Versione cinese di "Via col vento" ma ...."quei due diverranno una coppia"!
👉👉👉👉👉👉👉👉 Il mio voto reale è 7,8 !Cdrama storico che presenta un mix eterogeneo di elementi non sempre ben miscelati tra di loro come commedia, guerra, leggero romanticismo, amore fraterno, giallo, dinamiche sociali della dell'epoca (dai costumi penso sia ambientato nella dinastia Tang), cospirazioni, sacrificio, amore non corrisposto, strategie, suspense e thriller. È come sperimentare un buffet di generi in una storia. Tuttavia, l'aspetto romantico della storia lascia un sapore un po' sgradevole perché nonostante sia apprezzabile l'idea di mostrare la crescita anche sentimentale di una fanciulla di 17 anni (stessa età o quasi di Rossella O'Hara a cui il personaggio si ispira) , quindi di una persona che si innamora per caso perché è innamorata dell'amore e non vede l'ora di sperimentarlo con chicchessia ,diverrà una resistenza inutile nei riguardi di sentimenti più profondi verso un altro uomo che la ama da subito (Rhett) ,interpretato dal rude e temibile generale Chen Wende.
Il titolo non è a caso perché ambientato in un periodo di guerra civile e la caratterizzazione dei quattro personaggi principali è inequivocabilmente ispirata al romanzo do Via col vento sebbene liberamente adattato.
Moxi, il personaggio principale è la figlia di una concubina che lavorava in un bordello, e quindi cresce un po' come la cenerentola della casa, bistrattata e molto trascurata in termini di educazione e cure, è cresciuta da sola ed è priva di buone maniere tuttavia è molto sveglia, intraprendente, volitiva, e pronta a sopravvivere a qualsiasi costo, anche se questo significa agire disonestamente o a scapito di qualcuno ( la sua irruenza , l'assenza di modi,la bellezza e questo opportunismo come reazione al trauma sono aspetti che possiamo ritrovare anche nel personaggio di Rossella O'Hara sebbene le manchi la sua intensità , la sua follia, le abilità espressive di Vivien Leigh, col risultato di avere una brutta caricatura).
Fengyao, è la cugina, figlia legittima della famiglia Bai, è colta, istruita, raffinata e composta ma di contro debole, priva di piglio, incapace di districarsi tra le varie vicissitudini della vita, poco sveglia e perfettamente INUTILE, in ogni senso, anche dannifica seppur involontariamente ( un personaggio fastidioso più dei cattivi).
Dovrebbe ispirarsi a Melania Hamilton per bontà e idealismo, per la capacità di vivere i rapporti in modo disinteressato ma le manca la lungimiranza, lo spessore, l'intelligenza e la forza morale di Melania ( in poche parole niente di più diverso). Spesso si dimostrerà anche ingrata nei riguardi del generale che chiamerà traditore ma che la salverà dalle frustrate e dalla febbre , oppure si negherà per principio degli aiuti provenienti dal generale e poi dovrà chiedere aiuti ben più grandi per sopravvivere abbandonando i principi che l'avevano portata a negarsi l'aiuto.Dove sta la coerenza? Sarà una donna moralmente rigida ma anche profondamente stupida e cieca.
Arriviamo quindi all'uomo conteso che determinerà una frattura tra le due cugine che da "sorelle" diverranno rivali , il giovane generale "Wan Jia Gui" che per uscire da una situazione scomoda verrà utilizzato dalle due ragazze per risparmiare il matrimonio di Fengyao con un disabile, però figlio del primo Ministro Wu.
Questo ragazzo è un giovane uomo virtuoso, timido e molto deciso a non coinvolgersi sentimentalmente per via della pericolosità del suo lavoro e spesso in viaggio in terre lontane. A nulla servirà la sua ritrosia perchè senza alcun motivo reale le due donne si innamorano di lui. Moxi gli salva la vita e sembra essere ricambiata, non totalmente però, dal giovine (sebbene esattamente come ashley wilkes si porrà in modo ambivalente per buona parte del drama e avrà ogni sorta di scrupolo nel viversi questo sentimento, forse perché non era così forte).
Per ultimo, ma non meno importante, il capitano Chen Wende, un finto ribelle che tenta di salvare il regno dalle macchinazioni dei corrotti e che ha una brutta fama alimentata da modi rudi e impetuosi, privo di buone maniere ma nobile e generoso anche se umanamente non perfetto. Con Rhett condivide semplicemente l'età , si suppone che abbia 37 anni e il fatto d'essere destinatario dell'odio e delle dicerie della gente per la sua ruvida onestà e i suoi modi poco eleganti per il resto , senza offesa, Sean Sun, non ha davvero nulla del carisma irresistibile di Clark Gable, del suo fascino ed è del tutto privo di eleganza e modi gentili.
Tuttavia , questo lavoro merita di essere visto perché come recitazione il man lead è una spanna sopra tutti e perché finalmente non abbiamo un erudito, un virtuoso, un efebico, un timido MA UN VERO UOMO, MATURO, VIRILE, PIU' REALE dei ragazzini che finora i drama ci propinano; un uomo che se vuole sa spingersi oltre. Lo vedremo attratto palesemente dalla protagonista a cui manifesterà col comportamento anche una certa attrazione fisica (invasione dello spazio personale, tendenza a spingere il bacino in avanti, tentativi di baci rubati, sguardo da pesce lesso e proposte romanticamente indecenti nel cuore della notte ) e lo vedremo sempre pronto ad aiutarla e proteggerla, con una pazienza che poco si conferrebbe al tipo di personaggio che hanno deciso di creare.
Il capitano Chen, nonostante abbia sicuramente almeno 35 anni, abbia vissuto il mondo, sia un uomo sveglio e fisicamente non sia il belloccio efebico e smilzo a cui questi drama fantasy ci hanno abituato ma, al contrario, sia un uomo fisicamente impostato, goffo, rude e privo di savoir faire, non ci sa proprio fare coi sentimenti. E' stato e sarà per voi divertente, vedere un uomo impacciato che non sa come avvicinarsi ad una donna e si diverte a provocarla o a giocarci, a spaventarla per osservare il suo viso terrorizzato, e pensare che è bella, ascoltare i suoi discorsi scabrosi e pensare che sia folle ma interessante. Sin da principio gli sentirai dire "INTERESSANTE, SEI MOLTO INTERESSANTE"... .
La sua prima notte di nozze sarà esilarante perché proverà in tutti i modi a "consumare" senza successo ma sebbene inizialmente arrabbiato si dimostrerà un paziente gentiluomo, seppur ferito nell'orgoglio maschile.
Veniamo alla storia: È in gran parte un drama che solo in superficie è una storia d'amore, la vera storia è il rapporto tra le due protagoniste, le vicissitudini affrontate insieme e l'aiuto e il supporto che si daranno nel corso della storia.
Moxi è illegittima e orfana in tenera età, cresce nella sofferenza nella famiglia di suo zio Bai Wentao, un funzionario di sesto livello opportunista, rozzo, manipolativo e in definitiva stupido, sempre sudato, grasso e grottesco. La moglie sembra una maschera del teatro: inattraente , avvizzita, truccata con un cerone bianco che ricorda le geishe, stupida e priva di scrupoli, interessata solo al figlio maschio che è uno dei personaggi peggiori che io abbia mai visto in quanto ad opportunismo ed edonismo fuori luogo, sarebbe in grado anche di vendere sorella e cugina agli amici per divertirli un po' in cambio di denaro.
Tutti e tre i personaggi sono davvero stupidi, non cattivi ma del tutto AMORALI, e questo mi ha causato fastidio nonostante io abbia apprezzato di non vedere punizioni corporali come bastonate o tante altre angherie che ho visto in altri storici.
Moxi salva un affascinante soldato ferito, Wan Jiagui e si innamora di lui. Incontra anche un esasperante generale Chen Wende. Attraverso una serie di incomprensioni, alcuni autoinflitti, Moxi si ritrova intrappolata tra entrambi gli uomini mentre Wan Jiagui si ritrova fidanzato con entrambe le donne. Un tortuoso quadrilatero romantico tra i quattro si svolge mentre il paese scivola nel caos. Le storie d'amore sono secondarie rispetto al modo in cui la relazione tra le due donne affronta la guerra civile e una complicata rivalità amorosa.
La storia è raccontata in gran parte dal punto di vista della diciassettenne Tang Moxi che condivide i suoi pensieri attraverso sogni ad occhi aperti molto vividi, a volte divertenti, a volte stupidi.
Inizialmente ho trovato geniale mostrare le fantasie ad occhi aperti della giovane Moxi, poi ho iniziato a trovarle noiose, fuori luogo e che interrompessero il ritmo della narrazione (questo aspetto così ridondante ha penalizzato di molto la mia valutazione).
La prima metà del dramma racconta delle conoscenze tra i personaggi e la formazione dei legami, poi verso l'ep 9 un arco narrativo racconterà la tragedia famigliare e il viaggio di queste due donne che finite in disgrazia si spostano in un'altra città e si ritrovano coinvolte in un intrigo imperiale, ed è stato molto interessante vedere le soluzioni che la regia ha adottato per rendere il complotto intrigante ( non spoilero ma vi dico solo di attenzionare le allieve della scuola per gentildonne di Quizhou, non tutto è come sembra). In seguito verso l'episodio 17 si sviluppa un altro arco narrativo che vede il matrimonio di entrambe e verso il 26 inizerà una nuova vita per entrambe, l'ultimo di chiusura verso il 32. Il finale è positivo , frettoloso ma non di pochi secondi come tanti fanno.
Andiamo al negativo:
-Recitazione non sempre credibile di molti personaggi, fa eccezione il capitano chen wende e altri due personaggi ( non i principali ), questo è un peccato perché Zhang Nan è molto bella ma non altrettanto brava nella gestione dei ruoli drammatici, sarebbe sicuramente più indicata per commedie teen dove non ci vuole un grande spessore emotivo). Stessa cosa per la cugina che non ha dato profondità al suo personaggio, piange, si dispera ma poi non ha coloritura emotiva, e non si tratta di compostezza... .
-Sceneggiatura, dialoghi narrativi più che emotivi e nessun discorso mi ha scosso o provocato riflessioni, prendetelo per quello che è: una commedia leggera che ogni tanto prova a diventare un crime case o un thriller imperiale.
-Storia un po' noiosa e lenta in certi episodi perché viene molto trascinata con dialoghi e scene riempitive inutili, dal 7 al 13° sono le parti più lente e noiose, resistete se potete. Se questo drama fosse stato di 28-30 episodi avrei dato un altro mezzo punto.Poca coesione tra elementi comici e tragici, generando confusione e perdendo intensità, mi chiedo quali fossero gli intenti del regista. L'arco finale è affrettato e la capacità di Moxi di trasformarsi non è ben spiegata e francamente impossibile. La storia giunge a un finale soddisfacente con gli episodi finali che compensano il cedimento nella seconda metà.
-Slow burning estremizzato , lei si renderà conto del suo reale interesse ma 5 episodi prima della fine e in certi momenti sarà ingrata , opportunista e stupida. Per me i registi hanno sbagliato a formare una coppia sul finale e si sono troppo dilungati nell'ossessione di lei per il suo primo amore, se avessero mostrato un amore vero tra i due non avrei avuto da ridire ma personalmente per circa 30 episodi viene portata in scena la fissazione di lei a discapito di tutto, nonostante il generale Wan Jagui sia debole, irrisoluto, tentennante e alla fine una vale l'altra, disposto a sacrificare chiunque per il bene più grande ma lei non lo capisce e arriverà anche a rendersi patetica e miserevole (Rossella O'Hara non si sarebbe mai prostrata a 90°). Wan Jugui, inizialmente non ne vuole sapere , poi nella seconda metà sembra deciso a stare con lei ma bloccato da ogni tipo di scrupolo, e sembrerà vergognarsi delle sue origini, e poi volerla sposare per senso di responsabilità nei confronti di una promessa fatta ma il suo comportamento tradirà i suoi veri pensieri e la protagonista sarà sempre incapace di vedere l'evidenza. Nemmeno dopo aver visto una interazione illuminante tra lui e la cugina durante la fuga sarà in grado di voltare immediatamente pagina. A questo punto quasi speravo in un finale triste alla "francamente me ne infischio" perché Moxi Tang questo meritava nonostante alla fine si riscatti mostrando un'evoluzione francamente impossibile dopo solo 1 anno di tempo.
-Totale mancanza di coerenza dei personaggi: Moxi Tang è una ragazza sveglissima e scaltra che sa gestirsi e destreggiarsi tra le bassezze della sua famiglia e quelle dei funzionari corrotti, tuttavia non riesce a suggerire al suo amato soluzioni di salvezza e vittoria quando poi le escogiterà da sola con successo sul finale, non sa aprire gli occhi e rendersi conto di chi sia veramente Wan Jiagui e muta idea sentimentalmente un po' troppo bruscamente.
La cugina è colta e intelligente ma a volte stupida e del tutto inutile, possibile che sappia intuire la strategia militare di un nemico e si faccia derubare i bagagli davanti gli occhi? E' vittima degli scrupoli d'onore ma accetta aiuti più grandi quando i suoi scrupoli la fanno ammalare (ep-22), considera l'antagonista del marito un disgraziato e dove è il suo senso di gratitudine che le ha salvato la vita 3 volte? Dove è l'intelligenza?
Con il marito ha spesso confronti accesi dove lo accusa di indecisione, di ipocrisia, di debolezza... eppure il suo amore non vacilla dopo aver visto che razza di uomo si è sposata.
Yu-Win, sembra ossessionato da una persona ma non si capisce come risolve la sua ossessione per lei, passando da propositi assassini a nobili intenti ("la restituirò a voi"), quando la rincontra dopo tempo non proverà nemmeno a conquistarla. Era quindi un capriccio?
-Il capitano Chen Wende, nobile negli intenti ma a volte irruento e molto meschino nell' accettare le soluzioni degli alleati per salvare l'armata , inizialmente attratto dalla protagonista poi la dichiara non all'altezza delle sue attenzioni, poi la rincontra e nonostante non ci sia nulla di romantico o significativo tra i due inizia a sorvegliarla e volerla "prendere con se". E' il personaggio più lineare di tutti, e anche il più coerente ma ciononostante la regia ha voluto inserire elementi di ambivalenza per i colpi di scena che non sempre hanno una base logica sottostante.
Per concludere: il conflitto e l'attrazione tra Chen Wende e Moxi sono gli unici punti salienti della seconda metà del dramma che lo hanno reso godibile anche se con picchi di insofferenza per il comportamento immaturo e poco sveglio di lei. Ho MOLTO apprezzato il casting di Liu Mei Tong e il personaggio che interpreta, è una delle chicche mai viste negli storici cinesi. La seconda relazione non è sufficientemente sviluppata ma ho trovato i due fastidiosi e noiosi sicché per me non è stato un problema ma potrebbe esserlo per voi se simpatizzate con uno dei personaggi.
È abbastanza diverso dal solito dramma storico cinese di routine e ne ho apprezzato molti aspetti.
CONSIGLIO se siete stanchi di vedere i classici bellocci e rapporti che nascono sempre nello stesso modo.
Qui l'amore è più realistico e maturo, le soluzioni narrative sono sì molto comuni ma con dettagli piccanti, interessanti e gender fluid che lo rendono meno scontato e interessante.
UNA SCOPIAZZATURA LOW BUDGET CON ALCUNI STRAVOLGIMENTI (ma quelli sbagliati)
English version: I didn't think they would ever be able to give a distribution license to this work which seems to have been shot by kids with a cell phone. The actors are mediocre, poorly dressed and the environments are very modest, the same goes for the photography and the set design.The acting is stunted, very slow, devoid of emotional components. The female protagonist makes such grotesque and caricatural expressions that you can see her acting a thousand kilometers away.
The only one less mediocre than the others is the grandmother.
The plot follows the original one slavishly, there was no rewriting work. Korn is even dressed in the striped sweater like Nam Do San and the business card with slightly darker and horizontal primary colors, not arranged vertically (this is the degree of freedom that the director allowed himself).
The three engineer friends in this version lack the weight and initiative they had in the Korean version, where they almost become protagonists in some episodes, here they are supporters who give ideas and have no weight in the story.
Let's tal about the love story between the protagonists which is the strong point of the Korean version: here there is no love story, the drama starts in an almost identical, but badly done way, as the protagonists.
The actress is interested finding her childhood love again but she isn't in love with it as Bae Suzy. The male protagonist had already noticed her many times (and this is the only difference that I personally appreciated compared to the Korean version). Well, this series is all about entrepreneurial success, there will be no emotional dialogues, apart from the phrase "sailing without a map", the same dialogues but with the romantic parts cut out or lasting a few seconds.
THE FEMALE PROTAGONIST WILL NOT CHOOSE ANYONE. SHE WILL NOT HAVE A LOVE AFFAIR WITH ANYONE. NOT EVEN A KISS. The only semi-romantic scene is the head resting on the shoulder. END.
A work that lacks intensity, credibility, conviction, coherence. ONE WORD... TERRIBLE! I wouldn't even have welcomed him on a streaming platform.
Non pensavo che avrebbero mai potuto dare una licenza di distribuzione a questo lavoro che sembra girato da ragazzi con un telefonino. Gli attori sono mediocri, mal vestiti e gli ambienti sono molto modesti, idem la fotografia, la scenografia.
La recitazione è stentata, molto rallentata , priva di componenti emotivi. La protagonista fa delle espressioni così grottesche e caricaturali che si vede lontano un migliaio di km che recita.
L'unica meno mediocre degli altri è la nonna,.
La trama segue pedissequamente quella originale, non c'è stato nessun lavoro di riscrittura. Korn additittura vestito col maglione a righe comeNam Do San e il biglietto da visita con i colori primari un po' più scuri e orizzontali, non disposti verticalmente (questo è il grado di libertà che la regia si è concessa).
I tre amici ingegneri in questa versione mancano del peso e dell'iniziativa che avevano nella versione coreana, dove diventano quasi dei protagonisti in alcuni episodi, qui sono dei supporter che danno idee e non hanno peso nella storia.
Veniamo alla storia d'amore tra i protagonisti che è il punto forte della versione coreana: qui non c'è nessuna storia d'amore, il drama parte in maniera pressocche identica, ma fatta male, dei protagonisti.
L'attrice è interessata a ritrovare l'amico di infanzia ma non è presa come Bae Suzy, Il protagonista maschile invece l'aveva già notata molte volte ( e questa è l'unica differenza che personalmente ho apprezzato rispetto alla versione coreana). Ebbene questa serie è tutta incentrata sul successo imprenditoriale, non ci saranno dialoghi emotivi, a parte la frase "sailing without a map", dialoghi uguali ma con le parti romantiche tagliate o che durano qualche secondo.
LA PROTAGONISTA NON SCEGLIERA' NESSUNO. NON AVRA' UNA STORIA D'AMORE CON NESSUNO. NEMMENO UN BACIO. L'unica scena semi romantica è la testa poggiata sulla spalla.FINE.
