Abbattere muri, uccidere bene, restando "fedeli a se stessi".
Dal trailer sembrava l’ennesimo film sulla killer professionista con doppia vita: di giorno madre single, di notte assassina d’élite. Invece Kill Boksoon è molto altro: Byun Sung-hyun non usa la maternità come accessorio, né la figlia come “punto debole” per rendere umana la protagonista. Jae-young è il centro morale del film, la falla in cui la messinscena elegante, violenta e aziendale dei killer smette di funzionare.Al lavoro Bok-soon è una celebre assassina, a casa è una madre single; uccidere è facile, crescere una figlia è la parte difficile. La trama nasce da una contraddizione: si fa la guerra in nome della pace, si preferiscono le bugie alla verità e persino gli assassini collaborano stabilendo regole. L’omicidio non viene normalizzato, viene mostrato come sistema: industria, spettacolo, mercato, disciplina, carriera. L’uccisione è performance, intrattenimento, curriculum, status.
Bok-soon lavora per MK, un’agenzia di killer organizzata come una grande azienda: gerarchie, reputazione, classifiche, contratti. Il paradosso funziona perché l’assassinio viene trattato come professione creativa, spettacolo codificato. I killer non “ammazzano” soltanto: eseguono, interpretano, rispettano un format. La teatralità fumettistica non è un difetto di tono: è la forma stessa del film.
Le scene di combattimento, pur curate, non sono secondo me la parte più interessante. Sono belle, alcune efficaci, ma non rivoluzionarie; si è visto di più raffinato e nervoso in altri prodotti coreani, penso a certe soluzioni di "A Shop for Killer". Qui l’action funziona come grammatica morale: ogni scontro dice cosa si nasconde e quale debolezza si protegge.
Il vero duello è quello tra madre e figlia. Jae-young non è “la bambina messa lì per dare umanità alla killer”. È la coscienza scomoda di Bok-soon, ma non angelica. È adolescente, arrabbiata, chiusa, ferita, capace anche lei di violenza. Vive il proprio orientamento sessuale in un contesto che la fa sentire sbagliata, mentre gli adulti intorno a lei commettono azioni molto più gravi e vengono premiati.
Qui il film trova una delle sue verità più amare: non è il male in sé a essere punito, ma il male che non rispetta le regole del sistema. Jae-young viene trattata come un problema perché desidera qualcuno di scomodo; Bok-soon viene considerata impeccabile perché uccide bene. Orientamento sessuale come deviazione, omicidio certificato da un’agenzia prestigiosa come competenza. Roba da far impallidire LinkedIn.
Ogni conversazione tra Bok-soon e Jae-young sposta qualcosa nella madre. È come se la figlia le restituisse una domanda che il mondo di MK ha rimosso: “sei fedele a te stessa?”. Jae-young non le chiede solo di confessare il proprio lavoro; le chiede di smettere di escludere, di alzare muri. Bok-soon non è terrorizzata dal sangue o dai colleghi che vogliono farla fuori. È terrorizzata dall’essere vista dalla figlia per quello che è: una killer.
Cha Min-gyu capisce tutto questo meglio di chiunque altro. Il suo rapporto con Bok-soon è uno dei nuclei più torbidi del film: mentore, capo, creatore, innamorato, carnefice, possibile padre. Il film non conferma che sia lui il padre biologico di Jae-young, ma semina ambiguità: quando la sorella glielo chiede, lui minimizza, ma sembra più una fuga che una risposta. Il suo modo di entrare nel rapporto madre-figlia non è quello di un estraneo: è troppo intimo, preciso, velenoso. Anche lo sguardo nostalgico verso una coppia di genitori apre un dubbio.
Il finale è più complesso di quanto sembri. Sì, la violenza c’è. Sì, il gesto è crudele. Ma Min-gyu non prova solo a traumatizzare Jae-young: prova ad abbattere l’ultimo muro tra madre e figlia. Non è un liberatore, è un uomo che anche morendo vuole controllare la vita di colei che ama. Capisce che l’ultimo muro da distruggere è quello domestico: la madre che torna a casa e finge di non essere ciò che è.
Se Jae-young vede davvero il video — e il film lo suggerisce con forza — non vede solo “mia madre uccide”. Vede la madre intera: professionista, bugiarda, sopravvissuta, donna che ha vissuto fingendo di proteggerla dalla verità. La battuta finale è inquietante perché non c’è urlo, collasso, melodramma. C’è riconoscimento: freddo, storto, disturbante. Come se Jae-young dicesse: “Adesso so. E non smetto di considerarti mia madre”.
Ma sarebbe ingenuo leggerla come perdono. Il finale scolastico lo dice chiaramente: Jae-young inizia a parlare la lingua della madre, raccogliendone l’ereditarietà simbolica. Non ha semplicemente accettato Bok-soon: ha riconosciuto in lei una grammatica della forza, della minaccia, della vergogna ribaltata. E la sta già usando. Non significa che sia “nata killer”: significa che il film lascia aperta una domanda più dolorosa. Quando un genitore smette di mentire, cosa passa attraverso la verità? Intimità o veleno? Nel loro caso, probabilmente entrambe.
Anche il rapporto disturbato tra Cha Min-gyu e Cha Min-hee partecipa a questa atmosfera malata. Lei non è solo “la sorella cattiva”: è una figura teatrale, isterica, elegante, corrosiva; la sua gelosia verso Bok-soon ha qualcosa di familiare e sessuale insieme. Qui si può leggere una possibile eco di *The Crow*: Top Dollar ha un rapporto apertamente disturbante con Myca, sorellastra e amante. Non è copia-incolla, ma l’eco c’è: potere, desiderio, morte, famiglia deformata.
La scena del massacro al ristorante viene spesso liquidata come assurda perché i killer passano dal convivio all’omicidio. In realtà funziona: tutti vogliono lavorare per MK perché MK dà prestigio, soldi, protezione, status. La lealtà dura finché non arriva un’offerta migliore. Quando Min-hee offre una possibilità di carriera, la comunità si dissolve. Non è incoerenza narrativa, è antropologia cinica: finché si mangia insieme siamo colleghi; appena cambia il prezzo, si diventa predatori.
Visivamente, *Kill Boksoon* è più ragionato di quanto sembri. La fotografia è di Cho Hyung-rae, il montaggio di Kim Sang-bum, le musiche di Kim Hong-jip e Lee Jin-hee. Il color grading distingue Bok-soon madre affettuosa e Bok-soon killer fredda. Il contrasto tra verde e rosso è centrale: il verde rappresenta il modo in cui Bok-soon vuole vedere la figlia, un’immagine proiettata e rassicurante; il rosso è il colore reale di Jae-young, ed è anche il colore di Bok-soon. Nella scena finale, la giacca rossa della ragazza è dichiarazione d’identità: non è la figlia verde che la madre vorrebbe proteggere in una serra emotiva. È rossa, come lei.
La scenografia insiste su questa idea di casa come serra, gabbia, tentativo di controllo. Le piante, la stanza verde, gli interni domestici sono il desiderio di Bok-soon di coltivare una figlia dentro un ambiente controllato. Ma Jae-young non è una pianta ornamentale. Cresce storta, viva, arrabbiata, propria.
Il sound design va nella stessa direzione: i suoni di porte accompagnano la frizione tra madre e figlia, mentre nei momenti in cui mostrano tendenze simili compaiono effetti che richiamano lame o coltelli. Il film non dice solo “si somigliano”: lo fa sentire. Le musiche non cercano l’epica, perché non è un film di eroismo ma di attrito. Sostengono l’eleganza artificiale del mondo dei killer e sanno farsi secche, nervose, ironiche.
La regia di Byun è più ambiziosa che perfetta: a volte il film è troppo pieno, troppo innamorato dei suoi personaggi secondari, con linee più suggestive che compiute. Però preferisco un film che rischia l’eccesso a un prodotto levigato e morto.
Sul piano interpretativo, invece, il film mi ha convinta meno. L’unica vera eccezione è Sul Kyung-gu. Lo avevo già visto in altri lavori e qui ho avuto un momento di esitazione: era davvero lo stesso attore che in *Hyper Knife* interpretava quel neurochirurgo gelido, disturbante, quasi predatorio? Sì, ed è qui che si misura la sua bravura. Sul Kyung-gu cambia temperatura interna: faccia, spazio, sguardo, silenzio. In *Kill Boksoon* ha una calma levigata, un modo di parlare basso che rende ogni frase minacciosa.
A lui, solo a lui, va un 9 pieno. È l’unico che alza la temperatura del cast, portando la media complessiva a un 7,5; agli altri darei un 7 dignitoso, corretto, professionale, ma senza scosse. A Lee Jae-wook darei un 6,5. Nel flashback finale, quando il giovane Min-gyu vede Bok-soon per la prima volta, la sua espressione mi è sembrata troppo calcata, quasi finta. Dovrebbe essere il momento in cui nasce un’ossessione, e invece arriva con un’intensità scolastica. Subito dopo ritroviamo il Min-gyu adulto di Sul Kyung-gu, con tutt’altra padronanza, peso, profondità. Lo scarto è talmente evidente che mi ha quasi fatto ridere.
Il resto del cast è meno memorabile. Jeon Do-yeon è solida e regge il film, ma non mi ha travolta. Bok-soon è scritta meglio di quanto venga incarnata: sulla pagina ha molte fratture — madre, killer, professionista, bugiarda, donna stanca — ma sullo schermo non sempre arrivano con la forza che avrebbero potuto avere. Esom funziona come idea di nevrosi elegante, gelosa e grottesca, ma resta trattenuta.
In generale, Kill Boksoon è più forte per costruzione tematica, regia, simboli e mondo visivo che per grandezza attoriale corale. Gli attori fanno il loro mestiere, nessuno affonda il film, ma pochi lo elevano. In un’opera che lavora su identità doppie, maschere, menzogne e fratture morali, qualche interpretazione più affilata avrebbe potuto renderlo ancora più feroce.
In conclusione, non è un film perfetto, ma è molto meno stupido di quanto sembri a chi lo guarda soltanto come action. È una commedia nera sulla professionalizzazione del male, un melodramma materno travestito da film di killer, una satira sulla meritocrazia criminale e una storia su quanto sia difficile dire la verità quando la bugia era l’unico modo che conoscevi per amare qualcuno. La violenza più importante non è quella che spacca ossa, ma quella che organizza le relazioni: lavoro, segreto, famiglia, desiderio, vergogna, carriera.
Bok-soon può controllare un combattimento e trasformare qualsiasi oggetto in arma. Ma non sa prevedere sua figlia. E quando Jae-young finalmente la guarda davvero, non la assolve: la riconosce.
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The Human Cost of the Signal
With Humint, Ryoo Seung-wan returns to the territory that suits him best, and it shows. The geopolitical thriller shot through with physicality, with the kind of moral pressure that settles into bodies before it ever reaches dialogue, this is his natural habitat, and the film announces it from the very first sequences. The result isn't flawless, but it possesses a quality that's become genuinely hard to find in contemporary spy cinema: it still believes in space. In the weight of environments. In the dramatic value of a door left ajar, a corridor, a face held a second too long. And above all, it believes that action isn't decoration but a form of storytelling which, in 2026, is far from a given.The plot, on paper, is almost classical: a South Korean agent moves through Vladivostok following the trail of a criminal network that crosses drugs, human trafficking, and state intelligence. On the other side there's a North Korean agent, then an ambiguous official, then a woman trapped in the most dangerous role of all that of the informant. Around them, Vladivostok doesn't function as an exotic backdrop, it's not the Russian city dropped in for international flavor but as a moral landscape: a border place, gray, frozen, porous, where everyone watches everyone and no one is ever truly safe. This is where Humint scores its first real point. The city isn't a postcard: it's a hostile surface, full of concrete, hard spaces, corners with no cover. And it's partly from this that the film generates its sustained, almost physical sense of danger.
On the screenplay level, Humint operates on a recognizable mechanism: four main characters, four different ethical trajectories, and at the center the figure of the informant as both narrative and moral detonator. What's interesting is that Ryoo doesn't build the film as a purely strategic chess match but as an accumulation of human debts. The debt to the person who puts themselves on the line for you. The debt to the person you love and put in danger. The debt to the State, which demands obedience and gives back cynicism. In this sense, Humint is less a film about intelligence operations per se than a film about the human cost of intelligence — about that precise moment when people stop being "assets" and go back to being human beings: unmanageable, vulnerable, irreducible to protocol.
The writing, though, doesn't always match the precision of its themes. And it's worth saying so plainly. In the middle section, the film tends to thicken its web of interests, blackmail, chains of command, double-crosses, and lateral moves with a taste for complication that at times slows things down instead of intensifying them. It's not a problem of density , you can follow the threads , but of dramaturgical hierarchy: certain pieces of information arrive with the weight of a revelation, and then produce no real emotional turn; certain subplots seem more functional to keeping the mechanism running than to actually developing the characters. In other words, the film has more energy than synthesis. You feel it. It's no coincidence that part of the critical conversation has praised the film's spectacular ambition while flagging a certain weakness in dramatic substance relative to the action apparatus and that's not an entirely unfair observation.
That said, it would be unfair to stop at the flaw, because Humint constantly recovers ground in the way it stages what it has written. Ryoo Seung-wan understands something elementary and precious: every character has to have their own physical grammar. It's not enough to fight; they have to fight "like him," "like her," according to a rhythm and a posture that tell you who they are. And indeed, this bodily differentiation is one of the film's strongest elements. Manager Zo, whom Jo In-sung plays with an almost elegant restraint, always acts as if trying to keep violence inside a clean, contained line; Park Geon, by contrast, carries a more nervous tension, more intermittent, more exposed to emotional fracture; Hwang brings to the screen an administrative coldness that is itself a threat, with no need to raise his voice; Seon-hwa introduces a vulnerability that isn't passivity but the capacity to choose within the narrowest margin of survival. These aren't just characters: they're vectors of different energy. And when the film stops explaining and simply lets them move, it finally starts to breathe.
