un dettaglio: perde il suo perno. Il confronto con Lee Min-Ho e il suo Lee Gon di Eternal Monarch è impietoso.
La voce, poi, è un altro di quei punti che fanno la differenza tra un attore e un bel viso con il copione in mano. La modulazione emotiva qui spesso non c’è. Il volto prova a dire una cosa, la voce non dice quasi niente. È quella sensazione fastidiosa per cui tu dovresti sentire intensità, ma percepisci soltanto la posa dell’intensità. Gli occhi si fermano bene, la faccia si dispone bene, ma il peso interno resta piatto. E il risultato è tragicomico: il personaggio dovrebbe essere tormentato, ma sembra semplicemente ben illuminato. È il limite più crudele dei drama iper-fotografati: trasformano ogni debolezza in evidenza. Se l’attore è forte, la luce lo esalta. Se è debole, la luce lo inchioda. E qui il problema si vede parecchio.
IU va detto, tiene meglio MA non per questo salva la nave. È più continua, più stabile, più consapevole. Ha una presenza che regge la scena in modo meno intermittente. Però anche lei, a un certo punto, si piega alla logica generale della serie: quella di caricare il personaggio più del necessario, di spingere una caratterizzazione che diventa presto manierismo. Ci mette un po’ ad arrivare davvero, perché la scrittura la costringe a stare dentro un sistema che preferisce l’estetica alla respirazione. E infatti il rapporto tra i due non esplode mai del tutto, non per mancanza di bellezza, ma per mancanza di tensione autentica. Sono una coppia gradevole, esteticamente funzionante, persino piacevole in varie scene. Ma non ti danno i brividi. Non ti lasciano addosso quella micro-scarica che ti fa pensare “ok, forse si piacciono davvero” (cosa che ho pensato in My demon, dove la chimica ha salvato la serie dalla mediocrità). Restano una bella composizione. Una coppia da feed. Instagrammabile. Un’immagine che si lascia guardare più che un legame che si lascia sentire.
E questo è il punto che taglia più in profondità: la serie insiste sulla coppia come se bastasse l’accoppiata visiva a produrre emozione. Ma la chimica non è un filtro Instagram. Non è il fatto che lui sia bello e lei anche, e dunque il resto venga da sé come per magia. La chimica vera si misura sulla naturalezza, sulla presenza fisica, sui dialoghi che respirano, sulla tensione sotterranea, sulle pause piene di qualcosa. Qui invece i dialoghi spesso non restano dentro. Scivolano via. Sono poveri, talvolta persino troppo letterali, almeno dei sottotitoli poco revisionati, come se qualcuno avesse paura di far dire ai personaggi cose che non siano già esplicitamente comprensibili.
E i personaggi secondari? Utili, sì, ma spesso ridotti a funzione. La regina è uno di quei casi in cui il dramma pare innamorarsi della propria idea di follia aristocratica e finisce per produrre una figura caricaturale, più disturbante per eccesso di posa che per autentica minaccia. Il padre, invece, è un attore vero. Si vede. Si sente. Lo capisci dal fatto che fai fatica a riconoscerlo altrove: cambia pelle, non resta imprigionato nella stessa faccia (è lo scienziato genetico di Mouse). Peccato vederlo sprecato in un titolo che non gli offre possibilità. E poi c’è il bambino che interpreta il re, che è forse uno dei punti più fragili dell’intero impianto: non basta vestire un bambino da simbolo nazionale per trasformarlo in figura tragica. Se l’attore è debole, si vede. Se la direzione è povera, si vede due volte. E quando la serie pretende da un piccolo interprete una regalità psicologica che lui non riesce a sostenere, l’effetto è quello del “mini-adulto per contratto”, cioè una cosa innaturale e un po’ ridicola, che spezza la credibilità invece di consolidarla. Anche lì, l’idea c’è. La resa no.
