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  • Last Online: 2 hours ago
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Sanctuary japanese drama review
Completed
Sanctuary
4 people found this review helpful
by Hyperborea Notification Ninja1 Reply Hugger1
7 days ago
8 of 8 episodes seen
Completed
Overall 7.0
Story 7.5
Acting/Cast 7.0
Music 5.0
Rewatch Value 6.0

Oltre il "dohyo": il lato scomodo del Sol Levante.

J-drama sportivo ambizioso nelle intenzioni ma essenziale nella forma, che parte da un'idea estremamente interessante: usare il sumo come lente attraverso cui osservare una fetta di Giappone lontanissima dall'immagine patinata, ordinata e tecnologica che ci viene abitualmente servita. Niente neon, niente metropoli-acquario notturne, niente quartieri impeccabili o estetica minimal-zen: invece un paese sporco, periferico, impoverito, fatto di case anguste e vissute, di persone marginalizzate, fallite, emarginate, che vengono inglobate da un sistema rigidissimo in cui disciplina, tradizione e violenza finiscono per confondersi. Le heya, i dormitori, gli spazi comuni, i locali e le strade non sembrano set costruiti per comunicare povertà: sembrano luoghi realmente abitati, consumati dal tempo e dalle persone. E la povertà, qui, non viene trasfigurata in una versione esotica del wabi-sabi, non diventa elegante o contemplativa: rimane povertà, con il suo degrado, il suo disagio, la sua mancanza di prospettive. Persino i personaggi sono abbrutiti dai problemi, e proprio questa assenza di idealizzazione è una delle cose più realistiche che abbia trovato fra i tanti drama visti finora.

La stessa operazione di disincanto viene compiuta sul sumo, sport nazionale tanto radicato nella cultura nipponica da essere trattato quasi come una religione, con il dohyo come santuario. La serie non si limita a mostrare uomini enormi che si spingono fuori da un ring, ma prova a restituire la complessità di un universo regolato da rituali, gerarchie e tradizioni, dietro cui emergono però il nonnismo travestito da metodo di allenamento, la violenza gerarchica, l'abuso di potere, la misoginia, la subordinazione quasi assoluta dei più giovani ai superiori. Il rispetto per la tradizione può così ribaltarsi in legittimazione della brutalità, la disciplina in forma di controllo. Non tutto ciò che viene mostrato corrisponde alla quotidianità di ogni rikishi (wrestler) la serie concentra volutamente situazioni e personaggi estremi, ma alcune di quelle dinamiche hanno riscontri reali, e questo rende il quadro molto meno fantasioso di quanto potrebbe apparire a chi non conosce quel mondo.
È osservando questo mondo che la serie raggiunge i suoi momenti migliori, perché fa capire quanto sia semplicistico considerare i rikishi solo uomini obesi che si spingono sul dohyo. Sono atleti che arrivano a portare sul proprio corpo 100, 150, 200 kg, pagando un prezzo fisico enorme su ginocchia, anche, caviglie, articolazioni e la serie mostra proprio questo costo attraverso i corpi, gli infortuni, il logoramento. Eppure, galileanamente, quei corpi si muovono: corrono, saltano, si abbassano, resistono agli urti, frenano, spingono, affrontando allenamenti massacranti di 4 ore. La massa non elimina l'atletismo, lo rende semplicemente qualcosa di molto diverso da ciò che siamo abituati a vedere in altri sport. Particolarmente interessante è la resa dello shiko, lo squat ripetuto ossessivamente per rafforzare gli arti inferiori e sviluppare la capacità di spingere, frenare, arrestare con potenza l'avversario; così come il momento quasi sacrale che precede il combattimento, quando i rikishi entrano nel dohyo, vengono presentati come figure rituali e portano le mani a terra — gesto che dichiara la disponibilità a iniziare ed esclude la falsa partenza. Un dettaglio minimo che, nel contesto della serie, diventa affascinante perché trasmette rispetto e lealtà. Per chi segue il sumo reale è però evidente che i combattimenti in scena sono molto più scenografici, spettacolari e volutamente scorretti di quelli autentici, spesso rapidi, tecnici, quasi "tranquilli".