The direction is the real center of the film. Ryoo comes from a cinema that knows the pleasure of the gesture, but here he largely avoids pure choreographic display for its own sake. The action sequences land because they're legible, articulated in space, never reduced to accelerated cutting designed to simulate intensity without actually building it. You can tell where you are, who enters from where, who sees what, who risks being cornered, who has the positional advantage. It sounds obvious, but it's almost revolutionary today. Even more interesting is the way the director alternates wider shots and compressed close-ups: on one side, the hostility of the world; on the other, the face as the only real battlefield. This dynamic between geographic openness and emotional constriction gives the film a near-classical elegance. It's no surprise that more than one observer has read Humint as a natural continuation of the path begun with The Berlin File and Escape from Mogadishu: the frame changes, but the same faith in the international thriller as a moral device — not just a spectacular one — remains.
The atmosphere work is very strong as well. The cinematography pushes toward cold, metallic, matte tones without ever making the film visually monotonous .There's an intelligent use of surfaces, empty spaces, and architecture that conveys the sense of a life lived under constant surveillance. Costumes and interiors help suspend the film in a slightly displaced temporality: contemporary, yes, but never ostentatiously dependent on technology. It's a shrewd choice, because it allows Humint to sidestep the risk of becoming a thriller of screens, pings, software interfaces, and digital exposition dumps. Here, intelligence goes back to being, literally, human: bodies, sources, glances, lies, shifting loyalties. This is also why the film, when it works, generates a tension that is more tactile than cerebral.
On the acting front, Zo In-sung carries the film with remarkable presence. He doesn't work through overexpression, and rightly so: his character lives inside guilt, discipline, a reluctance to fail again, and the actor translates all of this into a controlled physicality that occasionally lets a crack show through. Park Jeong-min provides an effective counterpoint, shifting the register toward something more ambiguous and emotional. Park Hae-joon delivers the kind of administrative hardness that always works in spy cinema: evil that doesn't need to raise its voice. Shin Sae-kyeong, finally, had the most delicate task and instead manages to preserve her own opacity, her own concrete fear, her own capacity for decision-making all the way to the end.
Humint is not its director's definitive masterpiece, and anyone looking for a perfectly engineered, airtight, zero-redundancy spy mechanism will find things to complain about. The screenplay has some redundant passages and a middle section that isn't as sharp as the opening promises. But it would be foolish to write it off on those grounds, because the film possesses a concrete, muscular, almost artisanal quality that many far more "orderly" thrillers simply don't. It stumbles occasionally in its own complexity, but when it finds its footing again it hits hard in the direction of the action sequences, in the control of space, in the construction of tension, and in that idea, as beautiful as it is bitter, that behind every piece of intelligence there is always someone who pays the full price.
If a single blunt formula is called for: Humint convinces more as cinema than as screenplay. But since cinema, fortunately, is not only screenplay that's more than enough to make it a robust, adult, imperfect, and genuinely interesting thriller.
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Ambizioso negli effetti, fragile nella sostanza...
Along with gods è un grosso tentativo del cinema coreano di portarsi a livelli americani per quanto riguarda grafica, CGI ed effetti speciali in quanto interamente girato (o quasi) col green screen.l film è visivamente ambizioso e molto orientato agli effetti digitali, ma questa abbondanza di spettacolo a volte annebbia chiarezza narrativa ed emozione. È anche stato un successo commerciale notevole in Corea.
La storia è anche abbastanza originale: combina elementi buddisti con mondi fantastici e giudizi universali funzionali al nullaosta da parte delle divinità giudicanti per reincarnarsi.
I tre protagonisti principali sono dei Guardiani che anche aspettano anch'essi di reincanarsi, sembrano dei cupi mietitori, a parte la ragazza del trio che sembra inserita più per necessità scenografiche che narrative dal momento che il suo personaggio o ripete le parole di altri o riporta quello che vede delle vite passate di chi aspetta giudizio, o serve a risaltare il fisico slanciato di Ju Ji Hoon, che in questo film sfodera tutta la sua pungente ironia risultando il personaggio più comico in assoluto.
Il vero protagonista però è Ha Jung-woo, lui ha il "peso narrativo" maggiore e detiene più tempo sullo schermo.
Aspetti tecnici: Kim Yong-hwa, il regista, concepisce il film come una grande macchina visiva. la regia privilegia set digitali e scenografie immaginarie che trasformano il concetto tradizionale di “aldilà” in una serie di "tableaux" spettacolari. I critici sottolineano che il regista sfrutta senza risparmio le possibilità del CGI, costruendo scene di forte impatto sensoriale, volte con esiti di sicuro pregio visivo, altre volte ho avuto l’effetto di un sovraccarico (overload sensoriale) con accavallamento di scene con poca fluidità tra un frame e un altro. Questa scelta di investire tutto sul digitale a discapito della storia mi ha fatto perdere il focus sui momenti “umani”.
Vi è abbondante ricchezza di immagini ed effetti digitali al servizio di una fantasia visiva tuttavia il film è talvolta troppo dipendente dal greenscreen, con compositing che in certi momenti appare meno raffinato e rende la profondità di campo e l’integrazione soggetto-ambiente meno convincenti. In parole povere: effetti spesso ottimi, ma con alcune cadute tecniche visibili.
La fotografia rende scenicamente con bruschi cambi di colore i "due mondi", operando contrasti netti tra “mondo umano” e “mondo dell’aldilà”: la palette cromatica cambia drasticamente, la luce diventa più artificiale e teatrale nei regni ultraterreni. Apprezzabile la ricerca dell’immagine epica e la cura dei dettagli scenografici (costumi, creature, architetture ispirate ai dipinti buddhisti), che conferiscono coerenza visiva all’universo ma a me personalmente non hanno convinto.
Si percepiscono ampie parti girate su set con schermi e successivo keying; lo stile cromatico è fortemente manipolato in post-produzione (saturazione, glow, filtri atmosferici) per ottenere l’effetto “mistico” — scelta efficace sul piano estetico, meno sulle micro-interazioni di luce/ombra tra attori e background.
Tecnicamente il film è serrato nelle scene d’azione e nelle transizioni tra tribunali/tribolazioni ma la durata e la densità di contenuti (molte sottotrame e molti salti temporali) portano a un ritmo che i critici definiscono a tratti sovraccarico e dispersivo. Questo influisce sulla capacità emotiva delle scene più intime, perché il montaggio privilegia il movimento e la sorpresa visiva rispetto alla lenta costruzione drammatica.
La colonna sonora non l'ho completamente notata. Mi sembra per lo più strumentale ma il fatto che non si percepisca la dice lunga sulla sua "memorabilità".
Al cast (Ha Jung-woo, Cha Tae-hyun, Ju Ji-hoon ecc.) va un grande elogio per la professionalità: gli attori reggono bene la scena anche quando devono recitare in ampie porzioni su set virtuali, mantenendo presenza fisica e reattività emotiva. L’abilità dell’attore diventa cruciale proprio perché la tecnologia richiede che la recitazione “funzioni” senza il supporto di un ambiente tangibile.
Sceneggiatura e coerenza narrativa (come influenza la tecnica): la trama (molte prove, salti temporali, retroscena multipli) è stratificata, mettendo alla prova la chiarezza espositiva, quando la narrazione si fa contorta, gli aspetti tecnici — montaggio, VFX, colonna — non sempre riescono a sostenere o a chiarire il senso degli eventi. Questo è il motivo per cui percepisco una certa evaporazione del “peso emotivo” in favore dell’effetto visivo.
Sintesi
Punti di forza tecnici: produzione ambiziosa; VFX e scenografia che dimostrano capacità industriale e creativa; fotografia curata; cast capace di adattarsi a riprese fortemente digitali.
Limiti tecnici: dipendenza dal greenscreen che mostra alcune imprecisioni di compositing; montaggio e sovrabbondanza narrativa che talvolta neutralizzano l’impatto emotivo; colonna sonora impercettibile.
In conclusione, il film funziona come dimostrazione di come una produzione coreana su larga scala riesca a reggere sequenze di fantasia estese; la regia usa in modo sistematico carrellate digitali, compositing e grandi set virtuali per passare rapidamente da “tribunale dell’aldilà” a paesaggi catastrofici ma la storia è debole e i costumi, anche se ho letto ispirarsi a dipinti buddisti, nella resa mi ricordano vagamente come qualità ed effetto finale un grottesco ritorno ai film natalizi di Lamberto Bava (Desideria, Fantaghirò, Sorellina...).
Se stai cercando un esempio di cinema coreano che spinga in avanti capacità di produzione, design e VFX su scala epica, "Along with the Gods The Two Worlds" è un caso di studio interessante: dimostra cosa succede quando l’industria mette soldi, tecnologia e immaginazione insieme. Se invece cerchi equilibrio tra spettacolo e nitida profondità emotiva o narrativa, il film sacrifica la seconda al primo.
Se poi sei cresciuto con i fantasy di Hollywood e il mondo Marvel, questo tentativo ti sembrerà goffo e maldestro in alcune scene.
In termini strettamente tecnici è un film altamente ambizioso ma con resa non sempre all'altezza delle intenzioni che (penso) si erano proposti.
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Quando l'horror si fa (solo) rituale
Sceneggiatura molto interessante : 8,5; Regia:7,5; Scenografia: 7,5.Horror coreano del 2024 con una storia molto interessante, ricca di significati, messaggi e simbolismi.
Il voto della giuria critica è di 7,6 secondo Rotten Tomatoes quindi nella mia valutazione, non da critico, mi sento generosa.
Sebbene sia un horror "riflessivo", capace di farti riflettere sugli orrori delle guerre e delle sopraffazioni, prendendo spunto dall'occupazione giapponese, il problema è che non fa paura. Non è la prima volta che vedo qualcosa di coreano che vorrebbe terrorizzare ma non ci riesce , almeno personalmente e se leggo altre recensioni riscontro lo stesso problema.
Il film esplora profondamente il sincretismo tra sciamanesimo, feng shui, geomanzia (pungsu), cristianesimo e superstizione, offrendo una riflessione sul trauma generazionale e l’eredità della colonizzazione giapponese
Il film parte come ghost story (una sciamana e il suo assistente vengono ingaggiati da un americano di origini coreane per "liberare" il figlio neonato da influssi malvagi) per diventare un delirio mistico collettivo sul finale, con una forte componente simbolica .
Il lavoro ha ricevuto un apprezzamento molto positivo presso l'Asian Film Awards 2025, vincitore per Best Costume Design e Best Visual Effects, mentre il regista e Kim Go Eun, sono stati pluripremiati dal Baeksang Arts Awards 2024,
Analogamente secondo il Blue Dragon Film Awards 2024: Migliore regia, Migliore Cinematografia e Luci, Migliore Direzione artistica e Migliore attrice.
Per quel che mi riguarda, obiettivamente, ho riscontrato i seguenti punti di forza e le seguenti criticità:
Un cast di alto livello (Kim Go‑eun, Choi Min‑sik, Yoo Hae‑jin), con un'estetica piuttosto ricercata e un'atmosfera densa di folklore coreano, i rituali mi sono sembrati realistici e molto coreografici, con buoni effetti scenici, presenza di un forte simbolismo dei messaggi lanciati allo spettatore che lo rendono un film interessante, con un senso e una storia.
D'altro canto l'ho trovato lento, specialmente all'inizio, il tema dell'esorcismo ripetuto e sovraccarico, scene eccessivamente scure, musiche non proprio di altissimo livello che non aiutano a creare un atmosfera terrificante, effetti sonori un po' troppo calcati e finti, interpretazioni disomogenee per livello (Lee do hyun non regge il confronto con Kim go eun, stessa cosa per l'aiutante del geomante e qualche altra comparsa), CGI non sempre di livello (le volpi che da vicino erano palesemente create al pc), potenziale come horror sprecato, nel senso che in poche sequenze mi ha davvero impressionato ma non mi ha mai davvero spaventata.
La color correction tende al seppia-grigio-verde, con pochi contrasti netti: una scelta che in alcuni casi appiattisce le immagini e la tensione visiva.
Interpretazioni: Choi Min-si, qui interpreta il geomante, un ruolo carismatico ma non pienamente sfruttato. Memorabile in Oldboy, qui mi è parso più contenuto, quasi sottotono.
Kim Go-eun, intensa ma anche lei un po' sottotono, più emotivamente espressiva in altri suoi lavori.
Yoo Hae-ji, la sua presenza mi è apparsa poco significativa rispetto al resto del cast.
Lee Do-hyun, confermo sia un giovane attore promettente ma ha mostrato più presenza fisica che emotiva. In drama come The Glory o la Pessima Madre Ideale mi ha convinto di più.
Regia
Diretto da Jang Jae-hyun, è un horror rituale che intreccia paura, spiritualità e storia. La regia costruisce tensione lentamente, con inquadrature statiche, lentissime nei rituali, i suoni sciamanici che diventano strumenti narrativi. La camera è lenta con accelerazioni improvvise quando lo spirito emerge, la macchina accelera e si muove bruscamente, per creare un contrasto emotivo forte. Nei rituali la ripresa è lenta e ipnotica, quasi meditativa.
