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Dating in the Kitchen chinese drama review
Completed
Dating in the Kitchen
2 people found this review helpful
by Hyperborea
6 days ago
24 of 24 episodes seen
Completed
Overall 5.5
Story 6.0
Acting/Cast 6.0
Music 7.0
Rewatch Value 1.0

Una zuppa è una ZUPPA!

Mi sono chiesta parecchie volte quale sia il misterioso motivo per cui Dating in the Kitchen abbia suscitato tanto entusiasmo, anche da parte di una cara amica che stimo e che considero, peraltro, la madrina delle mie scarne competenze tecniche, essendo un'art director di livello importante. La domanda mi è tornata in mente leggendo alcune recensioni talmente entusiaste da attribuire al drama significati che, francamente, sullo schermo ho faticato parecchio a trovare.
Una, in particolare, arriva a utilizzare termini di tale lirismo da vedere nella giovane Zhao Lusi che cucina per un CEO maturo addirittura la rinascita della carne, della biologia, del corpo e, presumibilmente, dell'ossitocina, trasformando una commedia romantica costruita su gag e malintesi in una «straordinaria parabola» biologico-sensoriale con diramazioni filosofiche ed esistenziali da pantagruelico endocrinologo innamorato.

E qui, francamente, viene da chiedersi se abbiamo visto lo stesso drama. o_O
Perché Dating in the Kitchen (DiTK)non è un'opera che abbia bisogno di essere trasformata in un trattato sulla sensualità per risultare piacevole. Il problema è che, tolta la confezione zuccherosa, la cucina e la presenza di due interpreti molto più capaci di quanto il materiale richieda, rimane un lavoretto pseudo-romantico dalla scrittura piuttosto elementare, costruito su equivoci, caricature, gigionerie e una quantità di gag che finisce per diventare la vera identità del prodotto. È un drama che può anche intrattenere, a patto di non chiedergli più di quello che ha da offrire. E soprattutto a patto di non trasformare ogni volta che Lu Jin assaggia qualcosa in una prova dell'avvenuta rinascita della carne.

Partiamo dunque dalla famigerata «biologia», parola piuttosto impegnativa per descrivere un uomo che scopre che il cibo può essere buono.
Lu Jin è rigidamente controllato, ossessionato dal lavoro, dalla precisione, dalla qualità e dal proprio sistema di regole; Gu Shengnan cucina bene, lui mangia, scopre che gli piace, torna a mangiare e progressivamente sviluppa un rapporto affettivo con quel cibo e con la persona che lo prepara. È una dinamica semplice, comprensibile e perfettamente coerente con il concept del drama. Il cibo diventa il mezzo attraverso cui una persona abituata al controllo riscopre il piacere e si apre progressivamente a qualcosa che non può essere regolato da una compravendita a ribasso. Ok, mi sta bene.
Ma trasformare questo meccanismo nella «riscoperta del corpo» è un salto interpretativo talmente enfatico che viene quasi da chiedersi se, alla prossima fetta di torta con la tartaruga sopra, Lu Jin non debba improvvisamente prendere coscienza della propria mortalità, elaborare il trauma edipico e riconciliarsi con il concetto junghiano di ombra.
Il cibo è certamente un linguaggio affettivo ed è uno degli elementi più originali del drama, almeno per il modo in cui viene utilizzato nella prima parte. Ma il fatto che un personaggio provi piacere mangiando non significa automaticamente che la regia abbia messo in scena una liturgia della carne. A volte un uomo ha semplicemente fame. E a volte una zuppa è semplicemente una zuppa, anche quando viene chiamata «delle streghe» per conferirle quell'indispensabile aura da pozione ancestrale che evidentemente mancava al brodo.
Il problema di alcune recensioni entusiaste è proprio questo: prendono ogni elemento funzionale della rom-com e lo elevano a simbolo universale. Il cucinare diventa «linguaggio della complicità», l'imboccarsi diventa «preludio d'amore raffinato ma travolgente», gli sguardi diventano «verità dei corpi», il cibo diventa un «defibrillatore» per una mente anestetizzata e, a questo punto, manca soltanto un cardiologo che certifichi l'avvenuta guarigione del CEO mediante riso fritto ai 9 sapori (mi pare si chiamasse così).
La cosa più curiosa, però, è la contraddizione interna a questo tipo di lettura. Si riconosce che la sceneggiatura è sbilanciata, forzata ed eccessivamente «gigiona», salvo poi attribuire alla stessa sceneggiatura una profondità simbolica quasi mistica quando serve a dimostrare la passione della coppia. Ma se la scrittura è davvero così grossolana da trasformare Gu Shengnan in una macchietta e da ricorrere continuamente alla farsa, bisogna avere il coraggio di dirlo fino in fondo.