Più ci si addentra in questo mondo, più si percepisce la sua ritualità: una tradizione di circa 1500 anni, con una gerarchia rigidissima al cui vertice sta lo yokozuna, titolo che non indica semplicemente il "più forte" ma comporta un'aspettativa di reputazione, condotta e dignità adeguate al rango — e il fatto che nella storia del sumo solo 72 uomini l'abbiano raggiunto ne restituisce la rarità e il peso quasi sacrale. Per certi versi considero il sumo il padre putativo degli sport da combattimento, perché racchiude in forma antichissima gli elementi fondamentali del contatto: peso, equilibrio, spinta, resistenza, esplosività, tecnica, controllo dello spazio, capacità di sfruttare il corpo dell'avversario contro se stesso. Peccato che la serie dia moltissimo per scontato: usa una quantità enorme di termini tecnici senza spiegarli — alcuni deducibili dal contesto, altri no — e qui Netflix avrebbe potuto fare molto meglio, perché sarebbero bastate poche spiegazioni contestuali per permettere di comprenderne davvero la componente tecnica; così invece un prodotto capace di far conoscere il sumo al mondo rischia di restare, almeno in parte, un prodotto locale.

Il problema di Sanctuary è che quando esce dal dohyo e deve costruire i propri personaggi, perde solidità. Enno è un protagonista costruito secondo una formula quasi da manga sportivo, anche esteticamente ed espressivamente: aggressivo, arrogante, privo di disciplina, entra nel sumo quasi per necessità — riscattare il locale del padre perso per debiti — e scopre progressivamente un talento fuori dal comune. Funziona bene come motore narrativo immediato, soprattutto perché il suo atteggiamento irriverente collide con un ambiente fondato su gerarchia, disciplina, tradizione; il suo modo di combattere è deliberatamente provocatorio, scorretto, quasi anarchico, e questa componente crea una tensione efficace fra un pubblico che si diverte davanti alla sua imprevedibilità e un establishment che lo considera una minaccia da punire, piegare, estromettere e, sul finale, quasi distruggere. Funziona bene come protagonista, ma non viene sviluppato come personaggio psicologicamente complesso: la serie racconta il suo trauma senza svilupparlo davvero. Madre disturbata e sessualizzata, rapporto problematico con la povertà, senso di colpa ossessivo verso un padre vittima di un paese che non perdona gli errori — tutto questo dovrebbe costruire la sua identità, ma viene usato più per spiegare perché sia diventato quel che è che per mostrare il processo attraverso cui potrebbe cambiare.
Lo stesso problema riguarda Shizuuchi, probabilmente il personaggio col maggior potenziale drammatico,interpretato da un vero ex lottatore di sumo. Il contrasto fra la mole mostruosa e una tenerezza quasi infantile è efficace, e il passato progressivamente rivelato dà un senso diverso alla sua violenza; eppure anche qui la serie confonde la quantità di trauma con la profondità del personaggio. Shizuuchi ha una storia terribile, è capace di ferocia impressionante e insieme di una sensibilità disarmante — come quando resta incantato davanti a un ciliegio in fiore — ma avrei voluto vedere molto di più il processo attraverso cui queste due parti convivono in lui: la serie mi dice che è un uomo segnato, non sempre riesce a farmelo vivere. Vale anche per Ryuki, di cui vediamo solo alcuni momenti che suggeriscono il peso della pressione sulle sue spalle. Sanctuary sembra avere continuamente in mano materiale sufficiente per costruire figure tridimensionali, e scegliere invece di usarlo per produrre banale melodramma:la materia prima è spesso ottima ma la sceneggiatura non ha la pazienza di trasformarla in vera profondità psicologica.