Sul piano della scrittura politica, poi, il drama si impantana nelle sue stesse premesse. Il protagonista avrebbe l’agency per distruggere i nemici, per usare il testamento, per prendere posizione, per piegare il sistema. Ma la sceneggiatura gli costruisce intorno una giustificazione di convenienza, non una vera complessità. Non è un conflitto morale profondo: è il classico “non lo fa perché altrimenti la trama finirebbe”. Ed è qui che il personaggio smette di sembrare vivo e diventa una pedina al servizio della durata. È la morte del racconto intelligente: quando il comportamento non nasce da una necessità interna ma dalla paura degli autori di arrivare troppo presto alla verità.
La parte più comica, però, è il continuo tentativo di far sembrare tutto sofisticato tramite l’accumulo di dettagli visivi. Il product placement è quasi un personaggio a sé. Subway, catene di fast food, Mercedes, tutto infilato in scena con quella naturalezza da pubblicità travestita da fiction. E capisci che il problema non è la presenza del brand in sé: il problema è quando la serie appare più interessata a vendere il mondo che a raccontarlo. Così il palazzo, le auto, i locali, gli oggetti, tutto diventa superficie. Una superficie molto lucida, certo. Ma sempre superficie. Una patina di lusso che non basta a fare atmosfera, perché l’atmosfera, quella vera, nasce dal rapporto tra stile e necessità narrativa. Qui invece la necessità manca, e resta soltanto il lucido.
Il ritmo, di conseguenza, è un piccolo supplizio. Ci sono episodi in cui qualcosa regge, anche meglio di quanto ci si aspetterebbe. Ma poi la serie torna alla sua principale vocazione: diluire. Dal matrimonio in poi diventa una sequenza di complicazioni più o meno prevedibili che invece di alzare la posta la annacquano. E quando perfino un evento potenzialmente forte come l’incoronazione viene trattato come un dettaglio quasi laterale, capisci che il problema non è la mancanza di eventi, ma la mancanza di energia nel raccontarli. Tutto pare stare lì per comporre un tableau, non per far avanzare davvero una storia.
Eppure il finale, in modo quasi scandaloso rispetto al resto, funziona. Funziona perché si libera di molte delle pose inutili e finalmente concede alla coppia un respiro più quotidiano, più semplice, meno ossessionato dall’essere iconico. Ed è quasi ironico che proprio la parte più convincente arrivi quando la serie smette di voler essere “grande”. Niente cliché urlati, niente retorica monarchica, niente bisogno di inchiodare ogni emozione al primo piano con sottofondo di pianoforte triste. Solo la vita di ogni giorno. Ed è lì che si intravede, per pochi minuti, quello che il drama avrebbe potuto essere se avesse avuto il coraggio di fidarsi di più delle persone e meno del packaging.
Per questo, in fondo, il verdetto resta severo. Non perché sia un disastro totale in ogni singolo istante. Non lo è. Ma perché fallisce nel punto in cui voleva essere imponente: la costruzione di un mondo emotivo credibile. Vuole sembrare aristocratico, profondo, romantico, tragico, elegante, ma troppo spesso finisce per sembrare solo costoso, stirato, fotografato bene e scritto con la paura di restare davvero fermo su un’emozione. Il che, paradossalmente, lo rende ancora più frustrante. Perché il potenziale c’era. La confezione pure. Manca il resto.
Il mio voto complessivo resta quindi sotto il voto del pubblico adorante e benedetto dal culto del bel volto: un onesto 5,7/10, non portato a 6 perchè questo voto VA ABBASSATO, INSULTO A QUALSIASI COSA ABBIA QUEL VOTO E SIA UNA SPANNA SOPRA, 0,4 PUNTI INFERIORE A MR SUNSHINE, VERGOGNA! Una serie che vuole vendersi come regale ma vive di trucchi, che vuole essere intensa ma si nasconde dietro i primi piani, che vuole essere sofisticata ma insiste sui cliché, che vuole sembrare memorabile ma finisce per essere, soprattutto, una lunghissima, costosissima, impeccabilmente illuminata S T R UN ZA TA!