Un lavoro che manca di intensità, credibilità, convinzione, coerenza. UNA SOLA PAROLA... TERRIBILE! Non lo avrei neanche accolto su una piattaforma streaming.
L'importanza di rimanere fedele a se stessi anche se il mondo ti è contro
The Starry Love (星落凝成糖) è un xianxia del 2023, terzo capitolo della "Trilogia del miele", diretto da Zhu Rui Bin e basato sul romanzo di "Once Upon a Time Junhua". La storia ruota attorno a due sorelle gemelle, Qingkui e Yetan, i cui destini si intrecciano con quelli di due mondi opposti dopo uno scambio di matrimoni, tra intrighi, amore, magia e conflitti tra regni.Pregi
Trama coinvolgente e doppia narrazione:
La storia delle due sorelle offre due linee narrative parallele che si intrecciano, mantenendo alta la tensione e l’interesse. Il legame tra le gemelle è uno degli aspetti più apprezzati, con una rappresentazione sana e solidale del rapporto familiare.
A differenza di molti xianxia tradizionali, la serie inserisce elementi comici, soprattutto nella prima metà, che alleggeriscono la trama senza renderla banale. Questo equilibrio tra umorismo e dramma è stato ben inserito.
Chen Xing Xu si distingue per la capacità di interpretare più personalità, mostrando versatilità. Li Lan Di è convincente e carismatica come Yetan. Anche gli altri membri del cast, come He Xuanlin e Chen Muchi, risultano credibili nei rispettivi ruoli. Specialmente Chen muchi che non conoscevo e mi è sembrato più espressivo e credibile del ML nelle scene d'amore.
L’interazione tra i membri del cast principale, in particolare tra le due sorelle e tra le coppie romantiche, è naturale e coinvolgente. Le dinamiche familiari e sentimentali sono uno dei punti di forza.
É una delle serie più sottovalutate qui su Viki, appassionante e coinvolgente, ottimi effetti speciali e una colonna sonora straordinaria (la mia preferita), con un ritmo narrativo che però annoia per il 40% della serie. Finale non triste ma aperto, dà speranza.... non si può dire che finisca bene .
Protagonista femminile coraggiosa, forte, anticonformista, insegna l'importanza di rimanere fedeli a se stessi nonostante tutto, è questo il grande e vero messaggio della serie.
AMORE
Due storie d'amore come scrivevo prima: la prima si sviluppa subito a seguito di un quasi colpo di fulmine, e procede speditamente, la seconda si forma nella prima parte del drama ma racconta di un amore più profondo, che nasce attraverso la condivisione, il supporto, il sostegno e aiuta l'evoluzione dei personaggi.
La proposta che si porta in scena sostiene il concetto che gli opposti si attraggono, esattamente come yin e yang i protagonisti sono attratti da caratteristiche opposte nei partner, ma sono quelle caratteristiche che li aiuteranno a mettere in discussione se stessi e a migliorare come persone.
Il personaggio maschile , sebbene affascinante, dimostra molti più anni e una maturità che poco si sposa col fascino fresco della protagonista che ne dimostra meno, e sembrano più padre e figlia che due amanti e giovani sposi. Chimica non pervenuta. Nella seconda coppia invece l'attore maschile è stato bravo a mostrare del desiderio , ogni tanto, nei confronti della donna di cui si innamora.
Buone le interpretazioni principali, gli effetti speciali e le ambientazioni nel regno celeste.
Il regno dei demoni mi è sembrato meno curato.
Difetti
Effetti speciali e scenografie:
Alcune scene soffrono per l’uso di CGI mediocri e set poco dettagliati, che possono risultare meno immersivi rispetto ad altri drama fantasy di alto livello.
Ritmo altalenante:
La parte centrale può risultare lenta o ripetitiva, con alcune sottotrame secondarie considerate poco interessanti e che avrebbero potuto essere tagliate per una narrazione più compatta.
Fondamenta romantiche deboli:
La storia d’amore principale risulta poco profonda e poco sviluppata emotivamente, soprattutto rispetto alle aspettative del genere.
Recitazione non sempre omogenea:
Mentre i protagonisti brillano, alcuni attori secondari risultano meno convincenti, in particolare nei ruoli più complessi.
Per questi motivi e per la noia di alcuni episodi porto la mia valutazione a 7,5.
Novità interessanti nella costruzione dei personaggi
C-drama a sfondo storico, a tema revenge and redemption, adattamento drammatico di un popolare romanzo web harem femminile "Kun Ning" (坤宁) di Shi Jing (时镜), con una novità interessante: i lettori hanno votato per il partner della protagonista.Inizio dicendo che per me è stato uno show DIFFICILE all'inizio. L'inizio di questo show è stato incredibilmente lento e la traduzione italiana non adattata mi ha fatto soffrire, rallentando ancor più la comprensione.
Questa storia esplora i nessi causali tra passato, presente e futuro, abbracciando l'idea che, se solo sapessimo ciò che sappiamo ora, potremmo tornare indietro e fare ciò che avremmo dovuto/potuto ma non abbiamo fatto.
Inizia con una Ning'er che è già un personaggio pienamente realizzato ma non ancora rivelato: un' imperatrice subdola e capricciosa, eccessivamente autoindulgente, che viveva una vita malvagia e corrotta.
Il tropo narrativo è quello tanto caro ai cinesi di ritorno nel passato per cambiare il proprio destino ma la proposizione è stata molto diversa rispetto a quanto siamo abituati a vedere nel senso che effettivamente molti eventi rimangono immutabili e ai protagonisti tocca affrontare le sfide in modo diverso.
E' proprio questo l'aspetto affascinante di questo spettacolo: se il destino non cambia muta tu stesso il modo di affrontarlo e muterà anche il modo di subirlo.
La Protagonista è una giovane donna a cui è stato tolto tutto per una vendetta inutile di una concubina che però è stata la sua unica figura di riferimento (da qui sentimenti ambivalenti), arriva nella capitale piena di rancore e carica di propositi di riscatto a qualsiasi costo, decide di prendersi tutto anche quello che non le era destinato come risarcimento di quanto le era stato tolto. Si accorge però alla fine dei giochi che non ne valeva la pena e che non aveva davvero ottenuto nulla se non l'odio di tutti, che non aveva risolto i suoi problemi interiori e aveva calpestato anche coloro che l'avevano protetta e amata.
Anche se gli obiettivi di Ning'er cambiano, la sua natura innata rimane la stessa. Il passato è raccontato in flashback, poco prima che il momento si ripeta nel presente. Questo funziona per quanto riguarda i punti più dettagliati della trama, ma diluisce le storie dei personaggi e delle relazioni. Quindi, sebbene Bai Lu svolga il suo ruolo nel complesso, la narrazione frammentaria dei retroscena non cattura la profondità del rimpianto di Ning'er né le sfumature delle sue relazioni con alcuni dei personaggi principali.
Ha però la possibilità di rimediare, ed è bellissimo il modo in cui prende a cuore le sorti dei suoi sostenitori, soprattutto il suo migliore amico.
Altro elemento di novità è rappresentato dal ML, interpretato da Zhang Ling He, il suo personaggio : Xie Wei ,ci ho messo un po' per farmelo piacere ma quando l'ho compreso l'ho apprezzato più di chiunque altro, protagonista inclusa. E' un elemento di novità perché normalmente gli eruditi ma anche i protagonisti sono personaggi chiari, puri, corretti e moralmente integri. Qui il personaggio ha un indubbio spessore etico ma anche una grande complessità interiore e un temperamento collerico, aggressivo, a tratti violento. E' più un personaggio "latino" che un cinese da drama storico.
Però, sempre a differenza dei classici protagonisti cinesi, prenderà scelte estreme a tutela della donna che ama, a suo discapito, saprà prendere l'iniziativa sotto ogni punto di vista, dimostrandosi machiavellico e con infinite soluzioni. Un uomo intelligente sebbene eccentrico e fuori controllo.
La storia è molto interessante, la narrazione è ben orchestrata, nonostante un ritmo lento iniziale, mantiene alta la suspense e l’interesse dello spettatore attraverso colpi di scena e momenti emotivamente coinvolgenti.
Aiuta tantissimo il montaggio, molto ben studiato: alle scelte diverse nei percorsi di vita dei protagonisti vengono accostate scene , tramite flashback , compiute nella versione precedente che si vuole cambiare. Questo accostamento è un elemento di novità molto interessante.
Le scenografie sono molto buone, catturando l’opulenza e la grandiosità del palazzo imperiale, mentre la colonna sonora contribuisce a rafforzare l’atmosfera storica e a conferire intensità della serie.
Cosa non ho apprezzato: la protagonista principale, è intraprendente, intelligente, fiera e forte però sentimentalmente molto indecisa e tentennante (nonostante le sue ragione siano anche dettate da un malinteso che ha avuto con Xie Wei nella sua prima vita, legato al dono di un pugnale).
La costruzione del rapporto finale, quello definitivo, è stata relegata agli episodi finali ( mi riferisco davvero agli ultimi 3 episodi su 38 totali, nonostante il ML palesi il suo interesse quasi morboso nel 32°ep.) e fino al 38esimo, Ning'er sarà tentennante, procedendo a tentoni con slanci in avanti e passi indietro il giorno seguente.
La narrazione è carente nell'arco narrativo di Zhang Zhe. Per me, è la storia più cruciale dell'intera serie.
Ning'er era una persona egoista, così commossa da diventare altruista nei suoi confronti. Le loro emozioni erano così potenti che li hanno spinti entrambi fuori da loro stessi, verso un esito reciprocamente distruttivo. Purtroppo, a differenza del romanzo, ho letto, la loro relazione di riadattamento è superficiale e sfiora appena la superficie dell'affinità incompiuta tra loro. È un peccato che, invece di attenersi al romanzo, che meglio sviluppa questo arco narrativo, abbiano sprecato un sacco di tempo con le noiose e banali buffonate della perfida Consorte Shu. Il lato empatico di Xie Wei, presente nel romanzo, non è stato qui adeguatamente reso.
Tuttavia, nonostante la storia d'amore decolli alla fine, una comprensione reciproca si sviluppa gradualmente tra loro e la situazione diventa davvero bollente e passionale. Quando succede, la loro audace alchimia esplode in un modo che stabilisce un nuovo standard per le scene di intimità fisica in futuro.
L'inizio non è stato dei migliori, ho faticato per entrare nella storia, il ritmo è lento e risulta confusivo ricostruire la storia per la quantità dei personaggi proposti e continui flashback.
La recitazione dei personaggi è stata discontinua: Zhang ling he ha faticato per entrare nel personaggio, inizialmente l'ho trovato "legnoso" e innaturale, per rendere il dissidio interiore la sua espressività era troppo viziata da continue smorfie antiestetiche e innaturali, rendendolo poco convincente.
La protagonista , Bai Lu, molto intensa e convincente in alcune scene ma terribile in altre, la sua recitazione nel complesso per il ruolo da protagonista, è quella che mi ha convinto meno. Non cambia con gli episodi, mentre invece il ML, inizia a essere più naturale e convincente intorno al 26° (per me ha faticato ad entrare nel personaggio ma una volta entrato è stato intenso e performante).
Interessante che questo percorso di "risintonizzazione" del ML, finisca per rubare la scena alla "grande Bailu" e sia stato reso anche visivamente, iniziando a spogliarlo di quel trucco da vampiro ( smokey eye sui toni del rosso, cherry lip e pelle di porcellana ) per connotarlo con un maquillage più naturale.
Una coppia interessante che avrebbe dovuto trovare più spazio sulla scena è quella composta da Fang Yin e il Signor Lyu :c'era qualcosa nel suo desiderio di toglierle quel peso dalle spalle e condividere insieme i pesi della vita che l' ho trovato intrigante. Se gli autori ci avessero dato l'opportunità di vedere sbocciare questo rapporto, mostrandoci come si sarebbero potuti innamorare l'uno dell'altra e sarebbe stato interessante. Volevo vedere dove sarebbe andata a finire ma così non è stato.
Il tallone d'Achille di questo lavoro è la regia: mi è stato fatto notare da un'amica del settore (art director) l'abuso dell'effetto Bokeh e un abuso del grandangolo nei primi piani, o la desaturazione eccessiva dei colori.
"L’effetto desaturato cercava di mettere un pezza e stabilizzare la luce che non erano riusciti a controllare durante le riprese, 3 troupe di riprese non sono riuscite a coordinarsi sulla luce e per omogenizzare il colore e sono stati costretti a correggere in post desaturando.
L’evoluzione dei colori degli abiti segue l’evolvere della storia e l’animo dei personaggi.
C'è stato il solito problema con il tempo atmosferico, dato che cambia da pioggia a sole estivo nell’arco di pochi minuti e poca distanza. L’effetto bokeh (per coprire la scenografia forse non troppo meticolosa) rende le immagini fané e va in contrasto con la desaturazione (tipica dei moderni e dei luoghi freddi o asettici), creando caos e disturbo".
Personalmente ho trovato interessanti alcune inquadrature in certi momenti che davano suggerimenti sui personaggi e sulla loro natura, arricchendo visivamente la narrazione.
Ho trovato nauseanti, per fortuna sono poche, le inquadrature dal basso e gli aloni chiari sul volto dei personaggi e ai margini della scena nelle scene di avvicinamento sentimentale.
I combattimenti sono spesso montati con la velocità a 1,5x per movimentare le scene d'azione ma l'eccesso di velocità e i colpi degli attori girati in aria mentre sospesi su un filo arrivano orizzontalmente mi son sembrati più errori che effetti scenici di pregio visivo. E dire che due di questi registi hanno girato lavori di pregio come Blossoms in adversity o Moonlight mystique, Starry Love, Blue Whisper e the Long Ballad
La narrazione mi ha lasciato vagamente insoddisfatta: come se avessi visto solo la versione riassuntiva di una storia che aveva molta più profondità, sfumature e sostanza di quanto il drama riuscisse a trasmettere.
Non hanno compreso quali archi narrativi avrebbero dovuto avere più peso e la regia ha una sfortunata propensione per luci troppo accese e uno stile di ripresa un po' disordinato. I valori di produzione sono, nella migliore delle ipotesi, mediocri. Questa è una storia che aveva così tanto potenziale che meritava di essere nelle mani registi migliori e di un budget più consistente (forse tutto speso per assoldare Bailu & company). Attori con più esperienza non avrebbero guastato nonostante Zhang Ling He si dimostri un buon interprete con ampi margini di miglioramento. Wang Xing Hue si dimostra sul pezzo e affidabile, come sempre, Liu Xie Ning a me che l'ho seguita in vari lavori, è piaciuta più di Bailu, meriterebbe senz'altro un'occasione da protagonista.
In conclusione "Story of the Kunning Palace" è una serie consigliata a chi ama i drammi a sfondo storico con una storia oscura e avvincente di intrighi, tradimenti, vendetta e redenzione, con personaggi sfaccettati e una trama avvincente ma sarebbe stata meglio con recitazioni più solide e meno discontinue e una regia più curata,
Non così atipica. Idea geniale.
👉👉👉 Il mio voto reale è 8,2 !"Atypical Family" è un kdrama breve. (10 episodi) che presenta una famiglia di persone con super poteri da generazioni (potrebbe essere la versione coreana di Encanto, film d'animazione della disney di qualche anno fa).
Il lavoro è assolutamente di tipo sperimentale in quanto scardina paradigmi, tropi e schemi tipici dei kdrama. Gli eroi si discostano dall'archetipo dell'eroe, la protagonista femminile non è la solita damigella in pericolo anzi...guai a chi prende di mira, anche lei con una famiglia tutt'altro che ordinaria. Il man lead è uno degli attori più belli nel panorama coreana con un super potere bloccato da un trauma del passato.
Questo lavoro tesse una narrazione terapeutica, carica di suspense. Ti tiene con il fiato sospeso fino agli ultimi istanti, mantenendo il suo fascino imprevedibile anche negli ultimi secondi dell'episodio finale.
La scrittura è accattivante e le riprese mostrano continue sequenze di viaggio nel tempo, un concetto che è notoriamente difficile da gestire bene ma qui è ben reso.
La regia è encomiabile, attraverso l'utilizzo di colori color seppia rende l'atmosfera malinconica, accompagnata dalla straordinaria OST di Lee-Soo-ra .
Viene mostrato come bene e male siano concetti relativi: il male può diventare bene e viceversa attraverso un sovvertimento di ruoli mai statico ma in divenire col procedere degli eventi e delle elaborazioni dei vissuti.
I personaggi sono ben stratificati, la sceneggiatura è ben congegnata e la narrazione avvincente, la famiglia atipica tiene il pubblico sulle spine e agganciato senza mai cadere nei meandri del melodramma o del thriller.
L'idea è geniale: i super poteri vengono persi a causa delle patologie del benessere quali il binge eating, l'insonnia, la dipendenza o la depressione (metafora moderna di quanto la vita oggi offra miraggi e chimere nascoste sotto l'eccedenza e l'assenza di contatto tra le persone e con se stessi). Così, chi poteva volare preferisce ingozzarsi e restare ancorato pesantemente ad un presente indigesto, chi poteva sognare non riesce più a dormire, chi poteva viaggiare nel passato e cambiare il futuro resta bloccato avvelenando il presente, stordendosi nell'alcol.
Nonostante un chiaro riferimento a Parasite in alcune parti della narrazione, la famiglia atipica si concentra sui modi sani per stare bene. Sebbene questi siano forse i problemi mostrati in superficie, c'è anche una domanda più grande che viene affrontata: a cosa aspirano gli esseri umani? Qual è il loro bisogno ultimo?
Il dramma fornisce sottilmente la risposta a questo come un tema ricorrente in tutti gli episodi e attraverso dialoghi formulati in modo intelligente, ove necessario.
Unico neo di un lavoro solido e ben fatto è come sempre il finale affrettato , sebbene positivo.
Nel complesso, "Atypical Family" è un must! È un gioiello meravigliosamente atipico che rompe gli stereotipi e stabilisce nuove regole. È una bellissima interpretazione della vita che si traduce altrettanto magnificamente sullo schermo.
Consiglio la visione!
PERFECT CLOWN- PERFECT NOIA!
*The Perfect Strunzata* sarebbe già un titolo più onesto, limpido e soprattutto meno truffaldino dell'originale. Perché qui non siamo davanti a un drama che inciampa: siamo davanti a un’opera che prende una bella confezione, si mette addosso il velluto, accende due luci calde, fa partire la musica al pianoforte e spera che nessuno, per caso, si accorga che sotto non c’è quasi niente. E invece ci si accorge, eccome se ci si accorge. Basta avere anche solo un minimo di pazienza — o di sopportazione masochista — per arrivare ai titoli di coda e capire che il vero miracolo non è la storia raccontata, ma il fatto che una parte del pubblico sia riuscita a chiamare tutto questo “capolavoro” con lo stesso entusiasmo con cui si approverebbe una viennetta al supermercato spacciandola per patisserie di Vissani.Il voto medio di 8,4 , francamente, ha qualcosa di liturgico, è atto di fede delle casalinghe o delle bimbette in assetto da adorazione, del fandom che confonde l’algoritmo con il gusto, dell’occhio che vota con il cuoricino e non con il cervello. Una liturgia del “mi piace perché è bello”, che poi è il grande sport planetario della televisione patinata: prendere due facce fotogeniche, impacchettarle in una monarchia costituzionale da cartolina, spruzzarci sopra un po’ di dolore ereditario e far passare il tutto per narrativa adulta. È una bestemmia estetica venduta come SERIE TV! PER GIUNTA CON INESATTEZZE STORICHE (VEDI LA POLEMICA SUL FINALE).