Il caso più evidente è Kunishima. La giornalista avrebbe potuto essere più di una funzione narrativa perché rappresenta lo sguardo esterno sul mondo del sumo: una donna rabbiosa e anticonformista, danneggiata professionalmente da un trasferimento, che entra suo malgrado in un ambiente fortemente maschile e si scontra con gerarchia, sessismo, corruzione, frustrazioni proprie. Ma la serie non costruisce davvero il suo percorso: dopo appena 2 interazioni con Enno, per giunta poco significative, sembra improvvisamente "prendersi" di lui, e da quel momento il ragazzo diventa il centro della sua motivazione senza che la sceneggiatura si preoccupi di spiegare perché. Eppure lì si intravede un'idea interessante Kunishima sembra una persona emotivamente anestetizzata, appiattita nella propria vita, che attraverso Enno e la sua vitalità brutale ricomincia a provare qualcosa ma la serie suggerisce questa dinamica senza svilupparla, così quello che poteva essere un vero risveglio emotivo resta una funzione narrativa: lo sguardo esterno sul sumo, veicolo della componente giornalistica legata all'evoluzione della scuderia Hensho.

Altra debolezza: troppi temi per8episodi. Complotto giornalistico e istituzionale, JSA, sponsor, interessi economici, corruzione, minacce, pseudo-esorcismi, ricatti, scandali — sembrano a tratti appartenere a un secondo dramma mai integrato davvero con quello sportivo, che nella sua brevità e nel suo ritmo lento e descrittivo avrebbe già avuto materiale sufficiente per raccontare magnificamente il sistema del sumo, senza accumulare ulteriori livelli di complotto. Ancora più problematica è la rappresentazione femminile: la serie vuole mostrare la misoginia e la subordinazione delle donne in un mondo profondamente maschile, ma finisce talvolta per riprodurre gli stessi stereotipi che vorrebbe criticare. Nanami è la caricatura dell'arrivista sessualmente esibita e interessata al denaro; la madre di Enno è figura volutamente repulsiva e predatoria; la madre di Ryuki è vittima che arriva a usare il proprio corpo per proteggere il figlio, finendo ulteriormente umiliata; persino Kunishima, che avrebbe dovuto rappresentare autonomia professionale, viene progressivamente definita soprattutto dal proprio coinvolgimento emotivo. Resta una domanda amara: la serie sta mostrando donne che si sono adeguate al ruolo assegnato loro dagli uomini, oppure sta riproducendo, senza accorgersene, lo stesso sguardo che pretende di criticare? E queste donne sono diventate così per sopravvivere a quello "sguardo" o le trattano in quel modo perchè moralmente abiette e degradate.

Sul piano recitativo il giudizio è positivo, con riserve. Le preparazioni fisiche sono notevoli, e il corpo di Ichinose Wataru diventa parte integrante della costruzione di Enno e non semplice elemento estetico: l'attore ha preso circa 45 kg, una trasformazione enorme che contribuisce moltissimo alla credibilità del personaggio. Non sono però rimasta colpita dalla gamma espressiva del cast: non credo basti giustificarla dicendo che "la recitazione giapponese è così", mi sembra piuttosto una scelta di registro che in più momenti diventa limitante. Enno oscilla fra tre stati fondamentali — preoccupato, ferito, incazzato — e quando deve esprimere emozioni più complesse la variazione è dichiarata più che costruita per sfumature. Shizuuchi ha un contrasto più interessante, potendo passare dalla dolcezza alla violenza, ma lavora anche lui su una gamma relativamente ristretta; Ryuki, che inizialmente avevo trovato interessante, mi ha convinta sempre meno,funzionale al ruolo, ma privo della profondità che giustificherebbe un salto verso ruoli più importanti, e forse è per questo che resta relegato a parti secondarie in drama di basso livello.