C'è spesso un uso del fuori campo, spesso ciò che è più spaventoso non viene mostrato subito: rumori, ombre e sguardi degli attori fanno intuire la presenza.
I colori sono freddi e spenti nelle scene notturne e caldi dopo la liberazione del male.
A livello visivo Jang non punta sullo "spettacolare" ma su una regia rituale, lenta, geometrica e simbolica, che trasforma le riprese stesse in un’estensione del gut sciamanico. Il risultato è un film che “ipnotizza” più che spaventare, facendo vivere allo spettatore il senso di oppressione e liberazione.
I protagonisti agiscono come un gruppo rituale, ognuno con un ruolo tecnico e spirituale, senza un eroe solitario.
L’atmosfera nasce dal contrasto fra modernità (ville, cliniche) e tradizione (cimiteri, tombe, monti).
La figura del samurai gigante è simbolo del colonialismo giapponese. La sua altezza esagerata esprime oppressione storica e male sovrannaturale. La fotografia insiste su terra, fango e sangue, rafforzando la fisicità del rituale.
Il ritmo segue fasi precise: diagnosi, preparazione, esumazione, conflitto e purificazione, come in un gut sciamanico.
Jang unisce horror, storia e filosofia dei cinque elementi. Personalmente avrei osato di più.
Il suo forte è il Simbolismo!
Il film "Exhuma" (2024) è intriso di simbolismi profondi, fortemente radicati nella tradizione religiosa, esoterica e storica coreana, con elementi che riflettono trauma generazionale, ritualità ancestrale, relazioni tra vivi e morti, e le tensioni tra modernità e tradizione.
La riesumazione: simbolo chiave del film, rappresenta non solo l'atto fisico di riportare alla luce un corpo ma anche il dissotterramento di memorie familiari represse, di colpe ancestrali, di forze oscure sepolte dal tempo.
Nel contesto culturale coreano, spostare una tomba diventa metafora della rottura dell’equilibrio tra vivi e morti.
La pratica del geomante (interpreto da Choi Min-sik) rappresenta il connubio tra natura, spiritualità e destino umano. Il sito della sepoltura è una fonte di sventura.
Il Gut (rituale sciamanico coreano) simboleggia la memoria collettiva e spirituale del popolo coreano. I suoi canti, i tamburi, le danze, incarnano resistenza culturale contro la secolarizzazione.
Il serpente col volto umano che si vede potrebbe rappresentare il maleficio ancestrale, qualcosa che cambia pelle ma rimane sempre profondamente perverso nei suoi bassi istinti ma anche l'esito mostruoso dell'arroganza del rituale.
Il contrasto (e talvolta la sovrapposizione) tra i simboli cristiani (croci, Bibbia, preghiere) e quelli sciamanici (candele rituali, corde sacre, tamburi) suggerisce un conflitto tra fede importata e spiritualità indigena, l'impossibilità di risolvere il male attraverso una sola lente teologica, il bisogno di un sapere composito, ibrido, per affrontare il trauma, o semplicemente un confronto, un accostamento.
Il trauma storico (colonialismo giapponese),senza essere esplicito, allude a eventi traumatici della Corea, la tomba maledetta richiama il tema della sottomissione forzata, della vendetta, della storia sepolta.
Lo spirito che perseguita è una ferita collettiva non rimarginata, come la memoria della colonizzazione, della guerra, e della povertà trasmessa tra generazioni.
La katana animata (tsukumogami) è un'arma trasformata in spirito vendicativo, simbolo di aggressione perpetua, la cui liberazione ristabilisce l'energia vitale e identitaria , superando, simbolicamente, il vincolo storico generazionale.
La figura del samurai gigante in Exhuma (attenzione che chi lo interpreta è un attore realmente alto 220 cm) è così alta per motivi simbolici, narrativi e spirituali. Non è un semplice effetto horror, la sua altezza veicola diversi significati profondi: la forza brutale e soverchiante dell’occupazione giapponese in Corea (1910–1945). La sua altezza esagerata simboleggia l'imponenza schiacciante del potere coloniale. L’idea che il trauma della storia sia "più grande" dell’uomo comune, al punto da essere ancora oggi “intoccabile”. Una presenza sovrastante e invasiva anche nella morte, quel corpo non riposa, ma domina il territorio spiritualmente e fisicamente.
Non è più un uomo, ma un “tsukumogami” (spirito-arma animato) fuso con una katana maledetta.
Il suo corpo enorme è il risultato di secoli di odio, dolore e maledizione: un corpo spirituale "gonfiato" da rabbia e desiderio di dominio.
Come accade nei miti giapponesi e coreani, le entità maligne crescono a dismisura quando non sono state esorcizzate o onorate.
L’attore che ha dato vita fisicamente a questo personaggio è Kim Byung‑Oh, un ex giocatore di basket alto circa 220 cm
Inoltre, la sua performance vocale inquietante è stata affidata al celebre doppiatore giapponese Rikiya Koyama, rendendo la presenza del guerriero ancor più intensa e memorabile, questo approccio “ibrido” tra un attore d’aspetto enorme accompagnato da una voce distintiva, ha amplificato la potenza visiva ed emotiva del personaggio, rendendolo una figura davvero suggestiva e quasi iconica.
Fate attenzione inoltre al numero delle targhe nelle auto di questo film, in verità sono date care ai coreani.
Se volete approfondire: https://mydrama.altervista.org/meaning-in-motion/exhuma-e-il-sam-iljeol/ .
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Si corre .... tra ambizioni narrative e povertà sostanziali
Serie tv di tipo arthouse (indie) del 2021, genere coming of a age (racconto di formazione)/ slice of life (spaccato di vita) e self healing che vanta un folto cast di attori con palmares di tutto rispetto: Im Si Wan è uno degli attori di squid game 2 e 3, summer strike e ha ricevuto da poco un premio per Boyhood 2024. Lei è la FL del Re e la Spia; Sooyoung è una cantante e attrice sudcoreana, ex membro delle Girls' Generation; Kang Tae-oh è stato il ML di Avvocata Woo, Potato Lab e figura anche nel cast di Doom at you service.A parte loro figurano anche altri attori di un certo spessore, tra cui Kim Seon-ho con un cameo nell'ultimo episodio.
Nonostante l'impiego di un cast di comprovata fama le interpretazioni sono state più che sufficienti ma niente di memorabile o all'altezza delle loro reali possibilità, specialmente per il personaggio principale (che mi dicono essere bravissimo), il quale ha mostrato poca variabilità emotiva, risultando rigido e con pochi spazi di libertà.
Il lavoro parla della maturazione e realizzazione professionale di alcuni ragazzi e tratta tematiche come il nonnnismo nell'atletica, gestione delle dinamiche famigliari, il mondo dello sport e delle agenzie degli idol, quello del cinema e dell'interpretariato. Non ci sono grossi drammi o tragedie, è più un percorso di formazione , riscoperta e riallineamento ai propri obiettivi e valori di vita.
C'è l'abusatissimo tropo del genitore "piovra" che considera i figli come protesi di se stesso e usa la famiglia per sostenere la carriera, pertanto scoraggia relazioni tra ceti sociali differenti imponendo matrimoni.
Il lavoro è piuttosto gradevole, si segue con difficoltà per via dei vergognosi dialoghi non revisionati e non adattati (grazie netflix!) e timing sottotitoli scadente, è noioso a tratti, non ha un ritmo, lo definirei lento.
Non è un romance anche se ci sono delle storie d'amore, tutto si concentra sulla carriera e sul superamento dei propri limiti personali.
Il protagonista principale, l'atleta Ki Seon gyeom, è un uomo apparentemente eccentrico e sui generis ma in realtà soffre di una profonda forma di alienazione personale, legata al dover corrispondere alle elevatissime aspettative genitoriali e varie forme di incuria emotiva, lasciato solo e abbandonato a se stesso è abituato a prendersi cura degli altri, trascurando se stesso, ignora i propri bisogni e le proprie necessità. Quando un compagno di squadra viene ripetutamente picchiato dai compagni scatta in lui una profonda crisi personale che lo costringe e rivalutare la sua stessa esistenza e i propri bisogni. Verrà accompagnato nel suo percorso di riscoperta da una traduttrice in bolletta che ha buone abilità interpersonali e riuscirà a indirizzarlo bene, sembra una storia d'amore, e in effetti c'è, ma visti dall'esterno questi due mi hanno ricordato un rapporto asimmetrico madre- figlio; lei è più una figura materna vicaria che una donna desiderabile per lui. Lei lo considera un bambino e glielo dirà spesso. Pochissime le interazioni fisiche (un bacio) e poca chimica tra di loro.
Run-on è un dramma che è stato decantato spesso per i suoi dialoghi ma ....personalmente li ho trovati pseudo filosofici e privi di sostanza (a parte un paio di frasi), non hanno lasciato segni dentro di me né mi hanno portato ad avviare riflessioni profonde.
Paradossalmente si parla del mondo dei traduttori e sottotitolatori di film e la traduzione di questo lavoro è pessima, priva di adattamento e con timing sballato , assurdo! LOL
Ci sono delle inesattezze quando viene costruito il set e lei non sembra un'interprete ma più un'assistente alla regia. Si parla di film ma i dialoghi sul cinema sono limitati a poche riflessioni, non bene spiegate tra l'altro. Si parla di arte ma non viene approfondito alcun senso sui significati e significanti del linguaggio pittorico.
Si parla di tante cose senza svilupparne adeguatamente nessuna, si toccano solo alcuni temi interessanti che potevano rendere questo drama un vero "arthouse" ma risulta essere incompleto e confuso.
É un drama delicato (approssimativo) e introspettivo ma senza spessore perché:
- è eccessivamente riflessivo, con lunghi dialoghi pseudo filosofici che rallentano l’azione; poco dinamico per il tema sportivo, si parla di corsa ma il ritmo narrativo si muove a malapena (LOL). Inutilmente contemplativo (di cosa poi).
- dialoghi forzatamente profondi o "pseudo-intellettuali", poco naturali e alcuni hanno davvero poco senso nel progresso delle relazioni, e non vengono sviluppati alcuni punti cruciali (la relazione tra il pittore e Seo Dan -ah non si capisce perché si sviluppa, qual è il collante, cosa vede lei nei suoi quadri "vedo te, vedo il tempo che ci dedichi".... in che modo questo dovrebbe scuotermi o colpirmi).
- manca di un vero conflitto centrale che faccia da motore alla storia e si affida troppo a interazioni quotidiane e leggere, che risultano poco coinvolgenti; i conflitti secondari poco sviluppati, anche a livello emotivo e spesso si risolvono troppo in fretta o dal nulla viene mostrata la vita di queste persone dopo la loro risoluzione, il personaggio di Wo-sik poco sviluppato nel suo tormento interiore e nella conseguente riconquista del successo, stessa cosa il rapporto tra Da- An e il pittore, o la sua famiglia.
- finale tiepidissimo, privo di impatto e sottotono per le storie d'amore che si erano sviluppate;
- musica basic, lenta e lagnosa, in pendant con il drama;
- regia e montaggio statici, con frequente uso di elissi e flashback inseriti un po' a caso.
Premio la fotografia , le scene all'aperto hanno un color grading interessante che fa respirare l'occhio, soprattutto le riprese dall'alto dei moli sul mare.
In conclusione, Run On è stato da molti apprezzato per la sua atmosfera pacata, i dialoghi introspettivi e l'attenzione alla crescita personale, ma personalmente l'ho trovato lento, eccessivamente verboso e inutilmente prolisso, con poca tensione drammatica e una gestione discontinua delle sottotrame secondarie.
Le evoluzioni ci sono ma non sono giustificate dal percorso che si vede, non basta scrivere un diario in cui annoti quello che fai o una donna che crede in te per guarire, nei confronti della quale poi sviluppi attaccamento materno scambiandolo per sentimento.
Nonostante una bella fotografia, il ritmo registico e il montaggio sono statici. Niente di “cinematografico” o innovativo come si trova in altri k-drama più recenti.
Vi avviso , dato che nessuno lo ha capito, che il personaggio principale ha un disagio psicologico molto marcato quindi consideratelo come un bambino che impara a muoversi nel mondo.
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A Handbook of Fake Emotions for Confused Teenagers
A story that aims to be moving… but failsThe film follows the usual tropes of the romantic teen drama: two young protagonists slowly grow closer through small everyday moments, meaningful silences, and a shared diary meant to serve as an emotional catalyst. Sadly, the screenplay is far too formulaic and lacks originality, recycling every possible cliché from Japanese school dramas: the shy yet deep boy, the cheerful girl hiding emotional wounds, rain during dramatic moments, and love confessions written instead of spoken aloud.
The film desperately tries to be intense and poetic, but lacks both psychological depth and the narrative courage to explore real emotional complexity. The result is an atmosphere that wants to be artistic but ends up feeling artificial — almost like a parody of a “sensitive Japanese drama.”
Strengths: clean aesthetics and a delicate tone
To its credit, the cinematography is well-composed, with soft lighting, carefully framed shots, and an intimate, natural look. The soundtrack, subtle and well-matched, supports the scenes without overpowering them. The chemistry between the two leads, while not electric, has a quiet charm. Their performances aren't groundbreaking, but there’s an honest simplicity in their gestures and expressions. Overall, the film is never unpleasant, and might appeal to very young audiences or those looking for something light and inoffensive.
Weaknesses: weak plot, prefab emotions, flat pacing
The main issues lie in the inconsistent storyline and shallow, uninspired dialogue. Everything is treated with an overly serious tone that isn’t backed by real substance. It’s as if the film wants to be profound without actually having anything profound to say. The pacing is extremely slow, and instead of building tension or emotion, it often drags. Supporting characters are forgettable, and even the central romantic arc lacks natural progression or meaningful conflict.