La prima cosa che salta addosso, e che resta addosso è l’ossessione per l’immagine: questo drama vuole essere guardato, non vissuto. Vuole essere contemplato, non attraversato! È un lungo esercizio di fotografia che si guarda allo specchio, si trova molto elegante e decide che basta. Inquadrature lunghe, primi piani tirati fino allo sfinimento, pause che vorrebbero sembrare peso psicologico ma che spesso assomigliano solo a una versione particolarmente costosa dell’immobilità. Il problema non è la lentezza in sé: il problema è la lentezza senza densità. Quando una serie è lenta ma piena, la segui volentieri. Quando è lenta e vuota, inizi a sentire il rumore del tuo stesso disinteresse. E qui il disinteresse arriva presto, già dopo pochi episodi, come un ospite sgradito che si siede sul divano e non se ne va.
La struttura temporale è un altro piccolo attentato alla dignità dello spettatore. Non parliamo di un uso intelligente dei flashback, quelli che aggiungono qualcosa, chiariscono, danno strati, modificano il significato del presente. No. Qui c’è un abuso costante di ellissi, rimandi, ritorni indietro, tagli di scena nel momento esatto in cui una risposta potrebbe arrivare, per poi riproporla tre scene dopo come se il dramma avesse inventato l’acqua calda. Una domanda? Stop. Una confessione? Stop. Un confronto? Stop. Una scena che potrebbe respirare? Niente, taglio netto, cambio d’angolo, ritorno più tardi con la stessa informazione servita in versione dilazionata. È il classico trucco da sceneggiatura che non ha abbastanza sostanza per reggere il presente e allora lo svuota, lo interrompe, lo spezza, lo rimanda. Non suspense: stanchezza. Non tensione: rinvio artificiale. Non profondità: il gioco delle sedie temporali e questo lo fa col disperato tentativo di "farti sentire" qualcosa, ma io sentivo il suono dei miei sbadigli.
E poi ci sono i personaggi, o almeno quello che dovrebbe somigliarvi. Il principe, sulla carta, avrebbe dovuto avere carisma, aura, presenza, status, forza. In pratica, I-An, il Daegun, Byeon Wook Seok. sembra un uomo elegante generico uscito da un catalogo di modelli di brand di lusso, abiti satinati, lucidi, con colori improbabili, da piano bar o da matrimonio kitsch, con la differenza che un catalogo lo sfogli e basta. Il problema non è solo che reciti bene in alcune scene e peggio in altre: il problema è che non emana abbastanza AURA. Un principe, in un racconto del genere, deve avere peso visivo e simbolico. Deve entrare in scena e far capire perché tutti si girano. Qui invece spesso pare un modello ben pettinato, vestito con abiti che non costruiscono un’identità ma la smussano. Non ha mitologia addosso, cammina come se fosse in passerella. Ha il merchandising. E se il personaggio maschile principale non ha aura, il drama non è che perda un dettaglio: perde il suo perno. Il confronto con Lee Min-Ho e il suo Lee Gon di Eternal Monarch è impietoso.
La voce, poi, è un altro di quei punti che fanno la differenza tra un attore e un bel viso con il copione in mano. La modulazione emotiva qui spesso non c’è. Il volto prova a dire una cosa, la voce non dice quasi niente. È quella sensazione fastidiosa per cui tu dovresti sentire intensità, ma percepisci soltanto la posa dell’intensità. Gli occhi si fermano bene, la faccia si dispone bene, ma il peso interno resta piatto. E il risultato è tragicomico: il personaggio dovrebbe essere tormentato, ma sembra semplicemente ben illuminato. È il limite più crudele dei drama iper-fotografati: trasformano ogni debolezza in evidenza. Se l’attore è forte, la luce lo esalta. Se è debole, la luce lo inchioda. E qui il problema si vede parecchio.
IU va detto, tiene meglio MA non per questo salva la nave. È più continua, più stabile, più consapevole. Ha una presenza che regge la scena in modo meno intermittente. Però anche lei, a un certo punto, si piega alla logica generale della serie: quella di caricare il personaggio più del necessario, di spingere una caratterizzazione che diventa presto manierismo. Ci mette un po’ ad arrivare davvero, perché la scrittura la costringe a stare dentro un sistema che preferisce l’estetica alla respirazione. E infatti il rapporto tra i due non esplode mai del tutto, non per mancanza di bellezza, ma per mancanza di tensione autentica. Sono una coppia gradevole, esteticamente funzionante, persino piacevole in varie scene. Ma non ti danno i brividi. Non ti lasciano addosso quella micro-scarica che ti fa pensare “ok, forse si piacciono davvero” (cosa che ho pensato in My demon, dove la chimica ha salvato la serie dalla mediocrità). Restano una bella composizione. Una coppia da feed. Instagrammabile. Un’immagine che si lascia guardare più che un legame che si lascia sentire.
E questo è il punto che taglia più in profondità: la serie insiste sulla coppia come se bastasse l’accoppiata visiva a produrre emozione. Ma la chimica non è un filtro Instagram. Non è il fatto che lui sia bello e lei anche, e dunque il resto venga da sé come per magia. La chimica vera si misura sulla naturalezza, sulla presenza fisica, sui dialoghi che respirano, sulla tensione sotterranea, sulle pause piene di qualcosa. Qui invece i dialoghi spesso non restano dentro. Scivolano via. Sono poveri, talvolta persino troppo letterali, almeno dei sottotitoli poco revisionati, come se qualcuno avesse paura di far dire ai personaggi cose che non siano già esplicitamente comprensibili.
E i personaggi secondari? Utili, sì, ma spesso ridotti a funzione. La regina è uno di quei casi in cui il dramma pare innamorarsi della propria idea di follia aristocratica e finisce per produrre una figura caricaturale, più disturbante per eccesso di posa che per autentica minaccia. Il padre, invece, è un attore vero. Si vede. Si sente. Lo capisci dal fatto che fai fatica a riconoscerlo altrove: cambia pelle, non resta imprigionato nella stessa faccia (è lo scienziato genetico di Mouse). Peccato vederlo sprecato in un titolo che non gli offre possibilità. E poi c’è il bambino che interpreta il re, che è forse uno dei punti più fragili dell’intero impianto: non basta vestire un bambino da simbolo nazionale per trasformarlo in figura tragica. Se l’attore è debole, si vede. Se la direzione è povera, si vede due volte. E quando la serie pretende da un piccolo interprete una regalità psicologica che lui non riesce a sostenere, l’effetto è quello del “mini-adulto per contratto”, cioè una cosa innaturale e un po’ ridicola, che spezza la credibilità invece di consolidarla. Anche lì, l’idea c’è. La resa no.
Sul piano della scrittura politica, poi, il drama si impantana nelle sue stesse premesse. Il protagonista avrebbe l’agency per distruggere i nemici, per usare il testamento, per prendere posizione, per piegare il sistema. Ma la sceneggiatura gli costruisce intorno una giustificazione di convenienza, non una vera complessità. Non è un conflitto morale profondo: è il classico “non lo fa perché altrimenti la trama finirebbe”. Ed è qui che il personaggio smette di sembrare vivo e diventa una pedina al servizio della durata. È la morte del racconto intelligente: quando il comportamento non nasce da una necessità interna ma dalla paura degli autori di arrivare troppo presto alla verità.
La parte più comica, però, è il continuo tentativo di far sembrare tutto sofisticato tramite l’accumulo di dettagli visivi. Il product placement è quasi un personaggio a sé. Subway, catene di fast food, Mercedes, tutto infilato in scena con quella naturalezza da pubblicità travestita da fiction. E capisci che il problema non è la presenza del brand in sé: il problema è quando la serie appare più interessata a vendere il mondo che a raccontarlo. Così il palazzo, le auto, i locali, gli oggetti, tutto diventa superficie. Una superficie molto lucida, certo. Ma sempre superficie. Una patina di lusso che non basta a fare atmosfera, perché l’atmosfera, quella vera, nasce dal rapporto tra stile e necessità narrativa. Qui invece la necessità manca, e resta soltanto il lucido.
Il ritmo, di conseguenza, è un piccolo supplizio. Ci sono episodi in cui qualcosa regge, anche meglio di quanto ci si aspetterebbe. Ma poi la serie torna alla sua principale vocazione: diluire. Dal matrimonio in poi diventa una sequenza di complicazioni più o meno prevedibili che invece di alzare la posta la annacquano. E quando perfino un evento potenzialmente forte come l’incoronazione viene trattato come un dettaglio quasi laterale, capisci che il problema non è la mancanza di eventi, ma la mancanza di energia nel raccontarli. Tutto pare stare lì per comporre un tableau, non per far avanzare davvero una storia.
Eppure il finale, in modo quasi scandaloso rispetto al resto, funziona. Funziona perché si libera di molte delle pose inutili e finalmente concede alla coppia un respiro più quotidiano, più semplice, meno ossessionato dall’essere iconico. Ed è quasi ironico che proprio la parte più convincente arrivi quando la serie smette di voler essere “grande”. Niente cliché urlati, niente retorica monarchica, niente bisogno di inchiodare ogni emozione al primo piano con sottofondo di pianoforte triste. Solo la vita di ogni giorno. Ed è lì che si intravede, per pochi minuti, quello che il drama avrebbe potuto essere se avesse avuto il coraggio di fidarsi di più delle persone e meno del packaging.
Per questo, in fondo, il verdetto resta severo. Non perché sia un disastro totale in ogni singolo istante. Non lo è. Ma perché fallisce nel punto in cui voleva essere imponente: la costruzione di un mondo emotivo credibile. Vuole sembrare aristocratico, profondo, romantico, tragico, elegante, ma troppo spesso finisce per sembrare solo costoso, stirato, fotografato bene e scritto con la paura di restare davvero fermo su un’emozione. Il che, paradossalmente, lo rende ancora più frustrante. Perché il potenziale c’era. La confezione pure. Manca il resto.
Il mio voto complessivo resta quindi sotto il voto del pubblico adorante e benedetto dal culto del bel volto: un onesto 5,7/10, non portato a 6 perchè questo voto VA ABBASSATO, INSULTO A QUALSIASI COSA ABBIA QUEL VOTO E SIA UNA SPANNA SOPRA, 0,4 PUNTI INFERIORE A MR SUNSHINE, VERGOGNA! Una serie che vuole vendersi come regale ma vive di trucchi, che vuole essere intensa ma si nasconde dietro i primi piani, che vuole essere sofisticata ma insiste sui cliché, che vuole sembrare memorabile ma finisce per essere, soprattutto, una lunghissima, costosissima, impeccabilmente illuminata S T R UN ZA TA!
Una NOTA non basta a creare una sinfonia, analisi critica oltre gli ormoni,
Effetti speciali: 8,7/10Storia: 7/10
Personaggi: 8/10
Sceneggiatura: 7,3/10
FINALE: 4,5/ 10
Ho iniziato con trepida attesa ed entusiasmo dopo aver aspettato con pazienza che il lavoro venisse caricato per intero e tradotto per dedicarmi al binge watching, aspettative alimentate dalle recensioni entusiaste di tante donne che hanno dato valutazioni altissime e social infestati da reel con combattimenti meravigliosi.
Ad oggi posso dire che molto di questo entusiasmo è di natura ormonale, il cast maschile è infatti pieno di bellezze rare, anche potenziato con trucco costumi; alcune scene sono di grande impatto visivo ma a parte Neo Hou nessuno è spiccato per doti interpretative eccellenti, sicuramente gli altri per carisma e bellezza.
Gli influssi goth alla Tim Burton , fantasy di Animali fantastici e un po' di pirateria dei Pirati dei caraibi sono palesi in questa serie fantasy crime .
La scelta di far recitare tutti scandendo lentamente le parole e con molte pause, modificando il timbro delle voce ai due personaggi principali (il grande demone gorilla in modo lento, sospirato, affettato e il demone albero Liu Lin con voce bassa e rauca) non è servito a molto se non a rendere caricaturali i personaggi e rallentare ancora di più una storia che per via dei tempi di ripresa (primi piani di 15-20 sec.) mi è risultata a volte difficoltosa da seguire.
Essere belli non BASTA!
Sarò schematica elencando il positivo e il negativo del lavoro, personalmente, in modo da orientare lo spettatore nella scelta consapevole di seguire o meno questo lavoro accostandosi con aspettative realistiche perché non è UN COLOSSAL e NON è un CAPOLAVORO!
POSITIVO:
- Buon lavoro sulle immagini e molto buoni gli effetti speciali, i costumi e l'estetica generale sono molto curati per quasi tutti i personaggi, altri risultano grotteschi... (vedi il ragazzino giovane talento della medicina e il nipote del Dio della montagna, aspirante cuoco).
- Simpatica l'idea di unire dei compagni di viaggio improbabili in un'unità investigativa di ricerca dei demoni e sperimentare come nascano dei rapporti e dove ognuno aiuti l'altro a superare un trauma irrisolto del passato formando alleanze che uniscono al di là delle differenze di genere (umano, demone, divinità).
-Colpi di scena: generalmente riesco a comprendere subito i cattivi della serie, qui hanno investito su un personaggio molto poco presente sulla scena e quando verso la fine della serie scopri la sua implicazione non lo diresti mai, così come non si direbbe mai che ci sia una "talpa" infiltrata nel gruppo di ricerca ed è quella più improbabile.
- Protagonisti maschili: Neo ha colto nel segno nelle scene emozionanti e il suo tempismo comico è stato fantastico. Si è rivelato molto poliedrico e camaleontico nel riuscire a dar vita ad un demone indolente, pigro, sornione che non si prende troppo sul serio e che non ama essere vittima di compassione, sopportando con fiera dignità la sua condizione di "disprezzato" e incompreso.
- Alchimia del cast: l'alchimia tra gli attori è stata molto buona, non tanto tra le coppia female and male lead (non vi aspettate storie d'amore che non ci saranno), piuttosto mi riferisco al rapporto tra il ragazzino e il signor Zhou Ychen (che vede come un fratello più grande) , tra il medico e il giovane dio della montagna, soprattutto tra Zhou e il Grande Demone (il loro rapporto viene caratterizzato da un'ambivalenza tale che a volte ho avuto il sospetto che la storia potesse sfociare in un bromance da un momento all'altro).
- Titoli di coda: molto apprezzabile l'idea di fare dei balletti con tutto il cast come sigla finale.
-Musiche: alcune volte necessarie , connotavano oniricamente la narrazione unendo una grafica sfumata ad una musica sognante.
-Valori e dialoghi, in questo lavoro viene portato avanti un messaggio fondamentale che alla fine è sempre lo stesso: l'accettazione del diverso, la paura dell'alterità, l'abbandono del pregiudizio, la necessità di comunicare onestamente , una abilità che hanno scelto paradossalmente di donare in abbondanza al giovanissimo medico tredicenne e di privarne i due demoni millenari come a voler trasmettere il messaggio che la giovinezza si caratterizza per quella genuinità sincera e onesta che si perde via via con l'età.
Bello anche il rapporto recuperato tra la signora Pei e il fratello e il valore del perdono come processo di umanizzazione.
NEGATIVO:
- Vibes barocche e ridondanti : in alcuni momenti il fantasy diventa troppo rumoroso, con il volume delle musiche che copre i suoni di fondo ( la musica della battaglia per me è stata poco azzeccata).
Negli occhi cangianti ho visto molto twilight , specialmente in quelli "dorati". Un po' infantile e ridicola l'idea di purificare l'energia maligna suonando il flauto, avrebbero dovuto correggere e caricare questo rituale di purificazione con qualche altro effetto speciale dal momento che non si sono risparmiati in questo ambito.
Mi è sembrato che il regista fosse iper-concentrato sul montaggio di un video musicale da essersi dimenticato che avrebbe dovuto realizzare un dramma. OST non-stop, la musica suona costantemente in sottofondo, troppo spesso, troppo a lungo.
- Narrazione disordinata: continui flashback dopo flashback, sequenza onirica dopo sequenza onirica che invece di aggiungere spessore, rallentavano la narrazione che perde di fluidità e connessione.
Le conversazioni spesso poco credibili, poiché passano bruscamente da toni seri a improvvisi picchi di umorismo togliendo intensità a quanto veniva mostrato, diventando una parodia grottesca e caricaturale.
- Ennesimo drama PRO HOMO che oscura e banalizza il ruolo della donna attraverso la scelta di caratterizzare con delle abilità o poteri solo i personaggi maschili, un'attrice femminile è esperta di arti marziali ma è ben poca cosa rispetto alle abilità e ai poteri immensi dei protagonisti maschili. La protagonista femminile CHE AVREBBE DOVUTO ESSERE UNA DEA era inutile, si contraddistingue solo per intuito, saggezza e conoscenza in tema demoniaco, poi davvero inutile, sin dal primo episodio. E come sempre in balìa dell'uomo di turno che deve salvarla, connotandola come debole e bisognosa di attenzioni.
La recitazione del personaggio di Wen Xiao è stata inoltre molto sottotono, in una scena di disperazione, nell'ep. 16 rimane prostrata a terra con lo sguardo basso mentre tutta la scena si svolge in cielo, non guarda nemmeno, sembra sconfitta e afflitta mentre si gode come gli uomini risolvono la tragedia (in teoria lei era la dea che doveva salvare il mondo dall'orda dei demoni).
Fino alla fine non sarà mai davvero determinante e mi viene il sospetto che sia stata inserita per evitare una qualche censura da parte del sistema cinese perché senza una figura femminile il rapporto tra i due protagonisti sarebbe risultato troppo ambivalente con sfumature bromance , NON me lo spiego altrimenti perchè è l'unico drama in cui il female lead non è determinante, persino un ragazzino di 13 anni ha più impatto sulla serie, e fino alla fine viene costantemente aiutata dagli uomini, l'unica cosa che le vedo fare è piangere. Unico spazio in cui emerge la sua personalità è nei confronti con la signora Pei e in quello con Li -Lun che pur diventando poi scontro violento ha delle sfumature molto sensuali e quasi sessuali.
Le scene d'azione della seconda protagonista femminile sono state però ottime e mi è piaciuta la trama secondaria con suo fratello, ma nel complesso il personaggio è piatto con un'evoluzione non troppo marcata.
-FINALE: Cupo, fiacco, tragico da Olocausto e troppo uguale in termini sacrificali a tanti altri visti (a journey to love, lost you forever per quanto riguarda il demone a 9 teste, love and redemption e l'astro di Mosha e re bailing, la fata e il diavolo ... solo tutto più triste).
Il finale è triste e dal 22° episodio la serie non si è più ripresa in termini di tragedia costante e che il finale RIPETO è uno dei più tristi visti in quanto questo gruppo coeso e affiatato finirà per perdersi e molti sacrificati. Se avete amato un finale alla journey of love fate pure , a me ha lasciato molto triste e molta amarezza.