La regia è l'aspetto più povero: narrativa, funzionale, minimalista. Dettagli, primi piani, campi larghi, qualche piano sequenza, e nei combattimenti l'insistenza su rallenty, slow motion, dettagli anatomici per restituire la fisicità del sumo — ma quasi mai la sensazione che una scena sia concepita attraverso un linguaggio visivo originale. Racconta, non interpreta: ottima per un docudrama, meno convincente per una serie che vorrebbe insieme sviluppare una storia complessa, parlare delle contraddizioni di un paese, inserire parentesi crime e thriller, costruire percorsi di formazione. La fotografia mi è sembrata più curata — coerente, concreta, capace di restituire la materialità di ambienti e corpi senza estetizzarla. Ed è qui che si vede quanto una grande regia possa cambiare la percezione di un'attrice: penso a Koyuki, indimenticabile ne "L'ultimo samurai" a oltre vent'anni di distanza, e il confronto mi ha fatto riflettere sul potere del cinema nel costruire un'immagine. Nel film di Edward Zwick appariva quasi sospesa, idealizzata, avvolta da una fotografia morbida che la rendeva, ai miei occhi, quasi una divinità; qui è una donna interessante, credibile, ordinaria, ripresa con sguardo molto meno estetizzante — non solo per i vent'anni trascorsi, ma a dimostrazione di come una regia altissima possa trasformare un'attrice in un'immagine memorabile, e una regia più asciutta e documentaristica rinunci del tutto a costruirle attorno quell'aura quasi mitica che il grande cinema sa creare. Stesso discorso per la musica, quasi assente per gran parte della serie e presente soprattutto nei momenti clou dei combattimenti, con percussioni e tamburi dal forte carattere rituale — forse taiko — ma troppo poco presente per diventare parte dell'identità della serie.
Eppure, nonostante tutte queste riserve, c'è un'altra cosa che Sanctuary racconta molto bene: l'assenza di empatia. Quando un rikishi viene massacrato non assistiamo a una vera esplosione di considerazione umana nei suoi confronti: i compagni lo deridono, quelli dell'altra scuderia approfittano della sua debolezza durante il keiko, e persino chi gli sta intorno sembra reagire più alle conseguenze sportive della sua condizione che alla sofferenza di un essere umano. È una scena orribile proprio perché mostra che il mondo è paese, e che certi concetti nipponici di empatia e di profondo sentire sono prescrizioni augurali più che realtà fattuali.
Poi mostra una condizione difficile da definire: Kunishima e l'oyakata sembrano persone appiattite nella propria esistenza, che hanno smesso di provare davvero qualcosa; Kunishima si risveglia attraverso Enno e il suo modo di combattere, l'oyakata dice "sento qualcosa", Shizuuchi, che per tutta la vita ha conosciuto soprattutto violenza e sopravvivenza, si ferma a guardare qualcosa di delicato e fragile come un ciliegio. Sono forse i momenti più belli della serie, perché suggeriscono che il vero tema non sia diventare più forti o conquistare il dohyo, ma tornare a sentire. E questo rende ancora più interessante la contraddizione di un Giappone che ama vendersi attraverso armonia, rispetto, educazione, ordine, attenzione all'altro, mostrato qui attraverso un ambiente in cui la forma del rispetto può convivere con una sostanziale incapacità di prendersi cura dell'individuo: si possono avere rituali impeccabili, gerarchie precise, inchini, disciplina e controllo del comportamento, e insieme non accorgersi che qualcuno davanti a te sta soffrendo. Una società apparentemente organizzata e regolata può essere, allo stesso tempo, emotivamente disumana, e alla fine il bisogno di tornare a sentire davvero.
Il risultato complessivo è quindi quello di una serie che non considero eccezionale dal punto di vista cinematografico, e che soprattutto non riesce a sviluppare i propri personaggi con la profondità che il materiale avrebbe consentito. È però una serie interessante, perché mostra un Giappone raramente rappresentato, con le sue contraddizioni, le sue crudezze, persino la sua difficoltà a riconoscere l'altro. Prende una tradizione sportiva apparentemente immutabile e ne mostra la violenza, il machismo, la dimensione economica, il prezzo fisico e umano, senza ridurre il sumo a una semplice storia di riscatto sportivo. Alla fine, purtroppo non ha investito nei suoi personaggi tant'è che mi ha intrigata più il mondo che ha mostrato dei personaggi che lo abitano; tuttavia quando una serie riesce a farti guardare uno sport che prima poteva sembrarti soltanto un gruppo di uomini enormi che si spingono dentro un ring, quando ti fa vedere quanto lavoro, dolore, disciplina, tecnica e tradizione esistano dietro quei corpi e, contemporaneamente, ti mostra le contraddizioni del sistema che li produce, allora qualcosa ha funzionato.
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