When drama does appear, it feels forced, as if inserted out of obligation rather than growing organically from the characters. The ending offers a neat resolution but with no real emotional payoff ,it simply arrives, more out of narrative fatigue than climax.
Conclusion
"Our Secret Diary" tries hard to be moving and poetic, but gets lost in its own aesthetic ambitions and emotional shallowness. Rather than a secret diary, it feels more like a notebook filled with generic inspirational quotes. Pretty to look at, sometimes sweet, but ultimately forgettable and empty beneath the surface.
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Una boccata d'aria fresca ma...
Scenografia: 8 Sceneggiatura:5 Regia: 6Les Belles (in mandarino 《怎敌她千娇百媚), titolo originalo "Come posso competere con la sua bellezza fascinosa", è basato su una sceneggiatura originale interna alla produzione stessa.
La protagonista è Luo Ling Yu, una nobile figlia di un Prefetto caduto in guerra che scappa dai parenti avidi che la "vendono"in matrimonio ad un mercante imperiale, si rifugia presso dei parenti, dove incontra Lu Yun, il terzo figlio della famiglia Lu, iniziando una spumeggiante storia tra malintesi e pregiudizi.
L'opera è molto breve e leggera, da qui il mio titolo, perfetta come pausa dalla visione di lavori più impegnativi, accostatevi però al lavoro senza pretese.
Pur essendo a sfondo storico le dinamiche sono molto moderne, i lignaggi diversi non impediscono matrimoni imperiali, le donne possono recarsi in guerra dai loro fidanzati (non ufficiali) ed essere ospitati negli accampamenti, donne che prendono l'iniziativa fisica, interazioni molto maliziose e provocanti e dialoghi piuttosto spinti per l'epoca. Il ritmo è sostenuto, la serie è molto breve per essere una serie cinese, solo 26 episodi che sospetto dovessero essere di più perché ci sono dei passaggi molto bruschi e qualche "falla" a livello logico , come se fosse accaduto qualcosa per giustificare una mancata reazione dei personaggi (esempio principe vs attendente di Lu Yun).
É un'opera semplice, senza pretese, e priva di colpi di scena o recitazioni incisive o intense.
Tuttavia apprezzo che sia dalla parte delle donne, nessuna donna è servile e vive per un uomo (da qui il titolo Les Belles, in senso figurato) , ognuno prova a tracciare per se percorsi diversi, specialmente la resiliente e brillante protagonista, che è decisa a scegliersi un marito e a conquistarlo, è decisa poi a farcela da sola e a trovare strade nuove per raggiungere i propri obiettivi, è audace, intrepida, non si abbatte e trova sempre nuove soluzioni ai problemi.
Mi è piaciuta molto la dinamica pregiudiziale al principio tra i due e l'inversione dei ruoli, questo battibeccare in perfetto stile "tenzone" tra i due protagonisti. Ho apprezzato che le protagoniste in quest'opera siano le donne.
La protagonista è un po' antipatica perché smorfiosetta nei primi episodi però apprezzo che non sia servile e confusa sui propri sentimenti.
Avrebbe potuto essere un'opera da 8 tuttavia alcune falle logiche, buchi di trama, inserimento di elementi drammatici e di intrigo non ben congegnati, interpretazioni leggere e regia con poche soluzioni la penalizzano portando l'opera alla sufficienza.
Regia: non ho visto molte soluzioni di ripresa, la regista ha sicuramente un occhio per l’ “eye candy”, valorizzando la bellezza di Lin Yun e Fang Yilun con inquadrature che amplificano la loro presenza estetica.
La regia è incalzante, più comica che romantica, con scene rapide e vivaci e utilizzo di stacchi che personalmente a me non hanno fatto impazzire perché erano troppo veloci e interrompevano il ritmo della scena corrente.
La regia calibra i momenti di “political intrigue” e sequenze comiche o slapstick, mantenendo sempre un tono leggero.
Coreografie dinamiche: i combattimenti sono eccessivamente coreografici, quasi barocchi, calcati e troppo scenici, forse l'intento è di divertire e intrattenere ma personalmente ho trovato la cosa molto poco coinvolgente perché mi sapeva di eccessivamente finto.
Tempi comici: le gag sono ben piazzate, la regia mantiene la comicità senza accelerare troppo o diventare ripetitiva .
Sceneggiatura: Dialoghi spesso incentrati sul futuro e la condizione delle donne portano avanti dei messaggi positivi, spunto di riflessione sin da principio. La storia è semplice ma quando prova a diventare un po' più complessa e articolata ci sono delle falle e delle risoluzioni improvvise che sembrano quasi improvvisate. Dal 20 in poi la serie cambia tono diventando drammatica, col tema della guerra ma questo viene fatto con troppa leggerezza, senza intensità, e soluzioni un po' estreme che gli attori non hanno gestito bene a livello di interpretazione. Non si capisce poi come scoprono dettagli sul nemico alla fine (tipo chi guidava le truppe a Beichu, si sente urlare il nome quando lui scopre che ha rapito qualcuno e allora se lo sapevi perché non sorvegliavi?) . Una scrittura che risente moltissimo di manchevoli approfondimenti e di una linearità logica, di una coerenza che manca che sfugge subito ad un attento osservatore.
Troppi narrativi ripetuti e ridondanti rivelano una povertà di idee.
Interpretazione: purtroppo è uno dei punti deboli di questo lavoro, Alen Fang molto espressivo e bravissimo nelle scene di gelosia o in cui si va prendendo di lei, mostra qualche caduta dopo l'episodio 20, non mostrandosi sempre puntuale nella recitazione, inoltre hanno girato delle scene pietosissime dove aspettano a baciarsi perché sanno che deve irrompere qualcuno nella stanza, dando alla scena una resa da livello amatoriale, davvero basso. Stessa cosa nel frame finale, devono baciarsi chiudendo le porte e si avvicinano ma si vede che attendono la chiusura delle porte rimanendo per 3 secondi col collo piegato senza avvicinarsi perché non volevano in verità baciarsi o avevano ricevuto altre indicazioni, ma la scena andava rifatta in questo caso. Hanno rovinato un finale.
Premio un villain che è stato abbastanza bravo a rappresentare tormento e solitudine interiore. Il mio Voto per lui è 7.É stato quello più continuo seppur abbia poche scene.
Nonostante tutti questi difetti riscontrati la visione è stata leggera e piacevole , l'ho finito in pochi giorni e per la sua semplicità si presta al rewatch, perché non appesantisce ed evoca una sensazione di tepore e comfort che ho molto apprezzato.
Baci frequenti MA molto stitici, girati maluccio. La protagonista seppur sia molto bella era l'anello debole di dream of splendor e constato che anche qui non ha brillato, perfetta nelle parti smorfiose e spensierate, poco convincente quando doveva mostrare serietà e intensità. Il suo modo di baciare è davvero pessimo, penalizzando la chimica col protagonista.
Bravine le altre attrici non protagoniste, bravo ed espressivo Charles Lin, sebbene manchi ancora di quel quid che possa assicurargli un ruolo da protagonista.
I bambini , specie la sorella piccola, ha recitato maluccio ,seppur il personaggio sia adorabile e mai fastidioso.
Scenografia: è il punto forte di questo lavoro che investe moltissimo sull'estetica visiva, le riprese, i colori , tutto fa "respirare l'occhio", regalando un' aria spensierata, sognante e un'atmosfera morbida, ovattata.
Colori pastello delicati: predominano rosa cipria, azzurro sbiadito, verde menta, giallo pallido, tonalità morbide e armoniose che evocano un’atmosfera eterea.
Motivi floreali e farfalle: fiori, petali e farfalle svolazzanti arricchiscono lo sfondo, conferendo un senso di leggerezza e grazia che richiama le decorazioni naturali tipiche dell’Art Nouveau.
I panneggi ampi dei costumi, delle braccia aperte della protagonista, le linee curvilinee delle vesti richiamano il celebre "whiplash" dell’Art Nouveau, esaltando eleganza e flusso naturale .
I protagonisti sono spesso posti in posizioni non speculari ma bilanciate da elementi come lanterne, giardini,la loro asimmetria dona dinamicità pur mantenendo armonia visiva.
Gli abiti sono ispirati alla tradizione cinese antica (guzhuang), ma reinventati: drappeggi ampi, ricami raffinati, stoffe eteree. Sono romantiche, idealizzate, e prive delle rigidità storiche.
Palazzi, ponti, padiglioni , giardini, "gazebo" creano un’ambientazione nostalgica (quasi fiabesca), rievocando scenari di un epoca sospesa nel tempo.
A livello di colori ci sono chiari riferimenti all’Art Nouveau l’insieme di colori tenui, linee curve, motivi floreali, eleganza femminile e composizioni asimmetriche rimandano a uno stile grafico che mi ha ricordato Mucha, Toulouse‑Lautrec e Chéret . La tradizione cinese qui è stata “rivista” attraverso un’estetica nostalgica ricca di grazia.
Finale: positivo ma tirato troppo per le lunghe con un escamotage banalotto, qualche caduta sulla scena finale, in uno degli ultimi frame, attenzionate la chiusura delle porte della barca.... .
Premio moltissimo la brevità dell'opera, speriamo che nel futuro molte produzioni vi si adeguino quando non c'è una storia da raccontare, evitando lungaggini inutili o sottotrame inutilmente tragiche o imbarazzanti e chiusure frettolose regalando dopo 36 ore di visione, un misero finale di 30 secondi,
“Les Belles” pone l’accento sulle donne e sulla loro bellezza, non solo fisica ma anche quella dell’intelligenza, del carattere, e della grazia interiore. Consiglio la visione senza troppe aspettative.
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Bella idea non sviluppata nel suo potenziale...
La mia recensione (UNICA IN ITALIANO) evidenzia un punto di vista sicuramente meno entusiasta rispetto alla media ma più obiettivo e veritiero, sottolineando che questo medical drama ha un bellissimo topic e sicuramente le migliori intenzioni nel dare spazio alla malattia mentale, superando lo stigma che una società ipocrita come quella coreana impone a chi soffre un disturbo psichiatrico. Tuttavia, lo stile episodico risulta dispersivo, irrealistico e poco coinvolgente. La narrazione si concentra più sull’esposizione che sull’evoluzione dei personaggi, portando a una perdita di profondità emotiva e a una risoluzione troppo rapida di malattie serissime e non mostrando, spesso, la sofferenza che ci sta dietro. In particolare, l’arco narrativo della protagonista femminile viene trascurato nella seconda metà della serie, arrivando ad una conclusione poco soddisfacente e priva di impatto.C'è una storia d'amore inusuale che non c'entrava nulla.
I metodi di cura del ML non li ho capiti, posso essere d'accordo sulla terapia occupazionale e sui metodi della compassione ma parla di psicoanalisi e non vediamo una sola seduta col metodo psicoanalitico, buone capacità diagnostiche ma poi il trattamento era molto comportamentale. Questo solo per citare un esempio di discrepanza, come tante ne vediamo.
Hanno voluto parlare di un argomento delicato senza portarlo fino in fondo e senza svilupparne la cura con serietà.
CONTRO
**Personaggi principali: Ben interpretati ma poco approfonditi**
Han Woo Joo, interpretata da Jung So Min, viene lodata per la sua performance intensa e credibile, concordo sulla sua bravura, specialmente nelle crisi di rabbia. Anche il personaggio del Dr. Lee Shi Joon, interpretato da Shin Ha Kyun, è carismatico ma alcune sue dinamiche (come il trauma con l’ex paziente) vengono sviluppate un po' troppo approssimativamente. Ho apprezzato il casting del ML, son contenta di vedere un attore e non un belloccio e mi dispiace che qualche ignorante nelle recensioni su viki lo abbia penalizzato per l'età. A certe persone andrebbe tolto pc e connessione internet.
**Personaggi di supporto: Troppi e poco rilevanti**
Il cast di supporto risulta numeroso e poco sviluppato, con scene che finiscono per essere riempitive e non aggiungono valore alla trama principale. Non ho davvero gradito il rapporto tra i tre colleghi psichiatri, specialmente la dottoressa andrebbe radiata. Si doveva parlare della malattia mentale ma hanno avuto la meglio le dinamiche da bar e gli intrallazzi tra loro e a farne le spese è stata l'ex paziente del ML. Questa parte abbassa la mia valutazione di molto.
**Romance: Sano ma sbilanciato**
Il rapporto tra i protagonisti è descritto come sano, ma inizialmente segnato da uno squilibrio di potere, data la asimmetria del rapporto terapeutico medico-paziente. Sebbene la protagonista riesca in parte a riequilibrare la relazione, la sua crescita personale e la realizzazione personale restano poco approfonditi, lasciando un senso di incompletezza. Non era davvero necessario inserire un rapporto d'amore confuso ai fini della progressione della storia, nonché antideontologico, tra i protagonisti. Non solo, poi non si è riusciti a mostrarlo, a portarlo fino in fondo. Non proseguo per non spoilerare.
Aspetti tecnici:
Fix you ha avuto ambientazioni realistiche e sobrie, in linea con il tono medical e umano della serie. I colori sono neutri, con dettagli caldi che trasmettono accoglienza e sicurezza, riflettendo l’approccio empatico dei medici verso i pazienti. La scelta di non rendere l’ambiente freddo o asettico è funzionale a creare un’atmosfera di fiducia.
Le riprese in esterna mostrano una Seoul quotidiana, senza eccessivi virtuosismi, per mantenere il focus sulle emozioni dei personaggi.