Zhao Lusi e Lin Yushen, funzionano, hanno una buona intesa e riescono a rendere credibile una relazione che sulla carta presenta parecchie difficoltà. Soprattutto Lin Yushen possiede una presenza scenica sufficiente a impedire che Lu Jin precipiti definitivamente nella caricatura del CEO algido, ricco, elegante e insopportabile che, come da contratto del genere, deve essere redento dalla donna solare entrata caoticamente nel suo universo.
Eviterei però il culto della «chimica», perché la chimica non è una sostanza misteriosa che fuoriesce dagli attori quando la telecamera stringe sull'inquadratura. È il risultato di recitazione, regia, montaggio, scrittura, ritmo, costruzione della scena e capacità di rendere leggibile un rapporto. Zhao Lusi e Lin Yushen riescono a portare a casa quello che viene loro affidato, e qualche volta lo fanno anche molto bene; ma non ogni loro sguardo costituisce una dimostrazione sperimentale della forza di attrazione terrestre.
Anzi, in alcuni momenti i due sembrano divertirsi loro stessi dell'assurdità delle situazioni in cui sono stati infilati, lui spesso trattiene una risata e non mi stupisce affatto. Ci sono scene talmente artificiose che la risata degli interpreti sembra quasi quella di due persone che, per un istante, si chiedono come sia stato possibile arrivare a quel punto della sceneggiatura.
È quasi uno dei pochi elementi sinceri del drama.
Il vero limite non è che manchi completamente una componente romantica o fisica: è che la scrittura è troppo sbilanciata e il tono troppo farsesco per riuscire a sostenere adeguatamente il passaggio dalla commedia alla dimensione sentimentale. Gu Shengnan è simpatica, energica e talentuosa, ma viene continuamente sottoposta a un trattamento da cartone animato. La recitazione è spesso sopra le righe, caricaturale, volutamente esasperata; non sorprende quindi che qualcuno, parlando tecnicamente, l'abbia definita «gigiona». Gli equivoci vengono accumulati con una generosità che sfiora l'accanimento e l'immagine della professionista competente convive continuamente con una dose di ingenuità e di comportamento infantile funzionale alla gag successiva.
Se una protagonista viene presentata come una cuoca talentuosa, creativa e appassionata, ci si aspetterebbe che la sua crescita professionale costituisca almeno una delle colonne portanti della storia. Invece la cucina, dopo essere stata il motore più originale della prima parte, viene progressivamente utilizzata soprattutto come strumento romantico, mentre la trama si sposta verso incomprensioni sentimentali, dinamiche familiari, rivalità e conflitti aziendali.

Wow, che novità!!!!!!!

Una donna giovane e talentuosa, un uomo ricco e potente, una famiglia che non approva, una rivale che vuole riprendersi il proprio uomo, un'altra figura maschile pronta a diventare alternativa romantica e una guerra sentimentale che si sovrappone a quella aziendale: davvero una roba mai vista.
E naturalmente, siccome evidentemente un drama non può sopravvivere soltanto di siparietti, a un certo punto arrivano anche le sottotrame che dovrebbero dare spessore alla storia. Abbiamo la classica donna frustrata che tenta di riprendersi l'uomo che ama e usa il proprio potere per interferire nella relazione; abbiamo l'amica che si mette con il subordinato del protagonista maschile, perché evidentemente anche questa casella doveva essere spuntata e serve narrativamente ad acquisire informazioni da una o dall'altra parte perchè la comunicazione onesta tra i due langue, anche questo mai visto, eh; abbiamo poi il personaggio che inizialmente sembra il bravo ragazzo, l'amico di sempre della protagonista, che si rivela avere legami familiari con Lu Jin e finisce per assumere la funzione del villain con tanto di vendetta personale.