Qualcuna ha scritto "finale che soddisfa chi ama i tristi che allegri". Mi chiedo cosa abbia seguito e cosa abbia capito. Una flebile speranza e un finale aperto negli ultimi 5 secondi cronometrati di serie non basta a fare un finale degno.
Questa serie nonostante abbia dell'umorismo nei primi episodi e un po' meno nella parte centrale e pochissima sul finale è una delle serie più tristi e drammatiche che io abbia finora seguito, mi ha lasciato un senso di amarezza e vuoto non comune.
IN GENERALE:
Questo drama aveva tutte le potenzialità per riuscire a sfondare: è un fantasy originale con grande impatto scenico, attori bellissimi ma l'esecuzione non ha funzionato.
Anche la storia non è una GRANDE NOVITA' ma l'ennesimo tentativo di dipingere il mondo dei demoni come creature malvagie per reazione che sperimentano grande sofferenza e ostracismo (quanti xianxia/wuxia avete visto che parlano di questo? TANTISSIMI).
Ci volevano più colpi di scena e una storia geniale (tipo quella di love and redemption) per riproporre in modo nuovo un messaggio vecchio e abusato come questo mentre hanno usato lo stesso "colpo di scena" per tutta la serie investendo tutti i personaggi ( quando vedrete capirete, non c'è variazione, solo i personaggi divengono di volta in volta "oggetto" di questo colpo di scena). E' una serie che investe su piccole storie che riguardano demoni e personaggi principali, con lo stesso meccanismo, per portarne avanti una centrale.
Il romanticismo è a metà, è presente attraverso il solito struggimento e occhi commossi ma non viene né sviluppato né vissuto, sia fisicamente sia come nascita di una relazione. Questa non è necessariamente una caratteristica negativa però, a questo punto, sarebbe stato meglio toglierlo completamente questo sviluppo a metà: o inserisci e sviluppi per bene (avrebbe aggiunto molto) o non metti solo sospiri e capogiri destinati ad una coppia che non si formerà mai!!!!
Capisco che la serie sia tutta dedicata al valore dell'amicizia e delle connessioni come scopo fondante e vitale dell'esistenza ma la serie è troppo tragica e in definitiva poco romantica.
"La via dell'inchiostro".. una 'docuserie' a scopo propagandistico (drama di regime)
Ho iniziato questo lavoro con aspettative molto alte, mal abituata dai lavori di Yang zi (una delle mie attrici preferite a cui credo di non aver mai dato un voto inferiore al 7,5, professionista validissima anche nella selezione delle sceneggiature).Sulla carta aveva tutti gli elementi per essere un grande drama storico: una protagonista femminile forte interpretata da una vera attrice, un'ambientazione originale legata alla produzione dell'inchiostro Hui durante la dinastia Ming, una storia familiare complessa, una componente revenge e un protagonista maschile con un passato doloroso e un conto aperto con i propri nemici.
Purtroppo, più la storia avanza, più ci si rende conto che è un'opera che ha scelto chiaramente quale fosse il suo vero protagonista: l'inchiostro!!!!!!
Ed è qui che, secondo me, nasce il grande limite di questo drama.
La valorizzazione della tradizione cinese, dell'artigianato e del patrimonio culturale è sicuramente un elemento interessante. La produzione dell'inchiostro viene raccontata quasi come un'arte spirituale, qualcosa che contiene l'anima e la dedizione del suo creatore. Il problema è che questa tematica, invece di accompagnare la narrazione, finisce spesso per sostituirla, potrete assistere a puntate intere che mostrano come gli artigiani impazziscano letteralmente, perdendo il lume e la ragione per produrre un nuovo nerofumo o una resina per innovare una ricetta.
Per oltre 2/3 della serie si ha la sensazione di assistere più a un docudrama sull'inchiostro Hui e sulle dinamiche di un clan familiare che a un vero drama storico con personaggi in evoluzione. Le scene dedicate alla bottega, alle tecniche, ai problemi produttivi, alle rivalità commerciali e ai discorsi sulla rettitudine e sull'onore diventano estremamente ripetitive. Il messaggio è chiaro fin dai primi episodi, ma viene ribadito continuamente fino a togliere spazio allo sviluppo emotivo.
LA PROPAGANDA DELLA CINA 🇨🇳: Un aspetto che per me è impossibile ignorare è la fortissima componente ideologica dell'opera. The Heir non mi è sembrato semplicemente un drama storico sull'inchiostro, ma quasi un manifesto celebrativo di un certo ideale culturale cinese contemporaneo.
Qui l'inchiostro non è un elemento narrativo: è il protagonista assoluto. I personaggi, i sentimenti, la vendetta, persino la storia d'amore finiscono per diventare secondari rispetto alla celebrazione della tradizione e dell'eredità culturale.
Per 42 episodi il messaggio viene ripetuto fino allo sfinimento: essere retti, essere onorevoli, sacrificarsi, mettere da parte i desideri personali, lavorare senza distrazioni (per non creare problemi), proteggere il clan, preservare ciò che gli antenati hanno lasciato.
Dopo un certo punto non sembra più la crescita di un personaggio, ma una lezione morale.
La protagonista ideale non è una donna che cerca prima di tutto la propria felicità, ma qualcuno che deve diventare il simbolo della dedizione assoluta: sopportare, resistere, non deviare mai dalla missione, trasformare il proprio talento in un servizio verso la famiglia e verso una tradizione più grande di lei.
La romance stessa viene sacrificata, e non casualmente. Il messaggio sembra essere che l'amore, la realizzazione personale e il desiderio individuale siano elementi secondari rispetto al dovere. Prima viene il lavoro, prima viene l'eccellenza, prima viene l'eredità culturale.
La serie sembra continuamente ricordare allo spettatore: non dimenticate da dove venite, proteggete ciò che è vostro, non lasciate che il passato venga contaminato, mantenete viva la grandezza della tradizione. Personalmente, ho percepito più un'opera celebrativa e didattica che un vero racconto umano.
Il messaggio ha finito per divorare la storia ed è troppo palese che è un'opera di Regime in ogni passaggio: canti tradizionali, motti ripetuti come mantra, conoscenza della cultura, delle tradizioni, della cucina, di Huizhou, valori che vengono reiterati e proposti come desiderabili.
C'è un passaggio che illustra l'ipocrisia ambivalente dell'atteggiamento della Cina nei riguardi delle donne: Ronghua nel suo percorso di redenzione dice: "Vi prego di .... , poi se vorrete potrete rimproverarmi o picchiarmi, vi lascerò fare". Una donna può emanciparsi ma deve essere sotto sotto sempre obbediente e poco incline a lamentarsi, picchiare una donna va bene se sbaglia (e se il metro è dell'uomo l'azione esecrabile è soggetta al capriccio di lui). Bella roba!
Il problema non è parlare della tradizione cinese, lo diventa se la storia è al servizio del messaggio.
Alla fine The Heir sembra meno interessato a raccontare Li Zhen come persona e più interessato a trasformarla in un modello: disciplinata, instancabile, moralmente irreprensibile, pronta a mettere tutto il resto in secondo piano per un obiettivo superiore.
Per questo la mia impressione è stata quella di un drama fortemente allineato a una narrativa istituzionale: celebrazione delle eccellenze cinesi, recupero delle radici, glorificazione della disciplina e della collettività sopra l'individuo, Troppo spesso ho visto il messaggio prima dei personaggi.
Li Zhen è una protagonista interessante: intelligente, determinata, competente, una donna che cerca di affermarsi in un mondo dominato dagli uomini e dalle regole del clan. Tuttavia, la sua crescita viene raccontata quasi esclusivamente attraverso la sofferenza e la perseveranza con uno schema di scrittura ripetitivo. Per troppi episodi assistiamo a umiliazioni continue nei confronti suoi e della sua famiglia, mentre i personaggi continuano a tornare verso chi li ferisce in nome del dovere familiare e della tradizione, cambiano i soggetti, non cambia la dinamica abusiva, umiliante, di sopraffazione.
Un altro elemento centrale della narrazione è la famiglia Li, ma anche qui la scrittura non sempre riesce a trovare il giusto equilibrio.Il drama cerca chiaramente di raccontare una famiglia imperfetta, segnata da gerarchie rigide, interessi personali, rivalità interne e dal peso delle tradizioni. Il problema è che, per buona parte della storia, il rapporto tra Li Zhen e il clan diventa estremamente frustrante da seguire.
Le umiliazioni subite dalla protagonista e dal suo ramo familiare sono troppe, troppo frequenti e troppo ripetitive. Dopo un certo punto non generano più rabbia o coinvolgimento emotivo nello spettatore, ma solo stanchezza, perché la dinamica sembra ripetersi senza una reale evoluzione. Anche il nonno della protagonista mostra una certa ambivalenza, si allontana da lei ad un certo punto dimostrando di essere sempre devoto alla famiglia, più che alla nipote.
La protagonista dimostra continuamente il proprio valore, salva più volte la famiglia e contribuisce alla sopravvivenza dell'attività, ma il riconoscimento arriva molto tardi e dopo una quantità di ostilità che rende difficile accettare completamente la riconciliazione successiva.
Il problema non è rappresentare una famiglia tossica. Il problema è come viene narrata, e credetemi è una famiglia disfunzionale e frustrante come poche se ne vedono e quanto tempo gli viene dedicato (80%).
In questo senso, i personaggi che funzionano meglio sono la madre di Li Zhen, il fratello e la cognata. Sono tra i pochi rapporti familiari che trasmettono davvero sostegno, calore e un senso di appartenenza autentico.
Anche la nonna è pensata come una figura positiva e probabilmente vorrebbe richiamare quel tipo di matriarca saggia e protettiva che abbiamo visto in opere come The Story of Minglan. Tuttavia, il confronto per me è impietoso. La nonna di Minglan era una vera matriarca: aveva autorità, presenza, capacità di leggere le persone e soprattutto interveniva quando necessario. Era affettuosa, ma mai passiva. Il rapporto con Minglan era costruito attraverso gesti quotidiani, protezione, educazione e una fiducia reciproca cresciuta nel tempo, ed è proprio per questo che risultava così tenero e commovente.
In The Heir, la nonna rimane spesso troppo osservatrice. La sua saggezza viene raccontata più che dimostrata attraverso azioni decisive, e questo rende il legame con Li Zhen meno potente di quanto avrebbe potuto essere, l'attrice inoltre pur avendo esperienza non mi ha fatto impazzire e mi ha annoiata. Ancora una volta il problema non è l'idea, ma l'esecuzione.
Il ritmo è probabilmente il problema principale: una storia lenta non è necessariamente una storia noiosa. Esistono drama meravigliosi costruiti sui silenzi, sulle relazioni e sui piccoli cambiamenti. Qui, però, il problema non è la lentezza, ma la mancanza di progressione. Troppe scene sembrano confermare qualcosa che sappiamo già invece di aggiungere un nuovo livello alla storia. Dall'episodio 28 io ho visto a velocità 1,5 x per superare la diluizione e la stagnazione dell'opera. Quando è finito ho tirato un sospiro di sollievo.
La componente revenge, che poteva essere uno degli aspetti più interessanti, arriva troppo tardi e non viene costruita con la precisione necessaria. Luo Wenqian aveva tutto il potenziale per essere il conte di montecristo cinese: un uomo intelligente, segnato dal passato, con una vendetta personale da portare avanti. Han Dongjun funziona molto bene nelle pochISSIME scene in cui il personaggio può respirare, soprattutto quando interagisce con Li Zhen, mostrando dolcezza, imbarazzo e un interesse trattenuto.
Il problema è che la sceneggiatura gli concede pochissimo spazio (20 minuti in tutto sarà il tempo che gli viene riservato in 32 ore di drama per farvi capire). Per molte ore di visione sembra quasi un personaggio secondario nella sua stessa storia, oso dire che l'antagonista ha più spazio. Il rapporto con Li Zhen cresce lentamente, forse troppo lentamente, e quando finalmente arriva il momento in cui la loro relazione dovrebbe emozionare davvero, per molti spettatori il coinvolgimento è già stato consumato dall'attesa (almeno per me è stato così).
La romance è presente, ma è estremamente sacrificata e centellinata. Non servivano grandi scene romantiche o passionali, ma servivano più momenti condivisi, più dialoghi, più costruzione emotiva. Il risultato è una coppia con potenziale che non raggiunge mai completamente il proprio payoff emotivo.
Anche gli intrighi, purtroppo, non sempre funzionano.
Ci sono diverse scelte narrative che danno la sensazione di una sceneggiatura poco rifinita. Il problema non è il singolo evento, perché quasi tutto può trovare una spiegazione se lo spettatore prova a costruirla da solo. Il problema è proprio questo: troppo spesso è lo spettatore a chiedersi come mai una scelta piuttosto che un'altra, una buona sceneggiatura dovrebbe far sembrare ogni conseguenza inevitabile. Altro limite della scrittura è aver depotenziato gli altri per celebrare Li Zhen, Molti l'hanno paragonata come intelligenza e acume alla protagonista di the double, ma in the double gli altri non venivano resi scemi per mostrare quanto fosse SPLENDIDA LEI . Qui sì! Persino il suo partner è un uomo sveglio, strategico, con acume ma privo della sua dialettica e intraprendenza, debole se lo paragoniamo, ma sin dal principio (sin da quando era bambino).
Alcuni passaggi sembrano esistere perché la trama deve arrivare in un determinato punto, la causalità è subordinata all'obiettivo narrativo. Esempio (Senza spoiler) fine episodio 22 - stessa dinamica inversa episodio 24 senza che ci sia una causa che motivi il cambio di atteggiamento.
Alcuni cambiamenti improvvisi di atteggiamento nella famiglia Li risultano poco naturali. Personaggi che prima condannano Li Zhen arrivano poco dopo a sostenerla senza una progressione causale abbastanza forte. Alcune informazioni importanti vengono trattenute per anni e rivelate solo quando servono alla trama, più per creare un colpo di scena che per una reale motivazione interna ai personaggi.
Anche alcune rivelazioni finali sono interessanti sulla carta, ma indeboliscono retroattivamente alcuni rapporti di potere. Quando un colpo di scena viene rivelato, dovrebbe farci pensare: “Ora tutto ha senso”. Qui, invece, a volte viene spontaneo chiedersi: “Allora perché prima quei personaggi subivano dai potenti se avevano il coltello dalla parte del manico?”.
Dal punto di vista tecnico, invece, il drama è abbastanza valido.
La fotografia è molto curata, elegante e pulita, anche se utilizza uno stile abbastanza classico. Non è una regia fortemente estetica fatta di rallenty, piani zoom particolari, bokeh e immagini quasi pittoriche come altri storici recenti; sceglie una messa in scena più sobria, ordinata e rilassante, coerente con il tono dell'opera.
I costumi sono belli e accurati, ma non raggiungono secondo me l'eccellenza di altri grandi storici cinesi. Sono funzionali, raffinati, ma non indimenticabili. Qualche errore nel casting e nelle unghia a mandorla di 4 cm di due attrici (figlia del comandante Yan e Sorella Cuiqiao).
La recitazione è uno degli aspetti migliori di questo lavoro:
- Yang Zi conferma ancora una volta la sua capacità di rendere naturali le emozioni. È precisa, credibile, capace di comunicare molto anche attraverso piccoli cambiamenti dello sguardo e dell'espressione. Tuttavia, anche una grande interpretazione non può risolvere completamente i problemi di ritmo e scrittura, inoltre mi sto rendendo conto di un aspetto che sta iniziando a deludermi: se la raffronto con Mu Dan, o qualche altro personaggio da lei interpretato in questi anni, non trovo grosse differenze sostanziali, altre attrici meno precise come resa emotiva differenziano maggiormente il personaggio, lei ha sempre lo stesso modulo espressivo.
Sottolineo che non è la sua migliore interpretazione: non mi ha convinto al 100% in tutte le scene, in alcune ha una forza espressiva straordinaria, in altre ,tipo un evento al rientro da Nanchino in episodio 32, quando apprende al risveglio di un fatto riguardante la nonna... non mi ha convinto.
Il resto del cast è generalmente buono, con alcune interpretazioni più convincenti (Li Jingdong e Tian Biangcheng ), Elvin Han meritava più spazio, nelle poche scene a sua disposizione è sempre stato preciso e credibile, puntuale nella resa espressiva ed emotiva. E' un attore che lavora per sottrazione quindi lo stile recitativo è minimalista, lavora moltissimo con lo sguardo e la modulazione della voce.
La celebrazione dell'inchiostro, della famiglia, dell'onore e della perseveranza diventa più importante dei personaggi stessi. La serie vuole raccontare un ideale ma dimentica troppo spesso che sono i conflitti, le trasformazioni e le emozioni a rendere memorabile una storia, le emozioni ci sono : ci sono degli archi di redenzione interessanti, vendette poco soddisfacenti ma i rapporti tossici, la noia legata all'inchiostro , le ripetizione dei valori a scopo indottrinamento,così pervasiva da risultare palese, hanno prosciugato tutto.
È un'opera che rispetto (fino ad un certo punto) più di quanto abbia amato. Non l'ho amata, per niente, l'ho finita in fretta per togliermela davanti, che non migliora anche se cambia ogni tanto, qualche episodio di respiro c'è ma è breve.
Finale: positivo ma anche posto in modo ambivalente e qui ho conferma che il senso di questo lavoro era il MESSAGGIO, 15 minuti di scene del passato per chiudere un cerchio e concentrarsi sui rapporti famigliari,30 secondi alla evoluzione del rapporto con il protagonista maschile, resa in modo così ambivalenti che molti hanno frainteso il senso. Come si può dare un 7 a un disastro del genere?
Un drama consigliato a chi ama le storie sulla tradizione, l'artigianato e il recupero del patrimonio culturale cinese, se sei cinese probabilmente lo amerai, se sei progressista, femminista e hai visto altri drama storici ti farà per lo più sbadigliare
Potenziale sprecato
The Murky Stream è un drama storico di grande personalità che però sacrifica il proprio potenziale emotivo, presente sulla piattaforma disney plus (HULU).Valutazione
* Regia e atmosfera: ⭐⭐⭐⭐⭐ (5/5)
* Realismo: ⭐⭐⭐⭐⭐ (5/5)
* Interpretazione di Rowoon: ⭐⭐⭐⭐⭐ (5/5)
* Costruzione della trama: ⭐⭐⭐☆☆ (3/5)
* Sviluppo dei personaggi: ⭐⭐☆☆☆ (2/5)
* Romance: ⭐☆☆☆☆ (1/5)
Questo sageuk storico realistico ( non fusion) prende avvio da un'immagine tanto semplice quanto estremamente efficace: il fiume Gyeonggang, un tempo limpido, è ormai diventato torbido e le sue acque, rese opache dalla melma, diventano la metafora di una società nella quale avidità, violenza e lotte di potere hanno progressivamente contaminato ogni aspetto della vita collettiva. Non è un caso, dunque, che il titolo stesso della serie, traducibile come "Il torrente torbido" o "Le acque torbide" coincida col primo frame che dà avvio all'opera: proprio il fiume. Questo non identifica soltanto un luogo fisico, ma sintetizza l'intera filosofia dell'opera, poiché nessuno dei personaggi si muove in un mondo moralmente limpido e tutti, indipendentemente dal ruolo sociale che ricoprono, sono costretti a scegliere continuamente fra compromesso e giustizia, sopravvivenza e integrità, avidità e materialismo.