La scenografia è funzionale, mai invadente, e contribuisce a creare un senso di realtà e intimità. L’uso della luce naturale e dei colori caldi aiuta a stemperare i temi delicati trattati dal drama.
OST
La colonna sonora accompagna le scene con discrezione, sottolineando i momenti emotivi senza mai risultare invadente. I brani strumentali sono spesso soft, con pianoforte e archi, e servono a enfatizzare la delicatezza dei temi trattati (traumi, guarigione, relazioni).
La soundtrack è ben equilibrata, mai eccessiva, e sostiene il racconto. La scelta di non strafare con effetti sonori o melodie troppo marcate è coerente con il tono "realistico" della serie.
Le canzoni sono per lo più ballad o mid-tempo, con testi che parlano di speranza, guarigione, comprensione e sostegno reciproco.
Dal punto di vista tecnico, Soul Mechanic si distingue per una scenografia curata ma misurata, una colonna sonora raffinata e un’OST che valorizza i momenti emotivi senza mai sovrastare la narrazione. Tutti questi elementi lavorano insieme per creare un’atmosfera accogliente e autentica, che accompagna lo spettatore nel viaggio di guarigione dei protagonisti.
**Considerazioni finali**
Consiglio la serie ma ti consiglio anche di non prenderla troppo sul serio o pensare che le malattie mentali vengono curate con i metodi che vedi (e per fortuna perché alcuni sono persino iatrogeni) . Interessante la rappresentazione e l'evoluzione del rapporto padre-figlio. Finale poco positivo ma troppo edulcorato e più da villaggio vacanze che da comunità terapeutica assistita.
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WILD ACTING- di Selvaggio c'è solo l'interpretazione.
"Chasing in the Wild" è una serie drammatica filippina del 2024, adattata dal terzo romanzo web della "University Series" di Gwy Saludes, gli altri due romanzi sono stati già sviluppati e sono presenti su viki.La storia parla di Sevi Camero, capitano della squadra di basket proveniente da una famiglia di bassa estrazione, la madre è la segretaria di un CEO , padre di Elyse, una cheerleader ricca e viziata ma di buon cuore.
La serie è interpretata da Gab Lagman nel ruolo di Sevi e Hyacinth Callado alla sua prima, PENOSA ESPERIENZA COME ATTRICE PRINCIPALE, che interpreta Elyse, con il supporto di attori come Wilbert Ross, Heaven Peralejo e Dominic Ochoa. La regia è di Thop Nazareno, mentre la produzione è guidata da Kiko Abrillo e altri. La fotografia e la regia sono state quasi sufficienti ma molto lineari e senza proposizioni moderne. Anzi è forte l'influsso telenovelas anni '80, con la differenza che gli attori allora erano molto più bravi.
Come tutti penso che l’adattamento è meno profondo rispetto al romanzo originale, con temi come l’abuso e i problemi familiari per nulla sviluppati mentre poi viene rappresentato un po' dopo metà serie un risvolto tragico che sembra totalmente fuori luogo rispetto a quanto era stato finora visto, mentre è una conseguenza naturale delle dinamiche rappresentate nel romanzo. Il personaggio del padre di Elyse è stato rappresentato diversamente rispetto al libro, e alcune scene romantiche sono state imbarazzanti (primi baci).
Sul finale da casti che erano diventano tutti volgari e spinti nel linguaggio. Boh!
Anche la recitazione nelle scene più intense è mediocre.
Come interpretazione salvo solo IL ML, con la sufficienza.
I personaggi secondari senza una vita e uno scopo: vivono solo per parlare della storia d'amore dei due protagonisti. Ridicolmente presentati. Ognuno di loro ha avuto uno spazio nei lavori precedenti: Rain to Espana e Safe Skies, Archer. Gli sviluppi si ritrovano in questo lavoro ma molto abbozzati, molto poco approfonditi.
Finale soddisfacente.
I momenti tra Ely e Sevi sono stati i più riusciti, probabilmente la parte migliore della serie, anche se la recitazione generale lascia a desiderare. Il ritmo dei dialoghi è spesso lento e innaturale, con Ely che allunga ogni sillaba senza motivo apparente. Il pianto è risultato poco convincente, quasi comico, con lacrime che sembravano eccessive. Anche i pensieri di Ely, spesso narrati, suonavano come battute di copione lette a voce alta, poco spontanee.
In sintesi, la storia d’amore è carina, accompagnata da una colonna sonora rilassante ma che alla fine viene a noia. Purtroppo, tutto il resto risulta poco convincente o addirittura deludente.
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Crescere insieme e sostenersi per superare gli ostacoli della vita
Se potessi riassumere i valori e il messaggio di questa storia sarebbe quello espresso nel titolo perché si parla di legami famigliari ma anche di un legame d'amore che diventa risorsa per entrambi i partner, trasformandosi e diventando reciprocamente punto di riferimento l'uno per l'altro.The Oath of Love è basato sul romanzo "Affido a te il resto della mia vita a te" o "Dammi molti insegnamenti" se vogliamo tradurre letteralmente, (余生,请多指教) di Bo Lin Shi Jiang (柏林石匠).
Questo drama è incentrato su una storia d'amore mutualmente formativa tra un chirurgo addominale, gastroenterologo e una violoncellista in erba (22 anni). É la tipica rom-com, nonostante sia un prodotto cinese, ho notato molti influssi da K-drama sia nelle modalità con cui nasce la storia, sia nel problema che li avvicina, sia nella gestione delle emozioni da parte di lui e la presenza di rivali e scene di gelosia.
La sinossi su Viki è parzialmente sbagliata: Lin Zhi Xiao (Yang Zi), la protagonista femminile, è una studentessa universitaria al terzo anno di violoncello. È energica, positiva sebbene impulsiva e spesso arrabbiata, dispersiva con i propri obiettivi, spesso distratta da altro. Ha un rapporto molto conflittuale col padre, un ex preside che la tratta come una scolaretta indisciplinata e che viene chiamato per nome , non Papà. Il percorso porterà un avvicinamento, una comprensione e una comune dimostrazione d'affetto.
L'amore della famiglia è insostituibile nella vita di una persona. Questa è un'importante lezione di vita che questo drama ci insegna. Le situazioni difficili possono renderci più maturi in tutti gli aspetti della vita. Questo è ciò che Lin Zhi Xiao e la sua storia ci insegnano.
Gu Wei (Xiao Zhan), il protagonista maschile è un medico molto capace, rigido, coartato, vive per il lavoro, pertanto vive i problemi e le battute d'arresto come fallimenti personali con conseguenti problemi d'ansia. Alla fine, dopo aver incontrato la nostra protagonista, impara a guardare i problemi da un'altra prospettiva ed a imparare da questi.
Gu Wei ha una personalità fredda e distaccata, ma in realtà è molto premuroso e disponibile verso i pazienti, vive per loro. Lin Zhi Xiao, d'altra parte, è apparentemente irruenta ed infantile ma sotto sotto è tenera e matura. Lo sviluppo del personaggio di Lin Zhi Xiao è uno dei più marcati nella serie mente, per quanto riguarda Gu Wei, che ha una differenza di età di circa 9 anni con la protagonista (31 anni), non cresce ma si ammorbidirà nel suo modo di vivere i rapporti e modificherà l'approccio ai problemi e la visione delle relazioni.
Le loro personalità sono molto distinte ma il loro modo di incastrarsi e di apportare un genuino contributo l'uno nella vita dell'altra sono l'aspetto affascinante del loro rapporto.
La storia d'amore presentata in questo drama è sana e consensuale: nessuno si impone sull'altro e dichiarano i propri sentimenti reciprocamente, già questo fa intendere il tipo di rapporto che avranno: simmetrico, tra pari.
Nonostante i 9 anni di differenza d'età tra i personaggi, lo sviluppo romantico della trama è molto naturale: lui si adatta al suo modo di vivere e la storia e procede al suo ritmo inesperto, rispettandone tempi e desideri.
Parallelamente, viene illustrato il rapporto dei nostri protagonisti con le famiglie: mentre una ha una famiglia supportiva , calda, sebbene il padre sia apparentemente distaccato e squalificante, l'altro ha una famiglia fredda e asettica di medici alle spalle, che si trattano come colleghi e intimano al ML le scelte da compiere, professionali e sentimentali senza supportare e aiutare veramente il protagonista.
Entrambi i percorsi subiranno delle evoluzioni, soprattutto nel rapporto che la nostra FL intratterrà col padre, un rapporto intimo e molto sofferto che viene illustrato con grande delicatezza e sofferenza in modo composto e intenso. La scena di lei in macchina che piange in silenzio sulla spalla del padre è di una bellezza disarmante. Solo Yang Zhi avrebbe potuto renderla con quella forza disperata che mostra affetto ma anche compassione per il loro rapporto e la salute del paziente. Questa famiglia che mette da parte i problemi e si riscopre unita quando la vita li pone di fronte alla morte.. .
Gli amici invece non li ho apprezzati, oltre a essere infantili e dare pessimi consigli propongono un ideale di relazione tossica e invischiata che non aiuta la relazione tra i protagonisti. I rivali , maschili e femminili, sono fastidiosi ma non troppo, sapranno mettersi da parte evitando di cadere troppo in basso, nonostante la SL illustra un tipo di donna fastidiosa, in quanto manchevole di elegante dignità, contrapposta ad un aspetto impeccabile (fortuna che si toglie di mezzo intorno al 16°). Purtroppo i cinesi propongono sempre questa tipologia di bitches a motivo del loro sessismo che disvela una malcelata misoginia. Se ci fate caso i rivali maschili non sono mai illustrati in modo meschino, misero e cinico. Capiscono che se non vengono scelti il motivo non è la presenza di un altro ma è legato a loro stessi.
Recitazione: Sia Xiao Zhan che Yang Zi offrono interpretazioni eccellenti, soprattutto nelle scene intime e di confronto. Hanno capacità interpretative molto buone, eccellenti per YG ,alla cui interpretazione darei 9. Xiao Zhan non è altrettanto bravo e versatile, secondo me, ma lo preferisco in questa parte che in altri lavori dove tende a fare il gigione, ossia a calcare la recitazione in senso innaturale.
La loro alchimia era comunque molto buona e e le loro interazioni erano cute da guardare, il che, unito alla naturalezza del loro rapporto mostra una coppia realistica come tante ne possiamo vedere in giro. É mancata totalmente la passione in questo loro rapporto, ma questo lo imputo alla giovanissima età della protagonista e al divario d'eta tra di loro; lo spettacolo inoltre ha un messaggio preciso e lo rimarca spesso: l'amore concreto è quello che unisce due anime che scelgono di condividere la vita, è quello che resta dopo la passione, è la bellezza di "una coppia anziana che cammina nel parco" dopo tanti anni, ancora uniti e insieme.
Del resto, tutto, sia la musica che il trucco e l'abbigliamento della protagonista (vestita prevalentemente di bianco e con colori tenui, color pastello) fanno pensare ad una storia "delicata" e "bianca" (attenzionate che non c'è mai un accessorio rosso a parte il rossetto, lei vestirà di rosso solo dopo il matrimonio, a motivo di un "upgrade" che ora le viene concesso, l'accesso alla sessualità). Io penso che un tocco di passione in più non avrebbe guastato, a completezza del rapporto, nonostante ci sia una scena di loro che si risvegliano con abiti differenti, e fa pensare che forse sia successo qualcosa, lasciando il dubbio e mai la conferma.
Adorabili i siparietti romantici alla fine di quasi tutti gli episodi: servono a smorzare la tristezza degli episodi tristi e a connotare di tenerezza e humour la relazione tra i protagonisti.
Colonna sonora buona ma non indimenticabile: crea un'atmosfera delicata, tenera, di grande tepore con molta semplicità come il rapporto tra i due protagonisti. Nessuno dei protagonisti è stato doppiato e loro stessi hanno prodotto tre canzoni della OST (Yang zhi lo fa sempre):
- "The Oath of Love (余生,请多指教)" (Sigla) di Xiao Zhan e Yang Zi (È stata incredibile per la combinazione delle loro voci, ed è la mia preferita).
- "The Greatest Fortune (最幸福的幸运))" di Xiao Zhan
- "Somebody Liking Someone (一个人喜欢一个人))" di Yang Zi.
Il pezzo forte di questo lavoro è la sceneggiatura che non diventa mai incoerente, costruisce dei personaggi abbastanza credibili, certo ha delle falle logiche di cui voi stessi vi rendete conto ma non è mai brutalmente drammatica, mostra la vita e le relazioni con i suoi alti e bassi e la qualità dei dialoghi è davvero molto buona.
Del resto YZ non accetta sceneggiature a caso!Dove c'è lei hai certezza di un lavoro di qualità, ben scritto e ben diretto. La regia è semplice e molto lineare ma questo ordine serve a rendere una semplicità della vita, senza personaggi troppo complicati e complessi, io penso.
COSA NON MI É PIACIUTO:
1) Assenza di fluidità tra le parti in cui la FL mostra una maturità inconsueta per i suoi anni, e le parti in cui è solare e spensierata in cui quasi subisce una regressione, a livello comportamentale.
2) Rapporto troppo platonico tra i due, anche dopo aver concretizzato e stabilizzato la relazione, ok lei è giovane ma lui ha 31 anni e delle sue necessità. Se la relazione è simmetrica devono trovare un punto di incontro anche su questo punto, non lui che si adegua sempre alle sue necessità (ma capisco che l'utenza è femminile e il QI sia basso, pertanto confezionano l'immagine di un principe azzurro paziente, con gli ormoni di un cane morto).