Il tutto senza gradualità mentre siamo ancora nella landa delle gag, qualcuno apre la porta e annuncia: attenzione, adesso abbiamo anche il trauma, il complotto, la vendetta e il triangolo.

Il risultato è un tono narrativo schizocronico, perché il drama sembra non sapere mai fino in fondo che cosa vuole essere. Un minuto prima siamo in una commedia di equivoci quasi da vaudeville; qualche episodio dopo i protagonisti litigano perché non sanno parlarsi, il mondo di lui dichiara guerra a lei perché troppo giovane, povera e non all'altezza, mentre il villain si propone come l'altro salvatore dalla sua parte, con il piccolo dettaglio di voler utilizzare la vendetta contro l'altra famiglia.
Una meravigliosa torre di Hanoi narrativa.
Prima di quel momento abbiamo avuto una quantità industriale di gag, equivoci, cadute, espressioni esasperate, situazioni improbabili e interazioni che appartengono molto più alla commedia slapstick che alla tensione romantica. I protagonisti vengono trascinati continuamente da una situazione farsesca alla successiva e la relazione cresce dentro una sceneggiatura che sembra avere una paura quasi patologica del silenzio, della sottrazione e persino della possibilità che due persone possano stare semplicemente nella stessa stanza senza che qualcuno inciampi, urli, fraintenda qualcosa o faccia una faccia da cartone animato.

Poi, improvvisamente, la macchina da presa decide che è arrivato il momento della passione.La sceneggiatura non può passare venti episodi a trattare la coppia come una sit-com e poi pretendere che lo spettatore reagisca a un cambio di marcia improvviso come se avesse assistito a una combustione spontanea. La tensione erotica ha bisogno di anticipazione, desiderio trattenuto, esitazioni, prossimità, sguardi che cambiano progressivamente significato, gesti che diventano più intimi. Deve esistere la sensazione che qualcosa stia per accadere prima che accada.

Qui, invece, spesso sembra che qualcuno abbia semplicemente premuto il pulsante «fanservice». Ed è qui che cade l'asino. Perché un conto è vedere un uomo che finalmente bacia una donna dopo aver costruito per episodi il desiderio di farlo; un altro è vedere un personaggio maschile che, quasi dal nulla, la afferra per il collo e la bacia mentre lei resta rigida, con la bocca serrata, prima di respingerlo dopo pochi secondi.
E lo stesso vale per il famoso gesto del letto. Lui la solleva, la porta via e la getta sul materasso. Fisicamente è successo qualcosa, certo. Cinematograficamente, però, non necessariamente. Il corpo è stato spostato da A a B. Questo non significa che sia stato creato erotismo. Una scena erotica non è un trasporto merci.

Se prendi una persona e la metti su un letto, hai messo una persona su un letto. Perché io creda a quel gesto devo credere prima al desiderio che lo produce. Devo percepire che quel corpo è diventato importante per l'altro, devo sentire l'attesa, l'imbarazzo, la curiosità, l'attrazione, magari persino la paura di oltrepassare un limite. Altrimenti la fisicità diventa soltanto coreografia.
E infatti è esattamente ciò che accade: la componente fisica arriva come una sorta di premio di produzione per lo spettatore che ha resistito alle gag, quasi che dopo una certa quantità di episodi fosse necessario consegnargli qualche bacio e qualche centimetro di pelle per evitare che abbandonasse la visione.
Ed è qui che bisogna essere onesti sul pubblico di destinazione. Il fanservice fisico è evidente e non c'è assolutamente nulla di scandaloso. È una scelta commerciale, e il drama sa benissimo che il suo pubblico apprezzerà il protagonista maschile attraente, la differenza d'età, il corpo valorizzato dalla fotografia, i baci e una maggiore prossimità fisica. Non è alta filosofia dell'eros: è intrattenimento confezionato per un pubblico che, comprensibilmente, può essere disposto a perdonare parecchie sciocchezze se sullo schermo compaiono un bell'uomo, qualche muscolo e una coppia che finalmente si bacia.