La narrazione segue le vicende di tre protagonisti appartenenti a mondi profondamente diversi ma inevitabilmente destinati a intrecciarsi: Si-yul, un uomo costretto a celare il proprio passato fino a trasformarsi in un fuorilegge; Choi Eun, una giovane mercante, ambiziosa, animata da un'insolita visione progressista del commercio e della società; e infine un giovane funzionario che tenta di preservare la propria onestà all'interno di un sistema ormai irrimediabilmente corrotto. Attraverso questi tre percorsi, la serie costruisce un racconto che riflette continuamente sul rapporto tra individuo e sistema, mostrando come ciascuno cerchi di ritagliarsi un proprio ordine all'interno di un mondo dominato dal caos, oppure, nei casi peggiori, un proprio tornaconto personale.
Ciò che rende il lavoro un prodotto diverso dalla maggior parte degli sageuk contemporanei è soprattutto la sua forte identità visiva. Pur lasciando nello spettatore un senso di incompiutezza narrativa, la serie possiede infatti una personalità ben definita e rinuncia quasi completamente all'estetica patinata che caratterizza molte produzioni storiche recenti. Il risultato è un'opera che, pur non essendo priva di limiti, riesce comunque a distinguersi per autenticità, maturità e coraggio stilistico.
👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼I punti di forza 👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼👌🏼
- L'aspetto che colpisce immediatamente è il livello di realismo della messa in scena. Finalmente ci si trova davanti a uno storico che rinuncia all'immagine idealizzata dei protagonisti per mostrare uomini e donne segnati dalla fatica quotidiana: i volti sono sporchi, i denti spesso consumati, la pelle appare arrossata dal sole e dal vento, gli abiti lisi. Persino il modo in cui i personaggi camminano, lavorano, mangiano o si relazionano gli uni agli altri contribuisce a costruire un mondo credibile, nel quale ogni elemento scenico sembra appartenere naturalmente all'epoca rappresentata.
- La fotografia accompagna questa scelta con grande coerenza, evitando eccessivi virtuosismi e privilegiando un'estetica quasi materica, che restituisce la sensazione di respirare il fango delle strade, l'umidità del porto e la precarietà della vita quotidiana. Proprio per questo motivo sorprende ancora di più una vistosa svista tecnica presente durante una riunione notturna dei banditi, nella quale un gruppo di lanterne sospese sembra quasi un gruppo di plafoniere che diffonde una luce perfettamente uniforme, intensa e stabile, tanto da ricordare moderne lampadine elettriche più che candele o lampade a olio. In una produzione tanto attenta alla ricostruzione storica, si tratta di un dettaglio apparentemente secondario che, proprio perché rompe improvvisamente l'illusione del realismo, risulta difficile da ignorare.
- Rowoon offre probabilmente la migliore interpretazione della sua carriera. Abbandonata quasi del tutto la recitazione più esplicita dei lavori precedenti, costruisce un protagonista estremamente misurato, affidando gran parte della comunicazione agli sguardi, ai silenzi e a piccoli movimenti del corpo, dimostrando una maturazione interpretativa notevole.
- Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente riguarda tuttavia la qualità dei dialoghi. In un panorama televisivo nel quale molte produzioni finiscono per ruotare quasi esclusivamente attorno a incomprensioni sentimentali o conversazioni piuttosto superficiali, The Murky Stream o Water (altro titolo) propone riflessioni che possiedono un evidente spessore storico, filosofico e perfino politico. Emblematica è la scena nella quale Choi Eun osserva il mare e immagina un mondo che continua ad avanzare mentre la Corea rimane chiusa dietro i propri confini. Sebbene il riferimento sia naturalmente collocato nel contesto della dinastia Joseon (1592), quella riflessione assume un valore universale, poiché invita a interrogarsi sul rapporto fra apertura e isolamento, fra curiosità e paura del cambiamento, suggerendo che una società incapace di confrontarsi con ciò che esiste oltre i propri confini rischi inevitabilmente di rallentare il proprio sviluppo.
La Corea storica, per lunghi periodi, perseguì politiche di forte isolamento, tanto da essere definita dagli occidentali "il Regno Eremita". Anche altre realtà dell'Asia orientale hanno conosciuto, in epoche diverse e con modalità differenti, periodi di chiusura verso l'esterno: basti pensare al Giappone dello sakoku o, in tempi molto più recenti, ad alcune fasi della Repubblica Popolare Cinese. Il senso della scena, però, va oltre il dato storico: riflette sul rischio che una società, quando costruisce muri anziché confrontarsi con il mondo, finisca per rallentare il proprio sviluppo.
Quella frase non parla soltanto del passato. Parla del rapporto tra apertura e paura del cambiamento. Tra curiosità e isolamento. Tra progresso e immobilismo ed è proprio questo che rende il dialogo sorprendentemente moderno.
Altrettanto interessanti risultano le riflessioni dedicate alla corruzione, che la serie non interpreta mai come il semplice prodotto della malvagità individuale, bensì come il risultato di una rete di relazioni, interessi e compromessi destinati ad alimentarsi reciprocamente. L'idea secondo cui la corruzione di un piccolo gruppo rappresenti soltanto una goccia all'interno di un mare già contaminato introduce una prospettiva sorprendentemente moderna, quasi sistemica, che mantiene ancora oggi una notevole forza interpretativa.
IL POTENZIALE SPRECATO: LIMITI IMPORTANTI 👎👎👎👎👎👎👎👎👎👎👎👎👎👎👎👎
- La romance: una promessa che la serie non mantiene 🥺
Se esiste un aspetto nel quale The Murky Stream riesce contemporaneamente a sorprendermi e a deludermi, è proprio la gestione della componente sentimentale. La relazione tra Si-yul e Choi Eun rappresenta infatti, a mio avviso, il più grande potenziale narrativo rimasto inesplorato dell'intera serie.
Il loro primo incontro è costruito con una sensibilità sorprendente. Non si tratta del classico colpo di fulmine spettacolare né di una scena apertamente romantica, bensì di una sequenza fatta di dettagli quasi impercettibili, nei quali la regia e gli interpreti affidano il peso emotivo soprattutto agli sguardi e ai piccoli gesti.
Dopo essersi urtati casualmente, Choi Eun sembra riuscire a cogliere, dietro l'aspetto trasandato e dimesso di Si-yul, una bellezza e un'umanità che gli altri personaggi non riescono nemmeno a intravedere. Lui, dal canto suo, rimane apparentemente colpito da quella donna che, diversamente da tutti gli altri, non lo guarda immediatamente con disgusto o diffidenza.
La scena del ventaglio rappresenta probabilmente il momento che meglio sintetizza il loro rapporto. Dopo averlo raccolto, Si-yul non si limita a restituirglielo, ma lo pulisce con delicatezza, compiendo un gesto di cura tanto semplice quanto significativo. Ancora più interessante è ciò che accade immediatamente dopo: mentre la serva di Choi Eun lo insulta, egli non reagisce agli attacchi né cerca di imporsi con la violenza. Al contrario, il suo sguardo cerca continuamente quello della giovane mercante, come se l'unica cosa che gli importasse davvero fosse comprendere quale giudizio lei stia maturando nei suoi confronti. È un dettaglio recitativo di straordinaria efficacia, capace di raccontare molto più di qualsiasi dichiarazione esplicita.
Episodi dopo, la stessa Choi Eun, si lascia sfuggire un sorriso spontaneo. Sono pochi minuti di narrazione, eppure bastano a creare una chimica sorprendentemente intensa, tanto da risultare, almeno per quanto mi riguarda, più convincente di molte coppie protagoniste alle quali altri drama dedicano decine di episodi senza riuscire a trasmettere alcuna emozione.
Ed è proprio qui che nasce la più grande delusione: gli sceneggiatori costruiscono con estrema abilità una premessa ricca di potenzialità, salvo poi abbandonarla quasi completamente, come se, dopo aver acceso una scintilla, decidessero improvvisamente di non alimentarla. La relazione fra Si-yul e Choi Eun non evolve realmente; i due personaggi si incontrano soltanto in alcune occasioni, vengono immediatamente separati dagli eventi e non condividono mai un autentico percorso comune. La sensazione è quella di assistere non a una lenta costruzione sentimentale, bensì a una successione di occasioni mancate, che finiscono inevitabilmente per depotenziare anche il significato del loro addio finale.
È importante precisare che il problema non risiede nell'assenza di scene romantiche o di manifestazioni esplicite d'affetto. Sarebbe un'obiezione superficiale e, soprattutto, non coerente con il tono della serie. Ciò che manca è qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, narrativamente fondamentale: la progressione.
Sarebbero bastati pochi minuti distribuiti nel corso degli episodi per trasformare quella che rimane una semplice suggestione in un rapporto realmente costruito. Qualche dialogo in più avrebbe consentito ai due protagonisti di conoscersi davvero; alcuni momenti di reciproco sostegno avrebbero rafforzato il legame di fiducia; uno sguardo di gelosia, una reazione alla notizia del matrimonio combinato di Choi Eun oppure una breve scena di vulnerabilità condivisa sarebbero stati sufficienti a dare continuità a un rapporto che, invece, rimane sostanzialmente immobile dall'inizio alla fine.
È proprio questa mancanza di evoluzione a rendere meno incisivo anche il finale. Quando arriva il momento della separazione definitiva, lo spettatore comprende razionalmente il significato della scelta di Si-yul, ma fatica a viverla con l'intensità emotiva che avrebbe potuto raggiungere se la relazione fosse stata costruita con maggiore gradualità. La tragedia, infatti, funziona soltanto quando lo spettatore percepisce con chiarezza ciò che i personaggi stanno perdendo; in questo caso, invece, si ha piuttosto la sensazione di assistere ad un'assenza di sentimento da parte di lui.
📖 I limiti della costruzione narrativa
Anche sul piano della struttura narrativa, The Murky Stream mostra alcune fragilità che finiscono per rallentarne il ritmo complessivo. Più che procedere attraverso una costante evoluzione degli eventi, la sceneggiatura tende spesso a ruotare intorno agli stessi nuclei narrativi, soffermandosi a lungo su situazioni che, pur contribuendo ad arricchire l'ambientazione, modificano ben poco gli equilibri della vicenda.
Una parte considerevole del minutaggio viene dedicata alle dinamiche interne della banda, ai preparativi delle imboscate e ai combattimenti, tutti elementi certamente coerenti con il contesto della serie ma che, a lungo andare, finiscono per riproporre schemi narrativi molto simili tra loro. Il risultato è una percezione di stasi, come se il racconto continuasse ad ampliare il proprio mondo senza, tuttavia, far avanzare con la stessa decisione i suoi protagonisti.
Anche il terzo protagonista, il giovane funzionario incaricato di rappresentare la possibilità di un cambiamento istituzionale, appare meno sviluppato di quanto le premesse lasciassero immaginare. Il suo progetto politico, così come il suo percorso personale, rimangono sorprendentemente poco approfonditi anche nelle fasi finali della serie, contribuendo alla sensazione che alcuni fili narrativi vengano introdotti con grande interesse ma sviluppati soltanto in parte.
Nel complesso manca una vera progressione drammatica. Gli episodi scorrono, il contesto si arricchisce di dettagli, ma i personaggi sembrano cambiare meno di quanto il tempo trascorso farebbe supporre. È probabilmente questo l'aspetto che più penalizza una serie composta da soli nove episodi, nella quale ogni scena avrebbe dovuto contribuire con decisione all'evoluzione dei protagonisti.
Come sempre qui dentro il voto coincide con l'entusiasmo , la valutazione di 7,5 in questo caso è obiettiva ma solo perché la storia non ha catturato un gusto educato con i kdrama classici, tuttavia quante volte si dà 10 a opere prive di interpretazione, realismo, plausibilità e con sceneggiature confuse o perché c'è Byeon seo wook???? O Cha Eun Woo? The wonderfools ha dei limiti di sceneggiatura palesi, eppure tutti a dare 10 senza vederne i limiti.
Ciò che voglio dire, scusate lo sfogo, è: se il metro con cui valutate rigidamente quest'opera va bene, utilizzatelo anche quando valutate delle scempiaggini assurde a cui date 10.
Comedy crime gradevole: VOTO ASSURDO!
Seoul Busters è probabilmente una delle opere più "fake" che abbia mai incontrato su kisskh. Non perché sia una brutta serie ma perché il suo voto medio di 8,6 crea aspettative completamente sproporzionate rispetto a ciò che offre realmente. Se qualcuno mi chiedesse quale sia il drama più inutilmente sopravvalutato della piattaforma, non avrei dubbi.Un voto del genere fa pensare a una serie eccezionale, a una sceneggiatura brillante, a personaggi memorabili o a una regia particolarmente ispirata. Invece ci si trova davanti a una commedia poliziesca leggera, simpatica, spesso assurda, talvolta divertente e capace persino di costruire alcuni casi interessanti, ma che difficilmente possiede le qualità necessarie per giustificare un entusiasmo così unanime.
🤥 Ma quando la smetteremo di dare 10 solo perché un’opera ci è piaciuta? Lo scopo di questo sito è aiutare altri utenti, anche con gusti diversi dai nostri, a capire se una serie o un film vale davvero il loro tempo. Per questo servono valutazioni più obiettive, non solo entusiasmi personali.
Non bisogna chiedersi soltanto se la musica ci è piaciuta, ma se ha creato atmosfera e se era coerente con ciò che la serie voleva trasmettere. Non basta dire che la regia è bella: va capito se è classica o sperimentale, se aggiunge qualcosa, se comunica informazioni o sottotesti. Lo stesso vale per la scrittura: è davvero brillante? L’umorismo coinvolge davvero? E soprattutto: lo riguarderemmo è in parte soggettivo. Si può amare un’opera senza avere voglia di rivederla. Però se vogliamo essere utili agli altri, oltre alle opinioni personali dovremmo cercare di dare un giudizio più equilibrato, più ragionato e più onesto. Altrimenti non stiamo consigliando: stiamo soltanto sfogandoci e parlando dei nostri gusti. NON E' QUESTO LO SPAZIO, FATEVI UN BLOG!!!
English:
When will we stop giving a 10 just because we liked something? The purpose of this site is to help other users, even those with different tastes, understand whether a show or movie is actually worth their time. That means ratings should be more balanced and thoughtful, not based only on personal excitement.
You should not ask only whether you liked the music, but whether it created atmosphere and supported what the story was trying to convey. You should not simply say the direction was good; you should consider whether it was classic or experimental, whether it added meaning, whether it carried information or subtext. The same goes for the writing: is it really brilliant? Is the humor genuinely engaging? And would you rewatch it?
IT is still partly subjective. You can love a work without wanting to rewatch it. But if we want to be helpful to others, we should combine our personal opinion with a more balanced, reasonable, and honest evaluation. Otherwise we are not really recommending anything, just cheering for our own taste.
📕 TORNANDO A NOI: Il genere è quello della crime-comedy. Una squadra di poliziotti considerata la peggiore dell'intero dipartimento viene affidata a un nuovo comandante dalle capacità straordinarie e dai metodi decisamente fuori dagli schemi. Da quel momento la serie costruisce il proprio equilibrio alternando indagini, dinamiche di gruppo e situazioni grottesche, spesso al limite col cartone animato.
Ed è proprio qui che si trova il pregio dell'opera. Seoul Busters non pretende mai di essere realistica. Non vuole essere un thriller investigativo rigoroso né una serie poliziesca credibile. La sua natura è quella di una commedia assurda che utilizza il contesto investigativo come pretesto per mettere in scena una squadra di personaggi improbabili, eccentrici e quasi sempre goffi. I membri della squadra rappresentano il vero cuore della serie. Ognuno possiede un talento particolare, una competenza specifica o una caratteristica distintiva che dovrebbe renderlo eccezionale. Tuttavia nessuno di loro viene rappresentato come un eroe impeccabile. Al contrario, quasi tutti sono caratterizzati da una forma di goffaggine, insicurezza o inadeguatezza che li rende più umani e accessibili.
Questo è probabilmente l'aspetto che funziona meglio. Nel corso degli episodi si sviluppa una dinamica corale piacevole da seguire. I personaggi imparano a fidarsi gli uni degli altri, costruiscono legami e trasmettono un senso di appartenenza che finisce per coinvolgere anche lo spettatore.
Le interpretazioni sono generalmente buone. Il cast riesce a sostenere con convinzione un materiale che sulla carta avrebbe potuto facilmente scivolare nel ridicolo. Gli attori comprendono perfettamente il tono della serie e riescono a mantenere un equilibrio tra comicità e sincerità emotiva. Nessuno offre una performance memorabile ma tutti svolgono il proprio lavoro con professionalità e contribuiscono a rendere il gruppo affiatato e umanamente tenero. Una menzione speciale va all'attore che interpreta Jung Jung-hwan. Lo avevo già apprezzato in A Shop for Killers, ma anche qui conferma un talento non comune. Non si limita a interpretare un personaggio diverso: sembra trasformarsi completamente. Cambiano l'espressione del viso, la postura, il modo di muoversi, il ritmo delle battute, la prosodia e persino il tono della voce. È uno di quegli attori che non danno mai l'impressione di interpretare se stessi in contesti diversi, ma costruiscono davvero una persona nuova ogni volta. In una serie che punta molto sul lavoro di squadra, la sua prova è una delle più convincenti, e sarebbe bello se i drama asiatici dessero più spazio ai bravi piuttosto che ai belli.
Anche alcuni casi investigativi meritano una menzione positiva. Non tutti sono particolarmente complessi, ma alcuni riescono a stimolare la curiosità dello spettatore e a mantenere viva l'attenzione. Quando la serie si concentra maggiormente sull'indagine e meno sulla comicità forzata, mostra persino lampi di una qualità superiore rispetto alla media generale.
interessante la struttura da 20 episodi più brevi, 46 minuti circa. E' meno stancante e si segue meglio, personalmente parlando.
Purtroppo i limiti emergono con chiarezza:
La regia è funzionale ma raramente brillante. Non si ricordano sequenze particolarmente creative o soluzioni visive degne di nota. Tutto procede in modo corretto, senza errori evidenti ma anche senza momenti capaci di lasciare il segno.
Lo stesso discorso vale per la colonna sonora. Accompagna le immagini senza mai risultare fastidiosa, ma è difficile ricordare un singolo brano una volta terminata la visione. In una produzione che punta molto sull'atmosfera e sul coinvolgimento emotivo del gruppo, una componente musicale più incisiva avrebbe probabilmente contribuito ad elevarne il livello complessivo.
Il problema principale resta però la scrittura dell'umorismo.