3) casting, non ho mai avuto percezione dei 9 anni di differenza dei protagonisti, lui non mi sembra così grande e lei così piccola, visivamente sembrano due coetanei, il team trucco doveva fare qualcosa in più, o lui ingrassare un po' per avere un fisico più pesante e maturo, dare quella percezione di solidità austera che ti viene con l'età, e non solo con la professione. Lei non subisce una evoluzione estetica marcata, avrei dato mezzo punto in più se alla fine lei diventava quella che è oggi, capelli neri e un fisico più asciutto, un trucco più maturo.
4) Questa è una mia preferenza: mi sarebbe piaciuta una storia meno lenta nell'avvicinamento e nella formazione del legame, sono due impediti, teneri ma impediti. Una volta messi insieme avrei voluto vederli più complici e impegnati in confronti esistenziali come all'inizio, invece quel rapporto si perde, parlano di stupidaggini e quando il tono diventa più serio è lui a rassicurarla e ad aiutarla , si perde quell'aspetto di negoziazione mutuale dei significati e della realtà, e quando si recupera lei è troppo brusca e concentrata sui suoi sentimenti feriti. Ma questa parte io l'avrei proprio evitata: nel senso, lui avrebbe dovuto informare lei di quanto gli stava accadendo e lei scuoterlo in quel momento lì, aiutandolo come poi ha effettivamente fatto. Apprezzabile tuttavia che non sia una donna che se ne sta con le mani in mano come tante protagoniste di cdrama che purtroppo VENGONO mostrate.
Nonostante i suoi difetti, è una serie molto buona che mi sento di premiare con una valutazione più generosa nel complesso, rispetto a molti altri modern cinesi è di un gradino sopra per regia, abilità interpretative, sceneggiatura. É in grado di trasmettere messaggi senza diventare mai eccessivamente deprimente.
In conclusione, "Oath of Love" è un cdrama che consiglio a chi ama storie romantiche con un tocco di realismo e profondità emotiva. È una serie che invita a riflettere sui valori dell'amore e della resilienza, lasciando un'impressione positiva durevole negli spettatori.
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La "nemesi" del Catfishing
Rom-com di tipo office drama che affronta per la prima volta il tema del Catfishing adolescenziale e trasmette alcuni messaggi inflazionati ma sempre interessanti: il coraggio di amare, anche se sei stato ferito, l'accettazione incondizionata dell'altro con i propri difetti, incoraggia l'autenticità e il coraggio di essere se stessi anche se "eccentrici".È una serie che utilizza molti cliché e tropi narrativi tipici di queste tipologie di drama, è un incrocio tra Twinking Watermelon, Business Proposal e True beauty, come tipologia e soluzioni di racconto.
Il punto debole di questo lavoro è la sceneggiatura: avevo letto prima di iniziare la visione che si trattava di un lavoro leggero e privo di problemi, ovviamente non è così sebbene i problemi che affrontano i protagonisti mi sembrano davvero trascinati e privi di fondamento poiché non c’è un lavoro di scrittura credibile che li abbia resi convincenti. La logica é molto sciatta. È un lavoro basic che tutti possono seguire non c’è molto da capire.
Esempio:
Dedicare 50 minuti alla gestione delle conseguenze di una bugia adolescenziale su cui potresti farci un risata, considerato che hai scelto quell'uomo per come è diventato oggi, per il valore che ha e per quanto apporta nella tua vita, mi è sembrato davvero senza senso. Comprendo che la protagonista ci sia rimasta davvero male nello scoprire di essere stata ingannata ma a 30 anni, io penso, che su brutte esperienze grottesche, come quella che viene illustrata, ti ci fai una risata. E invece la trascinano senza senso. In questo senso bisognava scrivere una storia che giustificasse o aggiungesse qualche dettaglio che rendeva quell'incontro e quella bugia "imperdonabile".
Buona la caratterizzazione del personaggio protagonista, da weak hero, Choi Hyun Wook si conferma un professionista valido con grandi margini di miglioramento, non è il classico bellone da Drama ma è abbastanza espressivo, con un bel sorriso e una gran bella voce che modula bene, risultando tenero in certi momenti e affascinante in altri. Ha impersonato perfettamente il ruolo del ragazzo alternativo, amante del rock e otaku inside, diffidente , timoroso, un po' paranoico ma romantico, deciso e senza tentennamenti sui suoi sentimenti (differentemente da altri lavori di questo tipo che propongono sempre chaebol molto imbarazzati se si innamorano dei propri dipendenti o ragazze di bassa estrazione sociale). Ho apprezzato moltissimo che per lui fosse indifferente, che fosse alla mano e riconoscesse il valore degli altri a prescindere dal lignaggio o dall'appartenenza alla bassa piuttosto che all'alta borghesia.
Ho adorato il ruolo della protagonista SU JEONG (Moon Ka Young) , rispetto a True beauty , qui é molto meno sottona, determinata , tenace e forma davvero una relazione solida e invidiabile con il protagonista che diventa non solo un compagno ma anche un inseparabile migliore amico. Ovviamente ha dei tentennamenti ingiustificati per quanto riguarda la scoperta dell'identità del Dragone nero ma comprendo la paura iniziale di iniziare una storia d'amore con il capo. Anche in questo caso si ripropone il tema delle difficoltà ad avviare una relazione tra classi sociali differenti in COREA (che noia!).
Nonostante formino una splendida coppia adulta molto affiatata li ho trovati poco convincenti nell’ambito passionale, ma questo è un problema di scrittura, non certo di recitazione.
Non è un lavoro ottimale soprattutto per quanto riguarda i dialoghi. La seconda coppia è noiosissima nonostante l’attore SL sia abbastanza in gamba, il ruolo che hanno cucito alla seconda protagonista, tentennante e molto incerta, a spese degli altri è davvero seccante, c’è un abisso rispetto a quando impersonava la sorella della protagonista in True beauty, ed a come è stata diretta in quel lavoro.
Le interpretazioni sono un po’ disomogenee nel senso che i protagonisti sono stati bravi, ma alcuni sono stati davvero pessimi come l'attrice che impersona la nonna, terribile sia come attrice che come estetica (sembra di cera) che come scrittura del personaggio, cambia modo di pensare e predisposizione negli ultimi minuti dello show, dopo un dialogo molto bello ma troppo poco per distruggere le convinzioni granitiche di una vita (NON E' CREDIBILE) , molto sottotono la seconda protagonista Ha Jin, anello debole di un cast solido.
Molte scene potevano essere eliminate, non aggiungono nulla alla storia, rallentano solo il ritmo abbastanza buono di un lavoro che per fortuna era di 12 episodi. Avrebbero potuto inserire qualche scena di passione e qualche bacio un po' più spinto. Aggiungo anche che ci sono evidenti messaggi pubblicitari frequenti, addirittura un paio di scene inserite SOLO A SCOPO PUBBLICITARIO (le caramelle al caffé si vedono tipo 4 volte, poi il latte al cioccolato, di una marca specifica e con il marchio in evidenza sempre, un brand di abbigliamento e solo macchine Volvo, tra cui un modello elettrico di cui viene mostrata la modalità di ricarica). Lo dico perché hanno bocciato "The king, eternal monarch " per la frequenza dei messaggi e qui è davvero palese e insistente ma nessuno ha detto nulla.
Alcune puntate sono molto gradevoli come la 2-5,-7-8, la 12 e ho apprezzato che non ci sia come al solito la separazione dei protagonisti, ma come affrontino un percorso insieme senza inutili tragedie, il finale è positivo e gli viene dedicato ampio spazio. Ad alcuni episodi, tipo il n° 8 e il n° 12 darei una valutazione più generosa, di 8, ad altri tipo il primo episodio o l' 11ª darei un 6, nel complesso valuto tutta l'opera 7,5.
Non arrendetevi al primo episodio perché introduce il lavoro in modo molto comico e grottesco, e per fortuna il lavoro diventa un po’ più serio, anche come dialoghi andando avanti .
La colonna sonora è molto gradevole ma non indimenticabile,
Uno spettacolo carino e confortevole, anche se molto irregolare come soluzioni logiche (avete per esempio compreso come mai i due protagonisti si trovino costretti a restare alla fattoria nell'episodio numero 5 se il protagonista aveva la macchina? ). È un lavoro che può essere rivisto magari saltando qualche scena.
Davvero molto buono il lavoro da parte dei 2 protagonisti principali, che sono coinvolgenti, vulnerabili, attraenti e divertenti (specie il nostro ML).
ELEMENTI DI NOVITA':
- Nessun problema di comunicazione e malintesi;
- onestà sentimentale e risolutezza professionale e personale;
- una coppia che si supporta e parla dei problemi affrontandoli insieme;
- nessuna separazione e incontro dopo anni (se escludiamo l'inizio che non conta);
- il topic del catflishing;
- ML alternativo che resta tale e FL che segue le sue passioni.
Lavoro tematico davvero molto originale per alcuni aspetti: il mondo degli anime/videogames come metafora del mondo emotivo, stantio in altri quali il consueto dialogo riflessivo circa la cultura aziendale, generalmente negativa che circonda le donne di successo al lavoro.
Lo consiglio se avete bisogno di qualcosa di leggero, se amate le coppie tenere e romantiche( cute).
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ennesimo palace harem, ma fantasy!
La particolarità del lavoro è nel presentare un contesto che è quello delle concubine-mogli legittime dei vari principi in modo totalmente opposto rispetto a quanto siamo abituati a vedere, qui infatti non c'è meschinità e competizione ma amicizia e solidarietà anche tra concubina e moglie legittima dello stesso principe.E' un elogio della femminilità e dell'intelligenza femminile.
Un drama carico di positività, umorismo, bella sismance, scene esilaranti e amicizie nel vero e proprio senso del termine con un cast quasi esclusivamente al femminile.
Trattasi di una commedia esagerata e farsesca, molto calcata in certi momenti ma tutto sommato mi ha dato dei momenti di respiro dalla visione di scene drammatiche negli ultimi lavori che ho seguito nonostante il ritmo per me non sia sempre buono,mi sono annoiata in alcuni momenti e in altri mi distraevo staccando spesso perché nonostante l'idea sia buona la resa non è stata troppo coinvolgente, forse perché il lavoro manca di serietà laddove ci sarebbe dovuta essere perdendo di intensità.
"New Life Begins" è più uno spaccato di vita che una storia d'amore, CHIARIAMO. La storia d'amore principale è strutturata male, ci sono i primi 8 episodi di avvicinamento e poi a parte qualche sporadica interazione tra i protagonisti questa si svilupperà 2 anni dopo (dall' ep. 32). Nonostante i protagonisti siano una coppia che si ama da molto tempo si comporteranno come amiconi per la maggior parte del lavoro e questo ha tolto molta intensità e interesse almeno personalmente che non sono riuscita a concentrarmi solo sulle dinamiche femminili, forse perché avevo appena visto flourished peony che parla di emancipazione femminile con un altra qualità e serietà, quindi per me era come gustare la stessa ricetta ma insipida.
La trama non propone nulla di nuova rispetto ai drama a tema storico cinese. Due principi combattono per l'attenzione del re e per il trono, il re è un padre inutile che cerca di bilanciare il potere di tutti i principi e il man lead è stato abbandonato e poco considerato dai genitori.
L'elemento di novità è appunto l'amicizia che riescono a stringere tutte le concubine e le mogli dei principi, ogni donna con una personalità e un tipo di legame matrimoniale diverso : l'indipendente, la dipendente, la donna pacata e introversa, la calcolatrice, la vivace e appassionata protagonista (con dipendenza da carboidrati complessi e zuccheri semplici), la viziata principessa adottiva che compirà un'evoluzione marcata, le 24 concubine del terzo principe insieme alla moglie legittima, femministe, libere, forti, intraprendenti e anticonformiste.
Il tema non è solo l'amicizia assoluta e il sostegno ma le iniziative che questo gruppo decide di portare avanti a favore delle donne e la loro intraprendenza imprenditoriale, non si contentano infatti di gestire le residenze bensì vogliono realizzarsi anche nel privato, affrontando le vessazioni e i pregiudizi beceri della loro epoca storica: verranno trattati temi attuali come il divorzio, la depressione post partum, la condivisione del marito con altre donne, la mancata accettazione da parte dei suoceri con atteggiamenti di esclusione e di evitamento.
La recitazione è piuttosto buona, soprattutto per la FL, e anche la donna che propone non è fastidiosa sebbene all'inizio l'abbia un po' avuta in antipatia per la sua ingenua quasi stupidità dopo si è riscattata ai miei occhi per un fare sicuro e ottime abilità comunicative. Il ML è stato un po' deludente, non so se è stato diretto male ma l'attore quando c'è da mostrare gioia o disperazione non spinge con l'espressività, ed interpreta un marito gentile, corretto e irreprensibile ma questo è quanto, non ha nulla di carismatico o affascinante, non ha quel quid che lo rende riconoscibile e indimenticabile.
Sceneggiatura buona e ottima scenografia e utilizzo del colore, sia nella caratterizzazione dei personaggi sia nelle riprese degli interni, belle alcune riprese degli esterni con le sagome che camminano in controluce e alcune inquadrature dei dettagli. Costumi , parrucche e carrozze molto buone.
Molto sereno, disteso e positivo il finale, non sbrigativo ma dispiegato negli ultimi due episodi.
La vita matrimoniale è molto ben illustrata anche nel loro viversi fisicamente.