Ma il fanservice non è scrittura e il muscolo non è la trama!!!
Ed è questa la cosa più irritante delle recensioni che vogliono assolutamente trovare profondità dove non ce n'è abbastanza. Non si limitano a dire «mi sono piaciuti». No: devono trasformare una rom-com convenzionale in una parabola biologica, sensoriale, esistenziale, erotica e quasi filosofica. Il problema è che, così facendo, non stanno più descrivendo il drama. Stanno scrivendo un altro drama sopra quello che hanno visto.
La loro interpretazione può essere legittima, naturalmente.

E qui arriviamo alla regia, che purtroppo non dimostra una particolare inventiva visiva: è una regia funzionale, ordinata, televisiva, che accompagna e illustra senza trasformare davvero le immagini in un secondo livello narrativo. La macchina da presa registra quello che succede e lo consegna allo spettatore ma raramente costruisce attraverso l'inquadratura ciò che la sceneggiatura non riesce a costruire attraverso la relazione.
Non c'è una particolare ricerca visiva capace di rendere memorabile un gesto banale, né una regia che sappia trasformare il silenzio, la distanza o la prossimità in tensione. E se la sceneggiatura non costruisce il desiderio e la regia non lo amplifica, rimane soltanto l'attore che fa quello che gli è stato chiesto.

Quanto alla colonna sonora, le musichette sono gradevoli, facilmente ascoltabili e coerenti con il tono del prodotto. Alcune sono anche carine e pertinenti al tema. Ma non sono memorabili e soprattutto non riescono a fare miracoli dove il materiale visivo e narrativo non li consente. Servono a sottolineare il momento, non a crearlo.
Per i primi 4 episodi ho avuto una fortissima tentazione di dropparlo. Poi, anche considerando che il drama è relativamente breve, ho deciso di andare avanti per vedere se riuscisse almeno a riprendersi un po'. In effetti, superata la fase iniziale più esasperatamente farsesca, diventa guardabile e arriva quasi alla sufficienza. Ma il problema è che non cambia davvero la propria identità: rimane una storia costruita su toni farseschi pervasivi, zucchero, cibo, slapstick e romanticismo, con una componente fisica inserita a posteriori che non basta a trasformare la relazione in qualcosa di realmente passionale.

E allora diciamolo chiaramente: è un drama mediocre.
Non mediocre nel senso indulgente con cui si definisce qualcosa «carino, leggero e senza pretese». Mediocre proprio nella costruzione: la scrittura è poco originale, la caratterizzazione è subordinata alla gag, gli equivoci vengono sfruttati fino allo sfinimento, le sottotrame sembrano assemblate seguendo un manuale di conflitti romantici già ampiamente usato e la regia raramente trova un linguaggio visivo capace di sostenere quello che la storia vorrebbe farci sentire.

È un prodotto semplice nella scrittura e nella resa, per carità, non tutti i drama devono cambiare la vita dello spettatore; non tutti devono avere una sceneggiatura raffinata, una regia autoriale o una sensualità sofisticata. Il problema nasce quando una produzione di questo livello viene caricata di significati che non riesce minimamente a sostenere.
E siccome il drama stesso non sembra avere alcuna intenzione di complicarsi la vita, facciamo altrettanto noi spettatori: non occorre cercare una filosofia dell'esistenza dentro una ciotola di zuppa.
È un drama in cui un CEO fissato con il cibo si innamora della cuoca che gli fa perdere la pazienza.
Fine.
Chiamare tutto questo una travolgente parabola biologico-sensoriale sulla rinascita del corpo?
No!
Quella, più che una recensione di questo, sembra la recensione di un altro drama.
Uno che, evidentemente, io non ho visto!
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