Molte gag funzionano perché nascono dall'assurdità delle situazioni e dalla chimica tra i personaggi. Altre, invece, sembrano eccessivamente costruite e slapstick. Più volte si ha la sensazione che la serie si accontenti di essere strampalata senza cercare davvero di essere brillante.
Far ridere e risultare eccentrici non sono la stessa cosa. Seoul Busters sceglie spesso la seconda strada. Lo spettatore sorride, talvolta ride ma raramente si trova di fronte a battute particolarmente intelligenti o a una comicità destinata a essere ricordata.
Anche la sceneggiatura nel suo complesso soffre di una certa superficialità. Alcuni personaggi sembrano introdurre sviluppi che non vengono realmente approfonditi. Alcune situazioni sembrano promettere svolte più interessanti di quelle che poi effettivamente arrivano. La serie preferisce restare nella propria zona di comfort, senza correre rischi e senza tentare davvero di superare i limiti del genere.
Questo aspetto emerge anche nella gestione delle relazioni personali. Diverse dinamiche sembrano suggerire possibili sviluppi emotivi o sentimentali che poi vengono lasciati sullo sfondo o abbandonati del tutto. È una scelta legittima, ma contribuisce alla sensazione generale di trovarsi davanti a un'opera che evita sistematicamente qualsiasi approfondimento.
Dove Seoul Busters riesce invece a colpire nel segno è nel messaggio umano che attraversa tutta la narrazione.
Sotto gli equivoci, le gag e le situazioni improbabili si nasconde infatti un'idea molto semplice ma efficace: le persone possono sbagliare, essere goffe, inadeguate, imperfette, eppure meritano comunque fiducia e rispetto. La serie parla continuamente di seconde possibilità, di collaborazione, di solidarietà e della capacità di trovare il proprio posto all'interno di una comunità.
Questo elemento dona una sincerità inattesa a un prodotto che altrimenti rischierebbe di apparire soltanto una lunga successione di sketch.
Alla fine della visione rimane quindi una sensazione particolare. Non si ha l'impressione di aver assistito a un brutto drama. Al contrario, Seoul Busters è una serie gradevole, scorrevole e spesso simpatica. Si guarda con facilità, intrattiene e riesce persino a strappare qualche risata genuina.
Non c'è una scrittura eccezionale. Non c'è una regia memorabile. Non c'è una colonna sonora destinata a restare nella memoria. Non c'è una comicità particolarmente raffinata. Non ci sono personaggi che rivoluzionano il genere.
C'è semplicemente una buona serie, realizzata con competenza, interpretata bene e sostenuta da un cast affiatato. Una serie da sufficienza piena, forse da sette per chi ama particolarmente il genere, ma certamente non il capolavoro che la valutazione media lascia immaginare.
Seoul Busters si lascia guardare con piacere, offre qualche caso interessante, trasmette un bel messaggio di umanità e regala alcune ore di intrattenimento leggero. Finita la visione, però, difficilmente rimane qualcosa.
È una compagnia gradevole per qualche sera. Niente di più. E soprattutto, niente di indimenticabile.
La vera bellezza- Quando il drama supera il webtoon
Drama molto riuscito, piacevole, emotivamente coinvolgente, ma non perfetto: è una serie che funziona tanto quando abbraccia i codici del romance adolescenziale, tanto quando prova a dire qualcosa sull’insicurezza, sull’immagine di sé e sulla pressione sociale. Allo stesso tempo, però, non sempre riesce a tenere la barra dritta fino in fondo. Ha momenti davvero riusciti, scene che restano, una confezione visiva curata e una chimica che aiuta moltissimo ma si porta dietro anche qualche ingenuità narrativa, alcuni passaggi ripetitivi e un finale che lascia un’impressione un po’ meno solida rispetto al resto.True Beauty sa esattamente che tipo di prodotto vuole essere. Non cerca di sembrare più “alto” o più sofisticato di ciò che è, e questo è già un punto a favore. È un drama romantico scolastico, leggero solo in apparenza, perché sotto la superficie da commedia sentimentale mette in scena un tema che tocca tantissime persone: il rapporto con il proprio viso, con il proprio corpo, con l’idea di essere guardati, giudicati, confrontati. La protagonista vive il proprio aspetto come una zona di vulnerabilità costante, e il trucco diventa una sorta di armatura, un filtro tra lei e il mondo. La serie parte da qui e, quando resta fedele a questa base emotiva, riesce a toccare corde sincere. Il bello di True Beauty è che non fa solo “la storia carina tra tre ragazzi in un liceo”, ma usa la storia carina per parlare di insicurezza, desiderio di essere accettati, vergogna e bisogno di sentirsi finalmente visti senza dover recitare.
Uno dei suoi punti forti più evidenti è proprio la capacità di essere emotivamente accessibile. Non è un drama che pretende di essere profondo a tutti i costi, però sa colpire. Sa costruire piccoli momenti che funzionano: uno sguardo trattenuto, una scena di imbarazzo, un gesto di protezione, una battuta buttata lì che alleggerisce la tensione senza distruggere la tenerezza del momento. È una serie che vive molto di dettagli e di micro-emozioni, e qui fa centro. Il risultato è che lo spettatore si affeziona facilmente ai personaggi e alle loro fragilità. Non serve che tutto sia complesso o stratificato in modo enorme: spesso basta il modo in cui la scena è costruita per far passare la sensazione giusta.
Un altro grande punto di forza è la chimica tra i protagonisti. In un romance scolastico, la chimica non è un dettaglio: è il motore. in True Beauty invece la dinamica centrale ha abbastanza energia da reggere gran parte del racconto. Ci sono tensione, dolcezza, imbarazzo, attrazione e anche quella piccola goffaggine che rende credibile l’età dei personaggi. Non è una chimica esplosiva nel senso più melodrammatico del termine, ma è una chimica ben calibrata, che lavora bene soprattutto nei momenti più quieti, e per chimica io intendo anche il triangolo, uno dei più riusciti dei drama moderni e il rapporto tra Lee Su Hoo e Kang Soo Jun, la loro amicizia che affronta alti e bassi e i tipici estremismi adolescenziali.
La regia e la fotografia sono interessanti: il lavoro è esteticamente gradevole in modo quasi costante, colori curati sul pastello che danno quell'aura di incanto e dolcezza, innocenza dei primi amori, l'approdo all'età adulta, quell'aria di mezzo e diventano più scuri e definiti negli ultimi episodi che trattano già qualche anno dopo e i nostri personaggi dopo i venti anni. La luce è morbida, gli ambienti con carte da parati floreali e piante sulla scuola danno un tocco british/romance, inquadrature che valorizzano i volti e i piccoli gesti, ritmo visivo molto adatto a un romance giovane e brillante. Non c’è nulla di casuale nella sua estetica. Tutto sembra costruito per sostenere un’atmosfera romantica, delicata, a tratti quasi da fumetto sentimentale. E questo si sente. La serie ha una sua identità visiva abbastanza forte, soprattutto nella capacità di rendere gli spazi scolastici e quotidiani meno banali di quanto potrebbero essere. Anche quando la trama non fa miracoli, la confezione tiene alto il livello di coinvolgimento.
La colonna sonora merita un discorso simile. Non è solo un accompagnamento ma una parte della macchina emotiva del drama. Le musiche sostengono bene i momenti di tenerezza, i passaggi più malinconici e quelli più leggeri. In una serie così dipendente dal tono, una OST sbagliata avrebbe potuto rovinare tutto. Invece qui la musica sa entrare senza schiacciare, senza diventare invadente, e aiuta a creare quella sensazione da “drama che ti coccola”, ma senza svuotarlo del tutto. È una colonna sonora che accompagna bene la memoria emotiva dello spettatore: certe scene restano anche perché il modo in cui sono sonorizzate le rende più vive e più riconoscibili.
Sul piano dei personaggi, uno dei meriti della serie è aver costruito figure facilmente distinguibili, ognuna con una funzione narrativa e affettiva precisa. La protagonista non è solo “la ragazza carina che si trucca”: è una ragazza ferita, insicura, ironica quando riesce, vulnerabile quando la maschera cade. Funziona perché non viene trattata come un puro oggetto di desiderio, anche se ovviamente il drama gioca molto con la sua immagine. Il personaggio maschile più introverso porta con sé una delicatezza che cresce a poco a poco, e questo lo rende molto amabile. L’altro polo del triangolo amoroso, invece, aggiunge una nota di energia, protezione e immediatezza che serve a non lasciare il racconto troppo monocorde. Non tutti i personaggi secondari hanno lo stesso livello di sviluppo, e qui si vede un limite del testo, ma il nucleo centrale regge abbastanza bene da far funzionare la storia.
Detto questo, True Beauty ha anche debolezze abbastanza riconoscibili, e credo sia giusto dirle chiaramente perché è proprio lì che si misura l’obiettività. La prima è la sua dipendenza dai cliché. Non è un difetto devastante, perché il drama scolastico vive anche di cliché e li usa quasi come linguaggio madre. Però qui spesso il racconto segue percorsi molto prevedibili. Le dinamiche sentimentali, i malintesi, le gelosie, gli equilibri tra i due pretendenti, la costruzione delle scene di imbarazzo o salvataggio: tutto questo raramente sorprende davvero. La serie sa essere efficace, ma non sempre originale. Si muove in un territorio noto e riesce a farlo con grazia. Però la sensazione di déjà vu, in alcuni momenti, resta. Infatti lo consiglio a chi si affaccia a questo mondo, per me è stato il mio quinto drama visto e ha funzionato, dopo 3 anni ne faccio un rewatch e vedo i difetti.
Altro cavallo di battaglia è il ritmo: si dilunga molto all'inizio e alla fine e gli episodi durano quanto un film però raramente annoia davvero , anzi... .Episodio 1 e 10-12 sono stati quelli dove forse ho tirato qualche sbadiglio ma normalmente fila liscio come l'olio.
Il tema centrale, pur essendo valido, non è sviluppato fino in fondo con la stessa forza per tutta la durata della serie. Questa è forse una delle critiche più importanti. True Beauty parla di accettazione di sé, ma il suo modo di farlo resta spesso impigliato nella logica del romance e dell’estetizzazione. La protagonista cresce, certo, però il rapporto con il trucco, con l’apparenza e con la sicurezza personale non viene sempre affrontato in modo radicale. A volte sembra che il drama voglia dire: “vai bene così”, ma poi continui comunque a premiarti soprattutto quando rientri in un certo standard visivo molto preciso. È un cortocircuito comune in tante serie del genere, e qui si sente. La storia tocca il tema dell’autostima, ma non lo decostruisce davvero fino in fondo. Rimane molto buona nell’emozione, un po’ meno incisiva nella riflessione.
TUTTAVIA IL PUNTO FORTE É:
il percorso della protagonista, che non si limita a trovare l'amore, ma impara progressivamente a liberarsi dal peso del giudizio degli altri. Il confronto con i bulli rappresenta uno dei momenti emotivamente più riusciti, perché il suo riscatto nasce dalla ritrovata consapevolezza di sé, non da una semplice trasformazione estetica.
Anche il messaggio finale risulta più maturo di quanto possa sembrare. Jugyeong non rinuncia completamente al trucco: continua a usarlo, ma in modo naturale, quasi impercettibile. È una scelta significativa, perché il make-up non è più una maschera dietro cui nascondersi, bensì uno strumento di espressione personale. Il drama suggerisce così che accettarsi non significa rinunciare a ciò che ci piace, ma smettere di dipendere da esso per sentirsi degni di essere amati.
Anche alcuni personaggi secondari avrebbero meritato più spazio o una scrittura più nitida (sorella e fratello, compagni di scuola). In un drama corale, anche i comprimari dovrebbero lasciare un segno più deciso, invece qui qualcuno rimane più funzionale che memorabile. Ci sono figure che servono a sostenere la protagonista, a creare momenti di leggerezza o a far avanzare il triangolo amoroso, ma non sempre vengono trattate come persone a sè. È una scelta comprensibile, perché il focus è chiaramente sulla protagonista e sulla dinamica sentimentale, però un po’ di profondità in più avrebbe reso l’insieme più ricco e meno dipendente dai rapporti centrali.
Il finale, infine, è uno dei punti più deboli rispetto al resto. Non perché sia disastroso, ma perché arriva con una sensazione di minor compattezza. In una serie che per molte puntate ha lavorato bene sull’intensità sentimentale e sulla costruzione dell’affetto, il finale ha il compito di chiudere con una certa forza emotiva e con una sensazione di direzione. Qui invece resta un’impressione un po’ più prudente, un po’ meno memorabile di quanto il percorso avrebbe meritato. Non rovina il viaggio ma non lo consacra nemmeno del tutto. E per una recensione obiettiva questo pesa, perché il finale è spesso ciò che resta come ultima impronta nella memoria dello spettatore.
Se però si tira la somma, True Beauty rimane un drama decisamente riuscito nel suo insieme. Non perché sia perfetto, ma perché sa esattamente dove vuole arrivare e, nella maggior parte dei casi, ci arriva. Ha una buona sceneggiatura, un impianto visivo curato, una colonna sonora efficace, un ritmo generalmente piacevole e soprattutto un cuore emotivo che funziona. I suoi difetti sono reali, ma non cancellano il fatto che si tratti di una serie capace di intrattenere con intelligenza, di far sorridere, di far soffrire il giusto e di lasciare affezionati ai personaggi. È il classico caso di drama che non ti sconvolge con la sua originalità, ma ti conquista per il modo in cui sa usare bene gli strumenti del genere.
In conclusione, è un titolo molto solido nel panorama del romance teen coreano. Non rivoluziona il genere, non ambisce davvero a farlo, ma lo maneggia con sicurezza, sensibilità e una confezione molto gradevole. Il suo valore sta nel riuscire a essere accessibile senza diventare banale del tutto, emotivo senza scadere troppo nel sentimentalismo, leggero senza essere vuoto. Resta un drama che funziona soprattutto quando si lascia guidare dal sentimento, dalle piccole fragilità e dalla chimica tra i personaggi, è una serie tv che utilizza una struttura narrativa tradizionale per raccontare un tema contemporaneo con una sensibilità superiore alla media del genere.
Quando invece prova a sostenere il suo messaggio con troppa prevedibilità o con passaggi narrativi troppo comodi, mostra i suoi limiti. Per questo un voto intorno all’8,2/10 ha senso (7,7 PER IL FINALE) : è un giudizio che riconosce quanto la serie sia riuscita ma anche quanto le manchi ancora per entrare nella categoria dei drama davvero indimenticabili.
Heaven can wait (tra buonismo, sentimentalismo e stereotipi)- alla ricerca di lacrime facili.
A volte la Corea ci prova a parlare di argomenti pesanti e introdurre riflessioni esistenziali che lasciano un senso di pace e intensità del vivere e sentire, è così nel caso di my mister che devo ancora vedere ma di cui tutti mi parlano come di un capolavoro, è così in "quando la vita ti dà mandarini "," come i fiori sulla sabbia" e diversi healing drama che pur non perfetti ti lasciano pace.Tuttavia spesso si arrovella e "stramazza a terra avvolto tra i suoi stessi fili" quando prova a inserire elementi fantasiosi per stratificare la trama o quando ricorre alle malattie raccontate per stereotipi.
Diciamolo chiaramente: heaven can wait ottiene punteggi alti perché parla di argomenti pesanti quali disabilità, lutto, solitudine, traumi irrisolti, con tatto e delicatezza ma non in modo troppo convincente. La sensazione è quella che voglia far commuovere ad ogni costo e nello sforzo lo spettatore percepisce distanza e non si immedesima al punto tale da esserne conquistato, sia per lo schema ripetitivo che per la caratterizzazione stereotipata dell'autistico, una tipologia di soggetti con i quali ho lavorato per molti anni, e un centinaio ne ho visti, per questo forse noto qualcosa che stride, tanto, troppo.
L'attore bravo ma è un esecutore , non un interprete, non ha dato quel taglio personale, non mi ha fatto sentire la persona dietro l'attore.
Move to Heaven ha un tema fortissimo, addirittura prezioso: disabilità, lutto, solitudine, traumi rimossi, famiglie rotte, vite invisibili. Il problema è che li tratta con tatto solo in apparenza, perché nello sforzo di risultare toccante finisce spesso per diventare prevedibile, didascalica, costruita. La sensazione non è di essere coinvolti dentro un dolore autentico ma di assistere a una macchina narrativa che vuole ottenere la nostra commozione ad ogni costo. E quando il meccanismo si vede, la distanza aumenta invece di diminuire.
A questo si aggiunge una struttura ripetitiva che, alla lunga, pesa: caso, oggetto, rivelazione, catarsi. Ogni episodio sembra chiedere allo spettatore di accettare la stessa traiettoria emotiva con minime variazioni. Il risultato è che l’intensità non cresce davvero, e quando la serie prova ad alzare la posta con elementi più drammatici o con sottotrame laterali, invece di stratificarsi tende ad arrotolarsi su se stessa.
Il punto che a me sembra più delicato, però, è il personaggio autistico. Non perché non esistano persone autistiche con comportamenti di ritiro, rigidità, autoaggressività o crisi interne: esistono eccome. Il punto è come tutto questo viene messo in scena. Per chi ha lavorato a lungo con soggetti autistici, soprattutto non verbali, certe cose stonano subito: non tanto la singola crisi in sé, quanto la sua coreografia, la sua “posa”, il modo in cui il corpo viene disposto nello spazio per significare al pubblico “guardate quanto soffre”. E lì non è la realtà del comportamento che manca, è la naturalezza della sua incarnazione. Sembra una costruzione vista da fuori, non una persona che abita davvero quella condizione.
Anche sul piano attoriale l’attore è bravo, controllato, preciso, ma resta più un esecutore che un interprete. Fa funzionare la scena, la pulisce, la rende leggibile. Però non arriva fino a quel punto in cui ti dimentichi la recitazione e senti soltanto la persona. E quando manca quella vibrazione, tutto il resto si vede di più: il sentimentalismo, la semplificazione psicologica, la rapidità con cui certe ferite si trasformano in redenzione, la troppo facile bontà che finisce per sembrare buonismo.
Anche lo zio, che all’inizio entra come un concentrato di egoismo, incuria e caos, viene agganciato all’attività del nipote in modo troppo brusco , 10 minuti prima gli fumava accanto gettandogli il fumo in faccia e spegnendo mozziconi sul parquet. La sua evoluzione, invece di sembrare conquistata, a tratti sembra assegnata. E lo stesso vale per alcune reazioni emotive dei personaggi secondari: colpi di scena affettivi, riconciliazioni improvvise, commozioni che arrivano prima che lo spettatore abbia davvero sentito il peso di ciò che sta succedendo. È questo mi fa diffidare: non il fatto che la serie parli di cose importanti, ma il modo un po’ furbo con cui cerca di fartele sentire.
Move to Heaven spesso chiede allo spettatore di accettare trasformazioni emotive molto rapide perché il tema è nobile. E siccome non concedo questo "credito morale", perchè non lo sento, alcune scene mi sono apparse artificiose.