Il voto medio di 8,4 , francamente, ha qualcosa di liturgico, è atto di fede delle casalinghe o delle bimbette in assetto da adorazione, del fandom che confonde l’algoritmo con il gusto, dell’occhio che vota con il cuoricino e non con il cervello. Una liturgia del “mi piace perché è bello”, che poi è il grande sport planetario della televisione patinata: prendere due facce fotogeniche, impacchettarle in una monarchia costituzionale da cartolina, spruzzarci sopra un po’ di dolore ereditario e far passare il tutto per narrativa adulta. È una bestemmia estetica venduta come SERIE TV! PER GIUNTA CON INESATTEZZE STORICHE (VEDI LA POLEMICA SUL FINALE).
La prima cosa che salta addosso, e che resta addosso è l’ossessione per l’immagine: questo drama vuole essere guardato, non vissuto. Vuole essere contemplato, non attraversato! È un lungo esercizio di fotografia che si guarda allo specchio, si trova molto elegante e decide che basta. Inquadrature lunghe, primi piani tirati fino allo sfinimento, pause che vorrebbero sembrare peso psicologico ma che spesso assomigliano solo a una versione particolarmente costosa dell’immobilità. Il problema non è la lentezza in sé: il problema è la lentezza senza densità. Quando una serie è lenta ma piena, la segui volentieri. Quando è lenta e vuota, inizi a sentire il rumore del tuo stesso disinteresse. E qui il disinteresse arriva presto, già dopo pochi episodi, come un ospite sgradito che si siede sul divano e non se ne va.
La struttura temporale è un altro piccolo attentato alla dignità dello spettatore. Non parliamo di un uso intelligente dei flashback, quelli che aggiungono qualcosa, chiariscono, danno strati, modificano il significato del presente. No. Qui c’è un abuso costante di ellissi, rimandi, ritorni indietro, tagli di scena nel momento esatto in cui una risposta potrebbe arrivare, per poi riproporla tre scene dopo come se il dramma avesse inventato l’acqua calda. Una domanda? Stop. Una confessione? Stop. Un confronto? Stop. Una scena che potrebbe respirare? Niente, taglio netto, cambio d’angolo, ritorno più tardi con la stessa informazione servita in versione dilazionata. È il classico trucco da sceneggiatura che non ha abbastanza sostanza per reggere il presente e allora lo svuota, lo interrompe, lo spezza, lo rimanda. Non suspense: stanchezza. Non tensione: rinvio artificiale. Non profondità: il gioco delle sedie temporali e questo lo fa col disperato tentativo di "farti sentire" qualcosa, ma io sentivo il suono dei miei sbadigli.
E poi ci sono i personaggi, o almeno quello che dovrebbe somigliarvi. Il principe, sulla carta, avrebbe dovuto avere carisma, aura, presenza, status, forza. In pratica, I-An, il Daegun, Byeon Wook Seok. sembra un uomo elegante generico uscito da un catalogo di modelli di brand di lusso, abiti satinati, lucidi, con colori improbabili, da piano bar o da matrimonio kitsch, con la differenza che un catalogo lo sfogli e basta. Il problema non è solo che reciti bene in alcune scene e peggio in altre: il problema è che non emana abbastanza AURA. Un principe, in un racconto del genere, deve avere peso visivo e simbolico. Deve entrare in scena e far capire perché tutti si girano. Qui invece spesso pare un modello ben pettinato, vestito con abiti che non costruiscono un’identità ma la smussano. Non ha mitologia addosso, cammina come se fosse in passerella. Ha il merchandising. E se il personaggio maschile principale non ha aura, il drama non è che perda un dettaglio: perde il suo perno. Il confronto con Lee Min-Ho e il suo Lee Gon di Eternal Monarch è impietoso.