Cosa non mi è piaciuto:
1) Come hanno raccontato il percorso di questa storia d'amore, non è ben distribuita nel racconto ma concentrata all'inizio e alla fine ,perdendosi al centro; alla fine lo spettatore, annoiato, non si immedesima più di tanto. C'è tempo per ogni cosa, se una coppia si lascia andare dopo due anni di matrimonio, quanto è credibile che la passione e il batticuore siano quelli del principio?!?
Il risultato? Una riunione tiepida e non credibile!
2) La recitazione è stata sempre sul lato umoristico, finendo per peccare di intensità e credibilità in alcune scene che meritavano qualcosa in più (fa eccezione la seconda moglie e il secondo marito, quest'ultimo più bravo del man lead secondo me) per provocare un trasporto emotivo nello spettatore, invece mi son ritrovata a seguire con divertito distacco e altalenante interesse le vicende proposte.
3) Fantasy che manca di totale attendibilità storica, l'utilizzo di alcuni oggetti di scena non è possibile essere del periodo.
4) Eccesso di temi trattati senza approfondirne nessuno anzi banalizzandone alcuni molto delicati come la depressione post partum.
Questo è un drama perfetto da guardare come pausa quando hai visto troppi lavori drammatici. Niente è troppo serio o angosciante, con molto umorismo. Non ci sono scene troppo impegnative da guardare o problemi che si trascinano a lungo. L' idea era molto buona, bisognava solo dare un po' di serietà in più in alcuni momenti e pretendere di più dalle interpretazioni dei protagonisti, infine montare la storia d'amore nella parte centrale.
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L' AMORE TRA LA FATA E IL DIAVOLO CHE DIVENTA MARTIRE (per amore della fata).
Un bel fantasy ( per me non è nè uno xianxia né un wuxia) ispirato alle classiche leggende orientali che valorizza il ruolo della donna (uno dei pochi) e tratta riflessioni sull’amore, sulle emozioni e e sull’inutilità delle guerre, sul pregiudizio tra i popoli. Apprezzabile che non ci siano malintesi continui e problemi di comunicazione che normalmente affollano questo genere di drama storici.Ci sono sentimenti feriti, rimpianti, sacrifici, amori non corrisposti, gelosie , evoluzioni e crescite talmente estreme da risultare improbabili, ok the power of love ma non puoi stravolgere la personalità di una divinità millenaria.
La storia d’amore poteva essere più vissuta e approfondita sul finale, per questo non do 10!
L'inizio è spensierato come in ogni drama, gli scenari sono ben fatti e sono fiabeschi, certe illustrazioni delle sigle mi ricordano le carte del DIXIT, ottima fotografia e scenografia, ottima OST.
Un po' noiose le avventure nel regno mortale, ma questo è soggettivo, ogni arco narrativo dura in media circa 7 episodi, e il drama va diventando sempre più impegnativo , serio, drammatico.
Questi due si innamorano quasi subito ma necessiteranno di più di mezzo drama per capirlo e accettarlo, dopo essersi promessi invece di mostrare felicità e trasporto sembrano cupi e molto spenti per la quantità di difficoltà e prove a cui vengono continuamente sottoposti. La parte più bella infatti è rappresentata nei primi 9 episodi e in quelli che vanno dal 26 al 28., dal 28 è una tragedia continua.
Finora ho letto solo recensioni positive. Le persone sono soddisfatte della recitazione e della storia, ma ci sono molti aspetti che vorrei sottolineare e che hanno penalizzato la valutazione.
RECITAZIONE: Sia i protagonisti principali che i secondi protagonisti sono stati abbastanza credibili nei loro personaggi e i principali sono stati divertenti e abili nello scambio di ruoli (Dylan Wang meno bravo di Ester in questo aspetto).
Lo show è molto basato sulle emozioni, sia dei personaggi che del pubblico, e questa è la motivazione di una valutazione così alta ed entusiasta che porta a trascurare le criticità .
Non c'è stata molta cura nella caratterizzazione dei personaggi: il dio celeste, subdolo, manipolativo e uno stratega ingenuo,ambizioso e privo di emotività , ho visto imperatori migliori. Qui compie delle scelte che spesso non hanno senso , ed è del tutto privo di capacità oratorie. Perdona in un nano secondo quando fino a pochi secondi prima stava per condannare a morte appena si verifica un risvolto che può utilizzare per ottenere dei benefici, senza provare a manipolare la corte dei suoi sudditi che manca del tutto di pensiero critico e si inchina e ripete le sue parole con fare ossequioso.
Penso che sia l'opera che più ha dipinto gli abitanti del regno celeste come delle amebe STUPIDE E prive di personale iniziativa , nessuno escluso. Forse la fata Dayin è l'unica che salvo da questo discorso e il Nobile Ronghao che è stato il migliore in quanto a intensità e recitazione ma non è del tutto appartenente al regno celeste.... quindi lo escludo dal discorso.
Il Dio della Guerra che avrebbe dovuto essere il dio più potente poteva essere facilmente sconfitto da chiunque. Non ha mai vinto nessun combattimento. Aveva un potere sigillato dal fratello che però aspettava il matrimonio con la dea per liberarlo. Che senso ha??? Perché farne il dio della guerra???
Nel suo arco umano poi perde ogni qualità che aveva diventando ingenuo, pigro, indolente, stupido. Generalmente le divinità quando vanno a fare le tribolazioni mantengono un'aura , delle qualità superiori.
Effettivamente se penso ad Eternal Love mi rendo conto che anche l'alta dea diventa una donna stupida nella tribolazione mortale ma era del tutto stupida, beona e annoiata anche come divinità.
Il dragone nero è stato caratterizzato come il personaggio più stupido mai visto, ed avrebbe dovuto essere il consigliere e protettore del più POTENTE CATTIVO esistente nei tre regni. Non ho capito perchè raccontava segreti importanti al fratello del protagonista.Non protegge nessuno nei momenti importanti! È stato mostrato abbastanza potente e incredibilmente maestoso nella sua forma di drago ma solo UNA VOLTA!
Una bella delusione devo dire. La sua storia con Jeili è stata dipinta stupida al punto da non provare neanche tenerezza per questa coppia che mi è risultata noiosa da seguire. Lei era piuttosto avida e manipolatrice e la loro storia segue delle evoluzioni incomprensibili, che non vengono mostrate, viene solo mostrato il risultato finale e allo spettatore tocca immaginare o provare a indovinare cosa sia successo per determinare quel risultato.
Dongfang Qincang è il Nobile Supremo, possiede un potere sconfinato mostrato superbamente con gli effetti speciali, ha un'immensa potenza ma rispetto a molti altri personaggi meno potenti visti in altri drama è anche il meno sveglio. Normalmente quando sono potenti sono anche molto scaltri, intuitivi, capaci , lui è solo potente! Non è colto come ci si aspetterebbe da parte del NOBILE SUPREMO , che ha vissuto centinaia di migliaia di anni e che dovrebbe avere un'altissima comprensione e conoscenza del reale dato che padroneggia superbamente l'arte magica. Come fa a non rendersi conto di tante cose... dell'aura della protagonista per esempio, o ha bisogno di manuali antichi per capire come prendersi cura di una pianta... . Come fa a non togliere immediatamente la maschera al cattivo della serie se con uno schiocco di dita può distruggere un regno?!?
Il personaggio di Donfang INOLTRE compie un'evoluzione troppo estrema per la brevità del drama, da demonio a martire... non c'è un' evoluzione poi nel modo in cui dimostra il suo amore a livello di espressione facciale rispetto ai primi episodi, mentre caratterialmente diventa un'altra persona, forse perché privato dei propri poteri e quindi fragile ,oltre ad aver recuperato un'emotività di cui comunque manifestava molte tracce nei suoi primi scambi con la protagonista, a livello di espressività facciale di uomo innamorato non ha saputo manifestare un coinvolgimento pieno e travolgente quando deve baciarla o quando la guarda, bravissimo invece nel manifestare gelosia, possesso, insofferenza e disperazione della perdita.
Come ogni divinità può scomparire e riapparire in qualsiasi angolo però quando riesce a coltivare una pianta sul finire del drama , che diventa altro... quando vede la trasformazione a distanza si mette a correre invece di utilizzare il potere e andare a controllare immediatamente=
Aveva bisogno di un artigiano di giada per ricopiare la sala siming mentre nello Xian, detto fatto, sotto suggerimento di Shanqe la prepara in men che non si dica. E come ? Magia ?Ma se ha molto meno potere rispetto a prima... .
Nei suoi sogni lui è sposato con la fata da 500 anni ma non si vede l'ombra di un bambino... per 500 anni quest'uomo avrà un rapporto solo platonico con lei?!?
ASPETTI CHE HO APPREZZATO: Ho adorato il modo in cui hanno mostrato le emozioni tutti i personaggi in modo così plausibile da giustificarne le azioni. Non c'è dubbio che tutte le scene siano state sempre caratterizzate in senso emotivo.
Ho apprezzato il cambio di ruoli, mi appassiona questo topic, lo scambio dei corpi, sebbene sia molto breve , io pensavo che durasse diversi episodi, invece solo uno nella parte quasi centrale, e 6 minuti all'inizio.
I costumi dei protagonisti mi sono piaciuti immensamente, più che in qualsiasi drama finora visto perchè sono su base storica ma con molte libertà e sperimentazioni fantasy.
Stessa cosa per le ambientazioni e i panorama. Soprattutto albe, tramonti, sfondi lunari e la sala siming.
FINALE VERAMENTE AFFETTATO: Questo è uno dei tanti drama con finale breve, io penso che questa volta abbiano davvero estremizzato il tempo di chiusura. Dura 15 secondi davvero, senza se e senza ma.
C'erano 36 episodi e non 40 come normalmente nelle altre serie però si potevano modificare alcune scene di flashback o accorciarne altre che riguardano personaggi secondari e aumentare il tempo destinato ai protagonisti principali. ALTRO TALLONE D'ACHILLE E' IL MONTAGGIO DI QUESTA SERIE.
Per concludere, vale la pena guardarlo sia per le risate che per vedere qualcosa di diverso rispetto ai classici xianxia, non è troppo drammatico ed è adorabile per i personaggi. I due protagonisti nella vita reale sono molto amici e forse questo ha penalizzato un po' la chimica tra loro, nel senso di risultare poco coinvolti e credibili nei baci (brevi e poco intensi, lei con le labbra quasi serrate) e nei contatti fisici.
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UN DRAMA TIEPIDO CON ATTORI CHE NON CONVINCONO
Si tratta di un winxia di continui intrighi e CORRUZIONE nella corte imperiale con attori e soluzioni POCO CONVINCENTI (wunxia).La protagonista, a seguito di un incidente, prevede il futuro e cerca di evitare di sposare il protagonista maschile di cui ha visto la fine, convinta porti sfortuna (già questo incipit fa capire quanto il lavoro sia un surrogato di cliché e di soluzioni narrative già viste e abusate).
La storia inizia bene , con ritmo serrato, belle le iniziali interazioni tra i due e il corteggiamento inusuale di lui, l'egocentrismo di lei. Ovviamente come in ogni drama cinese la protagonista è immatura e infantile e maturerà nel corso degli eventi.
Il tema della premonizione onirica che pensavo sarebbe stata centrale nel drama (citata persino in sinossi) occupa davvero pochissimo spazio, è più presente agli inizi e in un episodio, prima della parte centrale. Poi si eclissa fino a scomparire, non dando possibilità allo spettatore di capire cosa accada perché questa donna smetta di sognare il futuro.
La sceneggiatura e i dialoghi non mi hanno completamente convinto, la colonna sonora è gradevole, anche certe riprese con i chiaroscuri durante i combattimenti sono molto belle. I combattimenti molto scenici e di impatto, quelli mi hanno convinto sebbene i voli verso l'alto nell'appoggio dei piedi sono un po' ridicoli (quando fanno il passetto su una scala a pioli o quando camminano sull'acqua).
La storia è molto ingarbugliata con una quantità incredibile di nemici, da ogni parte, alcuni di loro si alleano e mai, come in questo lavoro, una parte di loro è rappresentata da gente stupidissima, così stupida da risultare fastidiosa (la cugina del protagonista penso abbia qualche disagio intellettivo viceversa non si spiega, il fidanzato promesso della protagonista è chiaramente un soggetto psichiatrico con un disturbo serio della personalità).
I protagonisti che su carta dovrebbero essere svegli e intelligenti, forse se li raffronto a quelli del precedente drama seguito, mi sembrano addormentati e molto ingenui , lenti di comprendonio, tanto da non cautelarsi e subire spesso le angherie dei nemici e non disvelare immediatamente alle identità dei loro persecutori ( perché una maschera non nasconde l'identità, parliamoci chiaro).
Uno dei cattivi (IL PRINCIPALE) non mi ha completamente convinto, è diciamo il personaggio peggio caratterizzato di tanti lavori finora visti, come al solito è innamorato della protagonista ma sembra più che altro bloccato nel passato, che ansioso di viverla nel presente, egli non ha emotività e sfumature che lo rendano interessante e non è totalmente entrato nel personaggio, inoltre fa ripetutamente del male alla protagonista che non ha mai desiderio di ucciderlo (INVEROSIMILE).
Ci sono molti buchi narrativi in questo lavoro, gente che si salva miracolosamente e viene spiegato in un modo poco credibile, intrighi che non hanno alcuna base per riuscire, soluzioni e suggerimenti che non hanno senso e di cui non si intravede lo scopo. DEVO DIRE FATTO MALE MALE MALE, tradotto anche maluccio in lingua italiana.
Come in molti cdrama questa storia origina da un grosso malinteso, e penso che i cinesi, almeno storicamente, siano il popolo più incapace di comunicare della storia, in modo chiaro, onesto ed efficente.