Prendiamo Sang-gu, lo zio: nei primi episodi viene introdotto come una specie di delinquente egoista e aggressivo. In una narrazione realistica, uno così non passa dall'invadere casa altrui e fumare addosso al nipote a collaborare quasi immediatamente nell'attività. La serie salta parecchi passaggi psicologici.
Sul ragazzo autistico (Geu-ru), diversi professionisti che lavorano con persone autistiche hanno fatto notare che il personaggio è costruito in modo molto funzionale alla trama: osserva, cataloga, ricorda dettagli. È quasi un dispositivo narrativo che permette di ricostruire le vite dei defunti. Questo non significa che sia una rappresentazione offensiva, ma può sembrare meno spontanea e meno individuale di persone autistiche reali.
L'episodio del pigiama , nell'episodio 3, è probabilmente il migliore esempio del perchè questa serie non funziona.
La logica della serie è:
- figlio egoista;
-scoperta di un oggetto simbolico;
-rivelazione del sacrificio della madre;
-catarsi.
La logica realistica invece sarebbe:
- anni di trascuratezza;
-senso di colpa complesso;
-resistenze;
-negazione;
- elaborazione lenta.
La serie comprime tutto in 5 minuti dove scena dove non è plausibile che un figlio incurante come quello si commuova quando vede e ricorda, e comprende il sacrificio della madre perché non gli è bastato vedere le condizioni disumane e abbandoniche in cui è morta per provocargli un briciolo di trasporto e dispiacere, poi vede il pigiama e puff dispiacere e mutazione improvvisa , cambio di stato emotivo... non me la bevo! Non è che la scena sia impossibile. È che la velocità della trasformazione appare costruita per ottenere la commozione dello spettatore.
Sui combattimenti clandestini è una sottotrama che serve principalmente a dare a Sang-gu un conflitto esterno e a evitare che la serie diventi una successione di funerali e ricordi. Però il tono che ne consegue è strano: da una parte meditazione sulla morte, dall'altra debiti, picchiatori e gabbie da MMA. Molti l'hanno accettato perché interessati al passato dello zio; io l'ho trovato un elemento quasi di disturbo, ma questa è una mia soggettiva valutazione.
Dal settimo episodio la serie compie un piccolo salto di qualità. Le storie acquistano maggiore intensità emotiva e la scrittura riesce finalmente a dare più spessore ai personaggi, evitando in parte quella sensazione di ripetitività presente nella prima metà. Alcuni momenti mi hanno sinceramente commossa, soprattutto quando l'emozione nasce in modo spontaneo e non viene forzata attraverso espedienti melodrammatici. A fare davvero la differenza è l'interpretazione di Sang-gu: il personaggio dello zio porta sullo schermo una gamma emotiva molto più ampia rispetto agli altri protagonisti, alternando durezza, ironia e vulnerabilità con grande naturalezza. È l'unico che riesce a distinguersi dando profondità anche alle scene più semplici. Pur riconoscendo questi evidenti meriti e il miglioramento della seconda parte, continuo però a considerare *Move to Heaven* un'opera nel complesso sopravvalutata. Ne apprezzo il messaggio umano e alcuni episodi particolarmente riusciti, ma non credo raggiunga il livello di eccellenza che un 9,1 le attesta.
Credo che il motivo delle valutazioni altissime sia che molti spettatori giudicano Move to Heaven soprattutto per il tema e per l'intenzione umanistica. Io invece guardo: plausibilità psicologica, evoluzione dei personaggi, qualità recitativa, coerenza tonale.
Esistono opere che parlano della morte e riescono a lasciare qualcosa di duraturo dentro lo spettatore. Penso, ad esempio, a Will Love in Spring, una serie capace di raccontare il dolore, la perdita e la disabilità con una delicatezza e una profondità rare. Lì i personaggi non sembrano costruiti per trasmettere un messaggio: sono persone. Vivono, sbagliano, desiderano, soffrono. E proprio attraverso la loro umanità emerge una riflessione sulla vita e sulla morte che continua a risuonare molto tempo dopo la visione. È una di quelle opere che non si limitano a commuovere: modificano il modo in cui guardiamo certe esperienze. Nel mio caso, ha contribuito a rendere più sereno e consapevole il mio rapporto con la morte.
In Move to Heaven, invece, ho spesso avuto la sensazione opposta. Non vedevo le persone, vedevo la sceneggiatura. Dietro molte situazioni emotive si percepisce il meccanismo narrativo che cerca di guidare lo spettatore verso la commozione. Il risultato è che, anziché immedesimarmi, finivo per osservare l'impalcatura che reggeva la scena. Forse è per questo che faccio fatica a condividere l'entusiasmo quasi unanime che circonda la serie. Non perché i temi trattati non siano importanti, ma perché l'importanza di un tema non basta a rendere grande un'opera. Una serie può parlare di morte senza insegnarci nulla sulla vita, così come può commuoverci senza lasciarci davvero qualcosa dentro.
Le opere migliori non si limitano a far versare una lacrima. Restano. Cambiano prospettiva. Aprono uno spazio di riflessione che continua anche dopo i titoli di coda. E, per quanto Move to Heaven abbia momenti sinceri e una sensibilità apprezzabile, non ho mai avuto la sensazione che riuscisse davvero a raggiungere quella profondità.
In tutto questo avevo appena terminato The Wonderfools e, pur riconoscendone i limiti, mi è rimasta addosso la naturalezza di un personaggio che sulla carta rischiava di diventare una macchietta (Kang Ro-bin), nominato il babbeo , che davvero è stato naturale e realistico nella sua interpretazione.
In conclusione, la serie ottiene voti altissimi perché tocca temi grandi e lo fa con una certa delicatezza formale, ma non sempre con la profondità o la credibilità che promette. Ha una sua tenerezza, sì, ma spesso la tenerezza è più dichiarata che vissuta. E quando uno spettatore ha esperienza diretta di certe realtà, soprattutto con l’autismo, lo scarto lo vedo subito.
Il mio voto è 7 per la resa, mezzo punto per l'intenzione e i valori di produzione: ost non memorabile ma ottima scenografia, fotografia e belle le riprese dall'alto, a livello di produzione è fatta discretamente, pertanto si merita un discreto anche se non è un lavoro che nel complesso rimane impresso.
Vorrei sottolineare il dato, quasi scandaloso, che questa serie ha un 0,1 in più rispetto a Crash Landing on you, capolavoro in termini di ost, sensibilità, regia e doti interpretative dei protagonisti, tra cui anche l'attore protagonista Ge-ru (era anche lì ma con ruolo di supporto). Ve lo lascio come spunto di riflessione... .
Serie con molti difetti: perché piace allora?
Ci sono serie che si ricordano per la scrittura brillante, altre per la regia, altre ancora per le interpretazioni. Doctor Slump non appartiene completamente a nessuna di queste categorie. Eppure, una volta terminata, mi ha lasciato una sensazione sorprendentemente piacevole e non mi ha mai annoiata. Non è stato un capolavoro, né un’opera tra le migliori degli ultimi anni, ma una compagnia gradita, con i personaggi che finiscono per trovare un posto nella memoria dello spettatore.La sinossi è abusata: due ex studenti modello, un tempo rivali, si ritrovano nel momento peggiore della loro vita. Yeo Jeong-woo è un chirurgo plastico di successo la cui carriera viene improvvisamente distrutta da uno scandalo. Nam Ha-neul è un’anestesista brillante che, dopo anni passati a vivere esclusivamente per il lavoro e lo studio, sacrificando ogni aspetto della propria esistenza, precipita in una profonda depressione e in una condizione di burnout che le impedisce di proseguire la propria professione.
Sulla carta, il materiale era promettente, una sorta di "lato positivo" con altre patologie : due protagonisti adulti, entrambi sofferenti, entrambi costretti a ridefinire la propria identità dopo aver costruito tutta la propria esistenza attorno al successo riprendendo il tema caro ai coreani: la funzione sociale nella nostra società dà un'identità. Una buona occasione per raccontare la salute mentale, il fallimento, la pressione sociale e la ricerca di una nuova normalità.
Il problema è che la serie affronta depressione, ansia, burnout e traumi professionali, ma lo fa senza scendere in profondità e senza presentare i problemi con la dovuta delicatezza e correttezza medica (abuso di alcol nel corso delle terapie farmacologiche, farmaci presentati come panacea, poco peso dato alla terapia psicoterapica... ). È come se avesse paura di diventare troppo dolorosa, troppo scomoda, troppo realistica. Ogni volta che si avvicina a qualcosa di realmente destabilizzante, tende ad alleggerire il tono, a riportare il racconto verso territori più rassicuranti.
Non è necessariamente un difetto. Dipende da ciò che si cerca ma sulla correttezza delle procedure mediche e sugli escamotage poteva esserci più rispetto, realismo, verità. Lo dico da professionista che vede il proprio lavoro affossato da stereotipi e ignoranza, la serie non restituisce dignità o veridicità a quello che è il lavoro dei professionisti della salute mentale, e l'escamotage dell'eparina è quanto di più scemo possa essere proposto, perché le sacche non si trovano nei pressi della sala operatoria e non puoi stabilire quale userai ma vabbè. Inoltre l'autopsia la rinviene del corpo ed è assurda la pista che il medico volesse assassinare la paziente , con una sostanza rinvenibile tra l'altro. Nell'aula processo inoltre chiunque poteva accedere così, come fosse casa propria e portare le prove.
La scrittura non è brillante: ci sono due buchi di trama che mi hanno dato la sensazione di un'improvvisazione, sia sul colpevole dell'incidente sia sulla figura ambivalente del loro collega. Come se la scrittura fosse a due mani o realizzata in fieri, non predisposta a monte.
Non la consiglio a chi desidera un’analisi profonda della depressione, probabilmente resterà insoddisfatto. Chi invece cerca un drama capace di trasmettere conforto e speranza potrebbe trovarsi perfettamente a proprio agio.
Il cuore della serie, infatti, non è la salute mentale, è un healing romance drama ma con mezzi di fortuna e fortunate coincidenze, che investe più sul potere dell'amore, del rispecchiamento, del mutuo aiuto distraendosi dalla propria condizione, più che sulla cura in sé.
Nella relazione tra i due protagonisti Doctor Slump trova finalmente il proprio equilibrio. La storia d’amore funziona perché occupa spazio. Tanto spazio. Forse quello, tra i tanti visti, che ne hanno di più. Negli ultimi anni molti drama hanno finito per sacrificare la coppia in favore di sottotrame, antagonisti, conflitti familiari o misteri narrativi. Qui accade il contrario. La serie dedica una quantità enorme di tempo ai due protagonisti. Li osserva mentre parlano, mangiano insieme, passeggiano, si sostengono, litigano e si riavvicinano e la genitorialità è positiva, calda, supportiva, non becera e malevola come nel 90% dei lavori visti.
Non c’è la sensazione che la relazione debba superare continuamente ostacoli artificiali per mantenere viva l’attenzione dello spettatore.
Una delle qualità più apprezzabili della scrittura è proprio l’assenza di quei malintesi interminabili che spesso infestano il genere. Jeong-woo e Ha-neul comunicano. Non sempre bene, non sempre nel momento giusto, ma comunicano e lei non è la donnucola in balia dell'uomo di turno: sbaglia, cade, si rialza, comunica, cerca, parla, si apre, è estroversa, espansiva con lui, e questo è un elemento di novità apprezzabile.
Quando iniziano a provare qualcosa l’uno per l’altra, la serie non passa sei episodi a procrastinare che accada.
Quando emerge un problema, cercano di affrontarlo. Quando uno dei due soffre, l’altro è presente. Può sembrare poco ma nel panorama delle commedie romantiche coreane è quasi rivoluzionario.
Park Hyung-sik e Park Shin-hye svolgono un lavoro efficace nel rendere credibile questa dinamica. Non credo che le loro interpretazioni rappresentino il punto più alto delle rispettive carriere. Nessuno dei due offre una performance destinata a entrare nella storia, anzi, lei molto caricaturale a volte, stessa cosa la madre che conosco come ottima attrice in tanti altri lavori. Non sempre mi è arrivata, non sempre ho pensato: "wow che brava", a volte ho pensato "spinge troppo, si vede che recita". Tuttavia il più delle volte FL e ML risultano naturali insieme.
La loro chimica non si basa soltanto sull’attrazione (non vi aspettate exploit passionali alla business proposal), funziona soprattutto nelle scene quotidiane, nei dialoghi apparentemente insignificanti, negli scambi più semplici, nel modo comodo che hanno di stare insieme e che trasmettono allo spettatore. Qui ho avuto chiarissimi i motivi per cui si scelgono, e per cui sin da principio si piacevano.
Ho motivo di credere che queste due persone potrebbero davvero scegliersi nella vita reale.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui il drama continua a coinvolgere anche quando la trama perde mordente, perché la parte più debole della serie è proprio quella che dovrebbe costituire il grande conflitto narrativo. L’arco dedicato a Kyung-min, infatti, rappresenta il principale problema!
L’idea di base non era cattiva. Il suo rancore affonda le radici in un trauma reale, legato alla morte del padre e a responsabilità indirette della famiglia di Jeong-woo. Il tema del dolore trasformato in ossessione avrebbe dotuto generare un antagonista complesso e sfaccettato. Invece il personaggio oscilla continuamente tra ambivalenza psicologica e forzatura narrativa e soprattutto non è chiaro perché debba prendersela con lui e non con la famiglia, il protagonista non è un uomo amato o con una famiglia calda e supportiva alle spalle, che potrebbe rimanere distrutta dalla sua rovina, anzi ... sicché avrei trovato più plausibile che si accanisse con la madre stessa, utilizzando semmai il protagonista per arrivarvi.
La serie sembra voler integrare la parte romance, la parte di cura e quella thriller/ crime senza riuscirci del tutto, emerge una certa dissonanza e i coreani questo lo fanno sempre, non ho ancora capito perché. Integrare bene due parti così diverse, studiarle e svilupparle in modo adeguato comporta un lavoro e un accordo tra professionalità diverse (l'ideale sarebbe impiegare due registi e almeno due sceneggiatori, più qualcuno che supervisioni per dare una stessa struttura, una stessa firma, uno stesso tono) . Non è una cosa semplice e devo dire che viene difficile anche ai grandi registi , immaginiamo a chi fa lavori destinati al grande pubblico, non di settore.
Persino il famoso incidente che coinvolge Ha-neul negli episodi finali, pur generando tensione emotiva, appare come un artificio necessario a spingere ulteriormente la coppia verso una dichiarazione definitiva.
Da quel momento in poi la storia smette sostanzialmente di interessarsi al mistero e torna a concentrarsi su ciò che sa fare meglio: raccontare la guarigione reciproca dei protagonisti.
Ed è qui che la serie ritrova la propria forza, sebbene in versione miracolista, fantasiosa, per nulla realistica, non è una forza spettacolare, bensì gentile.
La serie racconta qualcosa che il genere romantico spesso dimentica: innamorarsi non risolve tutti i problemi, e qui c'è il realismo. Ha-neul continua a convivere con le proprie fragilità, Jeong-woo continua a portare addosso le ferite lasciate dal crollo della sua carriera, nessuno dei due viene magicamente salvato dall’amore e nessuno sacrifica se stesso per quello. L’amore diventa piuttosto uno spazio sicuro all’interno del quale affrontare le proprie difficoltà. Anche il finale segue questa filosofia.
Molti drama coreani costruiscono l’ultimo episodio come una lunga corsa verso il matrimonio. Doctor Slump sceglie una strada diversa. Quando Ha-neul riceve l’opportunità di trascorrere un periodo all’estero, la serie introduce una situazione che, in un racconto più convenzionale, avrebbe facilmente generato una separazione dolorosa. Invece il conflitto viene affrontato con sorprendente maturità. Jeong-woo soffre all’idea della distanza ma riconosce il valore professionale dell’occasione e la incoraggia a seguirla.
È un momento piccolo ma significativo, perché dimostra quanto la relazione sia SANA. Successivamente l’opportunità sfuma e la partenza non avviene realmente, scelta narrativa che alcuni potrebbero considerare troppo comoda, ma che si inserisce perfettamente nel tono generale della serie.
Anche il matrimonio viene trattato in modo particolare. Molti spettatori si aspettavano una grande cerimonia conclusiva. In realtà Doctor Slump preferisce suggerire piuttosto che mostrare. Le immagini prematrimoniali e matrimoniali presenti nell’epilogo confermano il destino della coppia senza trasformarlo nel centro assoluto del racconto.
Una decisione che ha diviso il pubblico, non mi è piaciuta ma ’ho trovata coerente perché la vera conclusione della storia non è il matrimonio ma la guarigione.
È il momento in cui due persone che avevano costruito tutta la propria identità sul successo professionale comprendono finalmente di poter esistere anche al di fuori dei propri risultati.
Doctor Slump non è un capolavoro:
1)La scrittura è discontinua.
2) L’antagonista convince solo a metà.
3) Le interpretazioni non sono memorabili
4) Le sottotrame non sempre mantengono le promesse iniziali.
5) Alcuni temi vengono affrontati in modo più superficiale di quanto meritassero e senza attendibilità o realismo medico.
Eppure, pur con tutti i suoi difetti, sa essere piacevole.
Non cerca continuamente di sorprendere. Non punta sempre sul colpo di scena. Non vive di triangoli amorosi esasperati. Non costruisce conflitti infiniti basati sull’incomunicabilità.
Semplicemente osserva due persone ferite che imparano a stare meglio, grazie alla loro relazione.
Difficile ma possibile.
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Vorrei sottoporvi una riflessione, Doctor Slump ha ricevuto molte critiche e mi ha sorpreso. Non perché le critiche siano prive di fondamento: il drama ha quei limiti evidenti che ho esposto poc'anzi. Quello che mi lascia perplessa è il metro di giudizio utilizzato!
Leggendo recensioni da anni, su moltissimi lavori, ho avuto l'impressione che questo drama sia stato valutato con una severità che raramente vedo applicata ad altri titoli molto più fragili dal punto di vista della scrittura. Mi chiedo quindi cosa il pubblico si aspettasse realmente da questa serie e perché i suoi difetti vengano evidenziati con tanta insistenza, mentre lavori che presentano problemi ben più gravi vengono accolti con un entusiasmo quasi unanime.
Prendiamo ad esempio alcuni dei titoli più celebrati degli ultimi anni. Ho visto assegnare voti altissimi a opere come Lovely Runner, che personalmente considero trainata molto più dal coinvolgimento emotivo del fandom e dalla ship attribuita agli attori che da una sceneggiatura particolarmente solida, dove il tema della disabilità è stato solo accennato. Oppure a produzioni recenti come The Potato Lab o When the Phone Rings, che a mio avviso presentano debolezze narrative non inferiori a quelle di Doctor Slump.
La differenza è che Doctor Slump sembra pagare il fatto di voler parlare di qualcosa. Magari non sempre ci riesce, magari lo fa in modo semplificato ma prova ad affrontare il burnout, la depressione, il fallimento professionale, la perdita dell'identità costruita attorno al successo e il percorso necessario per ricostruirsi.
C'è una volontà di raccontare un'esperienza umana e di sviluppare un discorso che vada oltre la semplice storia d'amore.