La voce, poi, è un altro di quei punti che fanno la differenza tra un attore e un bel viso con il copione in mano. La modulazione emotiva qui spesso non c’è. Il volto prova a dire una cosa, la voce non dice quasi niente. È quella sensazione fastidiosa per cui tu dovresti sentire intensità, ma percepisci soltanto la posa dell’intensità. Gli occhi si fermano bene, la faccia si dispone bene, ma il peso interno resta piatto. E il risultato è tragicomico: il personaggio dovrebbe essere tormentato, ma sembra semplicemente ben illuminato. È il limite più crudele dei drama iper-fotografati: trasformano ogni debolezza in evidenza. Se l’attore è forte, la luce lo esalta. Se è debole, la luce lo inchioda. E qui il problema si vede parecchio.
IU va detto, tiene meglio MA non per questo salva la nave. È più continua, più stabile, più consapevole. Ha una presenza che regge la scena in modo meno intermittente. Però anche lei, a un certo punto, si piega alla logica generale della serie: quella di caricare il personaggio più del necessario, di spingere una caratterizzazione che diventa presto manierismo. Ci mette un po’ ad arrivare davvero, perché la scrittura la costringe a stare dentro un sistema che preferisce l’estetica alla respirazione. E infatti il rapporto tra i due non esplode mai del tutto, non per mancanza di bellezza, ma per mancanza di tensione autentica. Sono una coppia gradevole, esteticamente funzionante, persino piacevole in varie scene. Ma non ti danno i brividi. Non ti lasciano addosso quella micro-scarica che ti fa pensare “ok, forse si piacciono davvero” (cosa che ho pensato in My demon, dove la chimica ha salvato la serie dalla mediocrità). Restano una bella composizione. Una coppia da feed. Instagrammabile. Un’immagine che si lascia guardare più che un legame che si lascia sentire.
E questo è il punto che taglia più in profondità: la serie insiste sulla coppia come se bastasse l’accoppiata visiva a produrre emozione. Ma la chimica non è un filtro Instagram. Non è il fatto che lui sia bello e lei anche, e dunque il resto venga da sé come per magia. La chimica vera si misura sulla naturalezza, sulla presenza fisica, sui dialoghi che respirano, sulla tensione sotterranea, sulle pause piene di qualcosa. Qui invece i dialoghi spesso non restano dentro. Scivolano via. Sono poveri, talvolta persino troppo letterali, almeno dei sottotitoli poco revisionati, come se qualcuno avesse paura di far dire ai personaggi cose che non siano già esplicitamente comprensibili.
E i personaggi secondari? Utili, sì, ma spesso ridotti a funzione. La regina è uno di quei casi in cui il dramma pare innamorarsi della propria idea di follia aristocratica e finisce per produrre una figura caricaturale, più disturbante per eccesso di posa che per autentica minaccia. Il padre, invece, è un attore vero. Si vede. Si sente. Lo capisci dal fatto che fai fatica a riconoscerlo altrove: cambia pelle, non resta imprigionato nella stessa faccia (è lo scienziato genetico di Mouse). Peccato vederlo sprecato in un titolo che non gli offre possibilità. E poi c’è il bambino che interpreta il re, che è forse uno dei punti più fragili dell’intero impianto: non basta vestire un bambino da simbolo nazionale per trasformarlo in figura tragica. Se l’attore è debole, si vede. Se la direzione è povera, si vede due volte. E quando la serie pretende da un piccolo interprete una regalità psicologica che lui non riesce a sostenere, l’effetto è quello del “mini-adulto per contratto”, cioè una cosa innaturale e un po’ ridicola, che spezza la credibilità invece di consolidarla. Anche lì, l’idea c’è. La resa no.