Anche la storia d'amore riflette questo problema , inizialmente anche nella seconda coppia, e la cosa veramente triste di questo lavoro , forse perché è la più realistica è che nessun personaggio subirà un'evoluzione di crescita. Rimarranno sempre incapaci di comunicare, di fidarsi e di affidarsi continuando a commettere gli stessi errori.
La protagonista femminile è una ragazza infantile, poco sveglia, irresponsabile ma di buon cuore, e sempre concentrata sulla salvezza degli altri (della famiglia prima, della sua maestra poi, del padiglione alla fine). E' molto orgogliosa e in pochi momenti aprirà davvero il suo cuore facendoci capire cosa prova dalle azioni, anche estreme che compie.
Anche quando ritroverà il protagonista maschile, l'amore della sua vita, dopo averlo disprezzato e abbandonato, non gli aprirà il suo cuore, dichiarando i propri sentimenti, farà come nulla fosse, con il benestare tacito di lui che non impara nulla sulla necessità della comunicazione ed è privo di dignità e di orgoglio.
L'unica cosa che sa fare bene è farsi tagliuzzare a carne viva piuttosto che parlare apertamente, e l'espressione con gli occhi sgranati mi sembra sempre innaturale e caricaturale.
Il protagonista è super innamorato ma privo di qualsiasi espansività, capirete dai gesti il suo folle amore ma non avrete mai confessioni o confronti sentiti. Non è un attore particolarmente espressivo, io sospetto che sia un cantante prestato al cinema, perché in quanto a microespressività facciale e trasporto non c'è sempre.
Mentre ,da principio, davo per scontato che fosse normale il suo corteggiamento dato il personaggio, col proseguire degli episodi la coppia principale mi ha deluso enormemente perché non vedrete della fisicità piena, del desiderio vissuto tra i due: a parte prenderla in braccio o poggiarle le labbra ad occhi aperti non c'è il minimo di chimica e di passione, o di trasporto in questa coppia, né mai ci sarà. Anche quando si ritroveranno, sarebbe stato bello vedere lo slancio per rinfrancare lo spettatore di tutti i dramma vissuti e che questi attori hanno dovuto subire.
Poco meglio fa la seconda coppia.
Ho capito sul finale, facendo una ricerca che questa attrice non bacia ,in nessun drama. Quindi forse la colpa non è solo dell'attore principale, ma è proprio l'attrice che pone dei limiti a quanto un attore possa fare con lei, motivo per cui non vedrò più nulla con lei, perchè se ti poni dei limiti per me non sei all'altezza di fare questo mestiere, anche perché si parla di un limite importante.
La interpretazione di tutti non mi ha soddisfatto (unico escluso WANG YOSHUO) non mi è sembrata soddisfacente e non sempre si capisce come le vicende si risolvano, questo potrebbe essere anche colpa della traduzione italiana che in questo lavoro non è ottimale, buona al 70%. Mi dispiace dirlo ma il team di traduzione , che io rispetto perché fatto di volontari, non ha fatto un buon lavoro.
Comprendo che fare qualcosa per gli altri senza ricavarne un compenso sia mortificante e spesso demotivante però perché non provare a fare qualcosa al meglio delle proprie possibilità per noi stessi e gli altri?
La seconda coppia è molto gradevole e sicuramente meno problematica e con un amore meno tormentato della prima ma l'attrice è piatta e monodimensionale.
Consiglio? NI, c'è molto altro da vedere.
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Who rules the Drama???
Comincio col dire che la visione di questo drama da 40 puntate si é protratta per 2 intere settimane, un’eternità se la confronto al tempo che generalmente impiego per finirne uno della stessa lunghezza (5 giorni).Questo dovrebbe far comprendere quanto poco coinvolgente sia per una serie di ragioni:
La storia parla di sei regni che hanno tra l’altro nomi simili (Joungzhou,Jinzhou,Qhuinzoun,Jonzhou…) , quindi diventa confusionario capire di quale regno si tratti e quali vicende lo attraversino .
Per ognuno di questi regni, e quasi per tutte le vicende vengono rappresentate, c’é una quantità davvero sostanziosa di attori e comparse con il risultato di appesantire la visione, così lo spettatore fa fatica ad entrare nel vivo della storia perché deve farsi un quadro mentale dei 30 personaggi a cui si riferiscono gli attori quando parlano, impiega un po’ per seguire bene le vicende, si confonde e si perde. Il risultato per un drama cosi breve é che risulta molto dispersivo.
Inoltre le vicende non hanno uno sviluppo ordinato, mentre si parla di un regno si passa alla visione di un altro che non ha ancora con quello precedentemente visto delle connessioni.
Entriamo nel vivo della storia: si parla dei sei regni e della lotta per il trono che implica la conquista del mondo (da qui il titolo), nello specifico segue prevalentemente la storia del Man lead, il protagonista Fenglaxi che ha una doppia identità che verrà disvelata nel corso delle puntate senza sorpresa o stupore per nessuno se non per il padre. Questo mi é sembrato davvero inverosimile. Stessa cosa per un altro personaggio che non spoilero. Nessuna meraviglia, stupore quando si potevano usare dei colpi di scena.
La co-protagonista (su carta), la famosa Zhao Lusi ha davvero poco spazio nella vicenda, se escludiamo i primi cinque episodi, tanto che ci si chiede se il drama riguardi anche lei o se é semplicemente una figura a supporto.
Dal 20° episodio inizia ad ottenere sempre più spazio nella storia e allora ci si accorge che il lavoro comprende anche lei , fino a diventare protagonista assoluta nel corso degli ultimi episodi.
Di 50 drama finora visti é quello meno omogeneo come compresenza dei personaggi, iniziano insieme poi il FL
prende il sopravvento e il ML si eclissa sul finale, fino a diventare contorno, poi protagonisti finalmente entrambi negli ultimi cinque episodi.
La loro storia inizia come sodalizio marziale sebbene poi diventi altro ma dovrete aspettare circa 30 episodi per vedere sbocciare qualcosa, perché sono entrambi presi dal percorso di conquista e riscatto di uno, e dal supporto dell’altro, le loro vicende e peripezie sono innumerevoli, le loro sfide si risolvono nel corso dell’episodio e poi si passa alla sfida successiva, come se fosse un videogioco a livelli. Questo, personalmente, ha smorzato molta tensione perché comprendevo che tutto si sarebbe risolto presto a beneficio dei protagonisti ma ha anche interrotto il coinvolgimento presentando una discontinuità. La visione non é fluida, non ti cattura, non ti prende, non ti consente di immergerti e di immedesimarti, risultando una storiella tiepida, poco credibile, le emozioni legate alla nascita di un rapporto amoroso , fondamentale per l'evolversi della storia, sono congelate perché é un drama d’azione con pochissimo romanticismo.Gli episodi romantici sono due e tutti sul finire del lavoro, dal 30 in poi... .
Il finale non é triste ma molto , troppo uguale, a tanti drama finora visti con una brutto risvolto sul finale che lascia un retrogusto amaro. Non c’è felicita piena per il modo in cui finisce e per ciò che comporta.
Non posso spoilerare ma nonostante comprenda le intenzioni del regista sul messaggio che voglia lasciare sull’importanza del tempo speso con le persone a noi care, per le modalità con cui decide di lasciarlo, mi sembra assurdo e poco credibile che si possa godere della serenità sapendo di avere i giorni contati , con il tacito benestare della protagonista. Quanto può essere veritiero???
Quanto é credibile inoltre che questo duo che possiede un intuito e un’intelligenza fuori dal comune si renda conto dell’identità del cattivo solo a fine lavoro, quando il generale imperiale, invece, lo identifica subito e io seguendo gli indizi, da spettatore, comprendo dalla sua comparsa che é il cattivo?????
Il protagonista che è un surrogato di ingegno, intuito, furbizia e capacità oratorie, pur avendo perso la madre in giovane età, all'improvviso, non sembra porsi dei dubbi sull'eventualità che possa essere stata avvelenata, e non conduce nessuna indagine pur avendo ogni risorsa a disposizione, dato che ha costruito una sorta di organizzazione di spionaggio. Anche il re padre non ha alcun dubbio , nonostante ci fossero davvero pochi dubbi anche su chi potrebbe essere stato . Quanto è verosimile???
Ci sono poi numerosi escamotage e soluzioni che mi sono sembrate frettolosi e poco convincenti, come se la storia abbia un pubblico destinatario molto giovane , se non adolescenziale per apprezzare un lavoro cosi approssimativo.
Il caposetta marziale, custode del sigillo, doveva essere un uomo saggio, avveduto e prudente invece si rivela spesso incauto determinando una sua prematura scomparsa, in modo molto, troppo stupido.
Interpretazione : la nota dolente di questo lavoro, insieme al montaggio delle scene e a combattimenti approssimativi, non mi ha permesso di entrare nella storia ma di seguire distrattamente e controvoglia il drama. Mi riferisco a emozioni non sempre corrispondenti con quanto di tragico appariva nella storia, occhi sgranati per dare profondità al personaggio ma risultavano un po' delle caricature, il protagonista che perde i sensi in ginocchio e prima con l'avambraccio si pone in modo da non cadere di botto ma in modo comodamente studiato (se siete svenuti nella vita sapete bene che non potete sistemarvi prima in modo da evitare di farvi male). Quest'ultima scena grottesca e ridicola l'ho rivista a rallenty 5 volte perché non potevo credere che il regista non se ne fosse accorto e avesse montato proprio questa ripresa di svenimento quasi amatoriale.
Attori che stanno per morire ma hanno forza per fare discorsi e tutto ad un tratto girano la testa e chiudono gli occhi di botto. Interpretazioni PENOSE.
Salvo solo un attore che mi dispiace abbia parti da comparsa mentre meritava più spazio. Mi riferisco al fratello maggiore del protagonista maschile, il primo principe. Lui é uno dei pochi che mi ha convinto perché ha dato intensità, partecipazione, credibilità al suo ruolo, dandogli un po’ di serietà
Musiche: penso sia il drama che meno abbia investito in musiche di sottofondo e colonna sonora, il peggiore tra quelli finora visti e non mi dilungo.
Effetti speciali : alcuni combattimenti sono molto belli e di sicuro impatto scenico, molti altri sono invece cosi veloci e con soluzioni abbozzate, spesso poco curate, da avermi strappato qualche risata nel corso della visione (maniche di tessuto leggero usate come frustre, armi o scodelle lanciate nei combattimenti che vengono scagliate sulle vittime senza partire direttamente dalle mani dei combattenti, come partissero animate da una forza invisibile, peccato però che fossero a pochi millimetri dal personaggio che voleva lanciarle, spade che si piegano come fossero di carta, antichi saggi truccati male con poteri ridicoli e mosse caricaturali, sangue arancione). Eppure dovevano rappresentare la drammaticità della guerra e il sacrificio inutile dei sudditi . Occorreva più impegno.
Dialoghi: descrittivi e narrativi con poche riflessioni introspettive, salvo solo un paio di frasi (avremmo voluto sopportare il peso del cielo per te in modo evitarti ogni preoccupazione mentre quel cielo ora devi portarlo da sola). Bella anche la riflessione sulla difesa
Questo ha tolto molta serietà alla visione dello spettacolo .
PRO: le scene di guerra e le formazioni che vengono schierate per difendersi, alcuni discorsi sulle strategie militari e la concezione della difesa vista come situazione di bilanciamento, la vendetta sui cattivi, in questo lavoro finalmente ho potuto vedere piena nemesi, seppur tardiva , di tutti i cospiratori in modo sottilmente spietato, senza buonismi superflui, belli i costumi e gli interni dei palazzi, interessante utilizzo e manipolazione delle superstizioni per manipolare il popolo e i soldati. Questo è stato onestamente molto interessante da seguire.
Molto simpatica l'idea di caratterizzare la protagonista femminile come una golosona e una buona forchetta, questo aspetto mi ha intenerito e addolcito il personaggio nonostante nella vita reale penso che l'attrice , come altre, facciano i digiuni per mantenersi visibilmente sottopeso, quindi è un po' un'ipocrisia vederle ingozzarsi nei drama.
Conclusione : una storia d’azione che manca di intensità e credibilità. E non linciatemi ma Zhao Lusi non é questa grande attrice che pensavo che fosse. Certamente é più valida di tante altre, molto più belle che ancora devono, si spera, maturare artisticamente ma non é ai livelli di una Yang Zhi o Liu-Yifei.
Una cosa che mi ha fatto sorridere è come abbiano volutamente scritto i copioni a favore della protagonista, tanto da risultare palese: mai come in nessun altro drama, con protagoniste femminili molto più valide a livello estetico di Zhao Lusi, viene decantata la sua bellezza da tutti (Bella quanto letale, bella come una fata... la donna più bella del mondo... XD XD XD). Mi è sembrato un po' too much perché zhao lusi è una brava attrice ed è molto graziosa ma non è obiettivamente una bellezza sconvolgente, quindi, queste parti dove le lodi superano OBIETTIVAMENTE I REALI MERITI, le avrei tolte o quantomeno ridotte di frequenza. Mi chiedo quanto l'agenzia dell'attrice non sia coinvolta in questo .... !!!!!!!!!!
In conclusione un drama dispersivo, lento, poco convincente e forse a basso budget che aveva un progetto ambizioso che però non é riuscito a decollare ma si é perso nella lista infinita dei personaggi, delle comparse dirette male. Linee temporali confuse e sovrapposizioni un po’ a casaccio.
Chi ha dato 8 , 9 o 10 o é un fan poco obiettivo di zhao lusi o ha 13 anni!
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