Molti drama romantici contemporanei, invece, rinunciano completamente a proporre un contenuto. Si limitano a costruire una relazione accattivante, una buona dose di fan service e qualche colpo di scena emotivo, qualche primo piano di lui sotto la doccia , 20 scene fan service, inquadrature studiate per mostrare baci più spinti di quanti non siano in verità. MA BASTA! Non c'è nulla di male per carità ma fatico a comprendere perché opere di questo tipo vengano celebrate come capolavori mentre un lavoro come Doctor Slump venga giudicato con criteri molto più rigidi.
Per questo motivo il mio voto finale è leggermente più alto di quello che assegnerei normalmente.
Onestamente Doctor Slump è un 7/10. Tuttavia scelgo di attribuirgli un 7,5/10.
Lo faccio perché apprezzo il tentativo di raccontare qualcosa di diverso, perché la storia evita molti artifici narrativi ormai abusati nel genere e perché non sente il bisogno di alimentare continuamente conflitti inutili, incomprensioni costruite a tavolino o separazioni forzate soltanto per allungare la trama.
Non è un drama memorabile. Non è un capolavoro. Ma è più onesto e più coraggioso di quanto una parte della critica sembri riconoscergli. E in un panorama in cui vedo assegnare voti perfetti a opere che spesso vivono soltanto dell'entusiasmo del fandom, questo per me merita almeno mezzo punto in più.
Alla fine della visione non resta l’impressione di aver assistito a una grande storia destinata a entrare nella storia del genere. Resta qualcosa di più modesto ma anche più autentico: la sensazione di aver trascorso del tempo con personaggi che, pur imperfetti, hanno trovato un modo per essere felici.
E forse è proprio questo il motivo per cui, pur riconoscendone tutti i limiti, Doctor Slump riesce a lasciare un ricordo sorprendentemente affettuoso.
Visione rilassante, un vero comfort drama.
La serie contiene una domanda che dà il titolo al lavoro: a che età, esattamente, si sboccia? La risposta, in originale coreano "Moraeedo kkochi pinda" («anche nella sabbia i fiori fioriscono») sostiene l'idea che non esista un'età precisa, una stagione programmata. È il momento in cui qualcuno smette di misurarsi con ciò che avrebbe dovuto essere e comincia a esistere come ciò che è. Kim Baek-doo, il protagonista, ha 32 anni, e pratica, come il padre e i fratelli più grandi il ssireum, la lotta coreana . A differenza di loro però non vince mai, ha alle spalle una famiglia di campioni che lo guarda con l'affetto discreto di chi ha rinunciato ad aspettarsi grandi cose, e un'espressione permanente che oscilla tra il dormiveglia e la tenerezza involontaria. E' l'anti-eroe per eccellenza, quanto di più diverso ci hanno abituato i drama asiatici, e questo è il primo elemento di novità e di freschezza.Il ssireum — la lotta tradizionale coreana su sabbia, patrimonio culturale praticato sin dalla dinastia Joseon e ancora oggi disciplina agonistica con campionati nazionali — non è soltanto lo sfondo della storia ma la sua metafora portante: due corpi che si afferrano, che cercano il baricentro dell'avversario, che cadono o reggono su un terreno che non dà punti d'appoggio stabili.
Per prepararsi fisicamente al ruolo, Jang Dong-yoon ha dovuto mettere 14 kg di massa nel corso di diversi mesi attraverso un allenamento intensivo e una dieta pensata per replicare la corporatura di un lottatore professionista, una scelta che racconta già molto sull'approccio produttivo della serie: non la fisica idealizzata del drama mainstream(vedi Lovely runner con un Byeon Wook seok, risibile nei panni del nuotatore agonistico con il fisico slanciato e snello) , ma una credibilità che passa attraverso il peso specifico dei corpi sulla sabbia. Il risultato visivo e atletico è convincente, ed è uno dei pochi casi in cui la componente sportiva sullo schermo non odora di menzogna poco plausibile.
Kim Jin-woo, il regista, non è un nome che porta in dote un percorso autoriale particolarmente ricco o con uno stile definito, così come Won Yoo-jung alla sceneggiatura costruisce un impianto narrativo che mira alla solidità, non ambisce a spingere senza mezzi per poterlo fare come in altri lavori blasonati, votati più per fandom che per effettiva qualità.
La scelta di ambientare tutto nella cittadina marittima immaginaria di Geosan, un luogo dove il sireum è quasi religione di stato, dove tutti si conoscono, dove il pettegolezzo circola con la velocità del vento tra le risaie, è funzionale a una grammatica narrativa che vuole il villaggio come organismo collettivo, quasi un personaggio che respira e mormora intorno agli eventi principali. L'atmosfera che ne risulta è genuinamente calda, rusticamente accogliente, rilassante: una serie senza sprechi, ambientata in una città di provincia che si rispecchia perfettamente nell'onestà greggia e non rifinita di Kim Baek Du, il protagonista.
Questa qualità: farsi guardare senza fatica, far respirare l'occhio, con un ritmo quotidiano, senza scossoni, senza il ricatto continuo del colpo di scena, senza la manipolazione dello spettatore che tanti drama coreani è diventato quasi caratteristica fondativa, è un merito reale, così come è un merito aver voluto presentare il ssireum a chi segue fuori dai "confini".
COSA HA QUESTA SERIE CHE MERITA ATTENZIONE:
La sceneggiatura MANCA di quell'istinto predatorio che caratterizza una quantità enorme di drama asiatici e non, dove i personaggi esistono fondamentalmente come materiale da consumare al servizio della tensione drammatica. Il meccanismo predatorio costruisce un personaggio abbastanza, quanto basta perché lo spettatore si affezioni, e poi lo si usa, lo si umilia, lo si tormenta, lo fa soffrire per massimizzare la risposta emotiva del pubblico, senza che quella sofferenza serva davvero alla storia o alla crescita del personaggio stesso. È una forma di sfruttamento narrativo che veste i panni del dramma ma che in realtà è semplicemente ricatto: ti faccio soffrire per il personaggio perché così non smetti di guardare, non perché quella sofferenza significhi qualcosa, e dopo aver visto Something in the rain, che è l'apoteosi di questo discorso, la differenza mi è ancora più chiara.
Qui Baek-du viene mostrato nella sua incompiutezza, nella sua storia di aspettative non realizzate, nella solitudine discreta di chi ha deluso una famiglia di campioni ma non viene mai abusato narrativamente per produrre lacrime facili. La sua vulnerabilità è trattata con una specie di rispetto quasi pudico: la sceneggiatura la mostra, la lascia esistere, non la sfrutta. È la differenza tra un autore che vuole bene ai propri personaggi e un autore che li usa come strumenti. Nel primo caso senti che il personaggio ha una vita che precede e supera la storia che lo contiene; nel secondo senti che esiste soltanto in funzione dei picchi emotivi che deve produrre, e che fuori da quei picchi non è niente.
I personaggi trattati con rispetto si depositano da qualche parte e continuano a esistere dopo che lo schermo si è spento, lasciandoti una sensazione di placido tepore.
Il problema principale della serie è strutturale: Fiori nella sabbia, prova a essere contemporaneamente un romance, un crime thriller, uno sports drama e uno slice-of-life rurale, e non riesce a integrare queste quattro anime in un corpo narrativo unico che funzioni in ogni sua parte. Il risultato è una serie che procede per compartimenti stagni, dove lo sport sparisce per episodi interi per poi tornare improvvisamente quando la sceneggiatura ricorda che era parte identitaria della serie, dove l'elemento crime si accumula nei due episodi finali in rivelazioni precipitose che avrebbero avuto bisogno di molto più spazio per sedimentarsi, e dove il romance viene ritardato artificialmente ben oltre la soglia della credibilità narrativa. Baek-doo dichiara i propri sentimenti dopo 2 terzi della serie, e la risposta definitiva arriva sostanzialmente nel settimo minuto finale: lo spettatore sa già dall'episodio tre come andrà a finire, e tuttavia deve percorrere nove ore di trama che lo tengono separato da una conclusione che la serie non ha il coraggio di anticipare. Non è tensione narrativa, è procrastinazione strutturale.
Altro elemento di pregio è la rappresentazione della genitorialità. Nei drama capita spesso di imbattersi in famiglie disfunzionali, genitori emotivamente assenti, padri autoritari, madri ipercontrollanti o relazioni costruite quasi esclusivamente sul conflitto. Fiori nella sabbia sceglie una strada diversa. Pur senza idealizzarle, le famiglie vengono rappresentate come luoghi di sostegno, protezione e responsabilità reciproca. I genitori sbagliano, ma cercano di capire. Si preoccupano, incoraggiano, si mettono in discussione e restano presenti anche quando non hanno tutte le risposte. È una normalità affettiva che raramente trovo nei drama asiatici e che proprio per questo finisce per distinguersi.
In moltissimi drama il protagonista positivo nasce nonostante la famiglia. Qui, invece il protagonista diventa l'uomo che è anche grazie alla famiglia che lo circonda.
La madre lo sostiene senza umiliarlo per i suoi fallimenti. Il padre può essere apparentemente distaccato ma non è una figura tossica. I fratelli lo prendono in giro ma c'è affetto reale. Quando lui vacilla, nessuno lo tratta come un peso o come una delusione.
Questa rete di affetto quotidiano spiega molto del personaggio.
In fondo Baek-du è così fiducioso negli altri, così poco cinico e così capace di amare senza calcolo anche perché è cresciuto in un ambiente che, pur con tutti i suoi difetti, gli ha insegnato che l'amore non è un premio da meritare.
COSA NON HA FUNZIONATO:
L'arco crime è forse l'elemento più deludente della produzione. Non per incompetenza esecutiva ma per un deficit di "concezione" che riguarda il peso dell'assassino all'interno della storia: chi compie i crimini non è per nulla presente nel tessuto narrativo tanto da costituire una rivelazione che, a scopo cliffhanger, risulta un escamotage che alla fine ha poco senso. Il confronto con Mous, serie crime, è impietoso: lì il colpevole esiste, pesa, vive nella storia, e quando la verità emerge ogni scena precedente acquista un secondo strato di senso. Qui, al contrario, la rivelazione produce più una reazione che non dà scossoni emotivi. L'arresto poi non è non mostrato, le conseguenze sulla comunità (che avrebbe dovuto essere sconvolta, lacerata da una verità che la riguarda dall'interno) sono appena accennate, come se la sceneggiatura avesse esaurito il respiro proprio nel momento in cui avrebbe dovuto inspirare più a fondo. Molto deludente.
Anche poco plausibile che questo personaggio, bravissimo nell'interpretazione, venga ricordato così dal nulla dopo 12 ore di ripetere sempre le stesse dinamiche, e si presenti per compiere l'ennesimo misfatto avendo tutto il tempo per consumarlo, ma contentandosi di una chiacchierata intimidatoria. o:O.
Non mi ha convinto.
Altro problema è stato per me il villaggio: Geosan non è soltanto uno sfondo. Per buona parte della serie il villaggio agisce come una sorta di coro comunitario, una presenza collettiva che osserva e filtra gli eventi attraverso pettegolezzi, ricordi condivisi e legami di lunga data. Proprio per questo sorprende che nel finale, quando emergono le verità più importanti, questa voce collettiva si faccia improvvisamente silenziosa.
Oh Du-sik, la protagonista femminile interpretata da Lee Ju-myoung, è l'altro grande incompiuto della serie. Il suo ingresso in scena ha una forza scenografica notevole, una donna che si rifiuta di riconoscere che sono cresciuti insieme, cosa che turba Baek-doo ancora più della serie di morti nel suo paese assopito e il personaggio promette una complessità che però non viene mai pienamente mantenuta. Lee Ju-myoung non è credibile nei panni di una detective sotto copertura decisa a dimostrare il proprio valore, destabilizzata dal senso di altruismo disinteressato di Baek-doo, poi col procedere degli episodi il personaggio tende a essere oscurato dall'ingombro luminoso del protagonista maschile, come se la sceneggiatura avesse investito tutto il suo affetto in un solo personaggio e non avesse avuto abbastanza energia emotiva per sostenere entrambi fino in fondo, o semplicemente è una attrice che deve ancora crescere molto, ho trovato la sua interpretazione appena sufficiente, sicuramente l'anello debole dell'intero cast.
Per Kim Baek-doo invece chapeau: Jang Dong-yoon costruisce qualcosa che è raro nel panorama del drama coreano — un personaggio che non conquista per nessuno degli attributi canonici (non ha una bellezza vistosa, non è ricco, non è geniale, non è potente) ma che conquista perché sembra una persona buona nel senso più semplice e radicale del termine, rare volte ho visto un ragazzo così autenticamente genuino e luminoso. La prima impressione che il personaggio genera è quella di un uomo lento, opaco, forse un po' spento, un ex talento che non ha realizzato le aspettative di nessuno e che si è adagiato su questa consapevolezza senza farne un dramma. Con il procedere degli episodi quella opacità si rivela come la crosta di qualcosa di più luminoso: dolcezza autentica, assenza totale di malizia, intelligenza emotiva di quelle che raramente si incontrano, innate abilità comunicative, a livello emotivo, è trasparente come un vetro. È assolutamente convincente sia come un'anima stanca e smarrita sia come un atleta intenso e concentrato, e questa capacità di abitare contemporaneamente la fragilità e la forza senza che l'una smentisca l'altra è la prova più precisa del talento di Jang Dong-yoon, che per questo ruolo ha trasformato non solo il proprio corpo ma l'intera gamma espressiva. Ed io che lo avevo sottostimato, conoscendolo nel drama : my man is cupid, mi sono dovuta ricredere per la splendida interpretazione, 8 ,5 per lui.
Il personaggio è anche l'incarnazione più riuscita del tema del titolo: un fiore che sboccia tardi, in un terreno che non sembra promettere molto, con una lentezza che chi lo osserva da fuori scambia per fallimento e che invece è semplicemente il suo tempo, il suo ritmo irriducibile (un po' come la ginestra tanto cara a Leopardi). Non esiste un'età giusta per trovare il proprio posto, dice la serie senza dirlo mai, e Baek-doo lo dice semplicemente esistendo sullo schermo con quella sua qualità di presenza calma e persistente. È probabilmente il miglior personaggio della serie, quello che rimane impresso più della trama, più del mistero, più dello sport, più di qualsiasi altra cosa. In una produzione che fatica a tenere insieme i propri fili, lui è il filo che regge.
Fiori nella sabbia è una serie piacevole, onesta, priva di cattiverie e di manipolazioni scadenti, costruita su un protagonista eccezionale che abita una storia soltanto parzialmente all'altezza di lui. Non merita i voti entusiasti che ho letto online, con toni da rivelazione, come sempre il riflesso di un affetto comprensibile per qualcosa che non fa del male, che scalda, che non manipola; e, in un panorama dove la manipolazione è tecnica corrente, quella assenza di tossicità viene scambiata per eccellenza. Non è eccellenza: è decenza narrativa!
La valutazione più onesta è un 7,7 che riconosce il calore, il personaggio, il gesto di raccontare una storia semplice con rispetto per chi la guarda, e insieme registra tutto ciò che la serie non è riuscita a diventare : il crime potente, il romance maturo, il villaggio come coro, la protagonista femminile davvero incisiva. Una buona serie, non una grande serie. Un protagonista straordinario dentro una narrazione che lo contiene a fatica.
Super Me, Super Boh: demoni, sogni & buchi di trama.
Super Me è un film con un concept enorme e delle immagini suggestive, ma scritto in modo incompleto. Non è spazzatura assoluta, però è uno di quei film che sembrano intelligenti perché tengono tutto sospeso; in realtà hanno lasciato metà delle fondamenta non cementate.É il classico esempio di film che scambia la confusione per profondità. Parte da una premessa anche intrigante — un uomo tormentato dagli incubi capace di trascinare nel mondo reale oggetti provenienti dai sogni — ma da lì in avanti deraglia in un completo disastro narrativo. La trama procede per accumulo di eventi sconnessi, introduce elementi enormi e mai davvero spiegati, dai demoni notturni a improbabili teorie sull’umanità superstite di una razza speciale, passando per un insistito psicologismo da due soldi che pretende di dire qualcosa sull’avidità, sul trauma e sull’animo umano senza riuscire a mettere insieme un pensiero che abbia un senso. Non c’è una direzione, non c’è una regola interna, non c’è soprattutto un senso compiuto: si ha costantemente la sensazione che il film stia improvvisando scena dopo scena sperando che l’atmosfera faccia il lavoro che la sceneggiatura non sa fare.
I personaggi, poi, non aiutano : il protagonista è scritto come una vittima passiva trascinata dagli eventi, ma senza il minimo spessore emotivo che permetta di seguirlo davvero nel suo delirio; gli altri entrano ed escono dalla storia come funzioni narrative, fantasmi utili a spingere avanti il caos generale, mai esseri umani con un’identità. La componente sentimentale è abbozzata, i criminali sembrano usciti da un altro film e capitati lì all'improvviso, lo sceneggiatore sul finale non sapendo come ultimare si è scolato un paio di redbull e oki ed ecco spiegato il pasticcio, il misterioso venditore criptico è l’ennesimo espediente messo lì per pronunciare la frase magica “sto sognando” come fosse il mantra illuminante, il Sala Kabula del caso: una formula ripetuta fino allo sfinimento che dovrebbe spalancare significati e invece finisce solo per suonare ridicola.
A peggiorare tutto c’è questa continua volontà di ammantare il nulla con immagini da grande cinema mentale. Super Me vuole evidentemente fare il Nolan orientale: stratificare sogno e realtà, confondere i piani percettivi, lasciare lo spettatore in bilico tra interpretazione psicologica e dimensione fantastica. Il problema è che per fare quel gioco servono rigore e architettura; qui invece c’è solo nebbia. Gli incubi arrivano a ondate, il simbolismo è buttato dentro senza misura, il finale resta sospeso in un’ambiguità di indubbio cattivo gusto che non apre interrogativi ma lascia solo l’impressione di un autore incapace di chiudere il proprio racconto.
Ed è un peccato, perché non tutto sul piano tecnico sarebbe da buttare: la fotografia ha alcuni tagli suggestivi, le luci notturne e certe cromie fredde costruiscono a tratti un’atmosfera interessante, e anche la musica non è del tutto fuoriluogo, molto orecchiabile la canzone della FL. Ma sono rifiniture messe sopra fondamenta marce. Persino gli effetti speciali, che dovrebbero dare corpo al lato visionario, risultano spesso artificiosi, palesemente digitali, con quella patina da computer grafica che toglie spessore e inquietudine a molte sequenze. Invece di immergere nello straniamento, ricordano continuamente allo spettatore di stare guardando un giocattolo finto che sta per rompersi.
Alla fine resta proprio questo: un film pretenzioso che vuole sembrare enigmatico, filosofico e visionario, ma che sotto la superficie non ha abbastanza sostanza per reggersi. Vuole essere Inception, vuole essere thriller psicologico, vuole essere parabola esistenziale; finisce per essere soltanto un confuso collage di idee mal sviluppate. In breve: vuole fare Nolan, ma fa solo No way!

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