Sul piano della scrittura politica, poi, il drama si impantana nelle sue stesse premesse. Il protagonista avrebbe l’agency per distruggere i nemici, per usare il testamento, per prendere posizione, per piegare il sistema. Ma la sceneggiatura gli costruisce intorno una giustificazione di convenienza, non una vera complessità. Non è un conflitto morale profondo: è il classico “non lo fa perché altrimenti la trama finirebbe”. Ed è qui che il personaggio smette di sembrare vivo e diventa una pedina al servizio della durata. È la morte del racconto intelligente: quando il comportamento non nasce da una necessità interna ma dalla paura degli autori di arrivare troppo presto alla verità.
La parte più comica, però, è il continuo tentativo di far sembrare tutto sofisticato tramite l’accumulo di dettagli visivi. Il product placement è quasi un personaggio a sé. Subway, catene di fast food, Mercedes, tutto infilato in scena con quella naturalezza da pubblicità travestita da fiction. E capisci che il problema non è la presenza del brand in sé: il problema è quando la serie appare più interessata a vendere il mondo che a raccontarlo. Così il palazzo, le auto, i locali, gli oggetti, tutto diventa superficie. Una superficie molto lucida, certo. Ma sempre superficie. Una patina di lusso che non basta a fare atmosfera, perché l’atmosfera, quella vera, nasce dal rapporto tra stile e necessità narrativa. Qui invece la necessità manca, e resta soltanto il lucido.
Il ritmo, di conseguenza, è un piccolo supplizio. Ci sono episodi in cui qualcosa regge, anche meglio di quanto ci si aspetterebbe. Ma poi la serie torna alla sua principale vocazione: diluire. Dal matrimonio in poi diventa una sequenza di complicazioni più o meno prevedibili che invece di alzare la posta la annacquano. E quando perfino un evento potenzialmente forte come l’incoronazione viene trattato come un dettaglio quasi laterale, capisci che il problema non è la mancanza di eventi, ma la mancanza di energia nel raccontarli. Tutto pare stare lì per comporre un tableau, non per far avanzare davvero una storia.
Eppure il finale, in modo quasi scandaloso rispetto al resto, funziona. Funziona perché si libera di molte delle pose inutili e finalmente concede alla coppia un respiro più quotidiano, più semplice, meno ossessionato dall’essere iconico. Ed è quasi ironico che proprio la parte più convincente arrivi quando la serie smette di voler essere “grande”. Niente cliché urlati, niente retorica monarchica, niente bisogno di inchiodare ogni emozione al primo piano con sottofondo di pianoforte triste. Solo la vita di ogni giorno. Ed è lì che si intravede, per pochi minuti, quello che il drama avrebbe potuto essere se avesse avuto il coraggio di fidarsi di più delle persone e meno del packaging.
Per questo, in fondo, il verdetto resta severo. Non perché sia un disastro totale in ogni singolo istante. Non lo è. Ma perché fallisce nel punto in cui voleva essere imponente: la costruzione di un mondo emotivo credibile. Vuole sembrare aristocratico, profondo, romantico, tragico, elegante, ma troppo spesso finisce per sembrare solo costoso, stirato, fotografato bene e scritto con la paura di restare davvero fermo su un’emozione. Il che, paradossalmente, lo rende ancora più frustrante. Perché il potenziale c’era. La confezione pure. Manca il resto.
Il mio voto complessivo resta quindi sotto il voto del pubblico adorante e benedetto dal culto del bel volto: un onesto 5,7/10, non portato a 6 perchè questo voto VA ABBASSATO, INSULTO A QUALSIASI COSA ABBIA QUEL VOTO E SIA UNA SPANNA SOPRA, 0,4 PUNTI INFERIORE A MR SUNSHINE, VERGOGNA! Una serie che vuole vendersi come regale ma vive di trucchi, che vuole essere intensa ma si nasconde dietro i primi piani, che vuole essere sofisticata ma insiste sui cliché, che vuole sembrare memorabile ma finisce per essere, soprattutto, una lunghissima, costosissima, impeccabilmente illuminata S T R UN ZA TA!
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