Un primo giudizio, ma è una serie che dovrò rivedere
"I desideri del genio" è un fantasy ambizioso che, per atmosfera e intreccio mitologico, potrebbe ricordare Goblin. Tuttavia, a una prima visione risulta piuttosto caotico: un “minestrone” di troppi elementi che rende difficile seguire la trama. La moltitudine di personaggi — principali e secondari — intrecciati tra passato e presente, tra Paesi Arabi, Dubai e Corea, confonde e rende complesso comprendere ruoli e identità. A un certo punto mi sono persa, e probabilmente lo riguarderò con maggiore attenzione per capire davvero dove voglia andare a parare.Il racconto mescola mito e invenzione, con una cornice a metà tra biblico e fantastico, incentrata sulla lotta eterna tra demoni e angeli. Il protagonista è il Genio, interpretato da Kim Woo Bin, che dà vita a Iblis — o Satana — figura che, come nella fiaba di Aladino, risiede in una lampada e concede tre desideri a chi la possiede. Curiosamente, nel corso della serie il suo nome varia tra Iblin e Satana, suggerendo una natura ambigua ma sostanzialmente negativa. Il suo potere viene usato per mettere alla prova gli esseri umani, di cui non crede nella bontà: il suo scopo è dimostrarne la corruzione e la fragilità morale.
Accanto a lui c’è la protagonista femminile, Ki Ga Yeong, interpretata da Bae Suzy: una ventenne borderline, abbandonata dai genitori spaventati dalla sua mancanza di empatia e dai suoi impulsi distruttivi. Viene però accolta e cresciuta con amore dalla nonna materna e dall’intero villaggio coreano in cui vive.
Nel complesso, I desideri del genio è un’opera visivamente affascinante e ricca di simbolismi, ma anche disorientante: un mosaico di miti, emozioni e ambientazioni che, almeno alla prima visione, risulta difficile tenere insieme.
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Questo drama è sopravalutato
Non è niente di speciale. Molto rumore per nulla ...Ha un cast stellare, con attori visti e molto apprezzati in altri drama, ma qui scrittori e produttori di drama sudcoreani, potevano fare di meglio.
Nemmeno gli attori generalmente bravi aiutano se la trama, la sceneggiatura e i dialoghi fanno pensare al "mangime per polli" ...
Se lo scopo era raccontare dinamiche familiari, di quartiere e di amicizie di vecchia data, direi che hanno messo alla gogna la famiglia tradizionale che qui è raccontata malamente.
Le relazioni tra genitori e figli adulti che vengono ancora picchiati (?), figli adulti che si comportano con atteggiamenti di autocommiserazione, chiusura e pretesa di essere compresi senza fare il minimo sforzo per spiegarsi o chiedere aiuto.
Amiche di vecchia data che stanno insieme da 30 anni senza capirsi.
Coniugi che decidono ipso facto di divorziare, senza una ragione plausibile.
Una bimba, orfana di genitori e cresciuta dallo zio, il quale le suggerisce, in caso le chiedano perché non ha la mamma, di pontificare che "la famiglia composta da padre e madre dipende da una ideologia" (?!) ... ma si può? ma chi le scrive ste stupidaggini ... SIC.
La diplomatica cattolica, che va al tempio buddista a scrivere preghierine sulle tegole del tempio ...
Ma che cavolo ci stanno raccontando ...??
Per giungere a 16 episodi una trama che poteva essere raccontata in metà o anche meno, hanno reso prolissi dialoghi e sottotrame, tirato in lungo su scene di violenza tra genitori e figli, tra amiche ecc.
E' confezionato molto bene, con immagini e una fotografia molto sofisticata, ma a me fa pensare a cibo confezionato bene, con tante salse e salsine, per correggere la mediocrità degli elementi di base.
L'ho visto fino in fondo, perché lo Studio Dragon che lo ha prodotto, non ha lesinato su immagini, musica e attori carismatici, ma confermo che è materiale sprecato.
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This review may contain spoilers
Noia e buoni sentimenti
La serie racconta una relazione di coppia alle prese con la perdita dell’udito, con attori bravissimi che riescono a rendere la sofferenza personale di un giovane intelligente e talentuoso, che proprio alla fine del liceo comincia a perdere l’udito.All’inizio, la chiusura del protagonista verso le relazioni affettive e amicali è comprensibile: la fase di shock e il percorso di accettazione sono reali e naturali. Tuttavia, la sceneggiatura esagera, trasformando il personaggio in un individuo morbosamente problematico. Tutti intorno a lui si sacrificano per capirlo e supportarlo, ma il suo egocentrismo doloroso rischia di compromettere i legami più preziosi.
Anche il personaggio femminile soffre per questo: la sceneggiatura non le offre dialoghi capaci di alleggerire la tensione con un po’ di humor, limitandola invece a farla piangere e annullarsi dietro le farneticazioni del protagonista.
L’happy ending c’è, ma il percorso per arrivarci è estenuante: dialoghi ed eventi procedono con una lentezza esasperante. Avendo conosciuto personalmente persone con problemi di udito, il ritratto della serie appare eccessivamente melodrammatico e poco realistico rispetto a come queste persone vivono, lavorano e costruiscono relazioni.
In sintesi, Silent è un lavoro ben recitato, ma la sceneggiatura appesantisce eccessivamente un tema che poteva essere trattato con maggiore verità e leggerezza.
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C’è un solo avventuriero al mondo: é il padre di famiglia.
"C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: é il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo, al suo confronto."Con le parole di Charles Peguy commento questo piccolo gioiello cinematografico, che consiglio di guardare con calma. Non è il solito stucchevole e sospirevole drama romantico ... ma molto di più.
"Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,
Chi sarà tanto prode, o tanto temerario?
contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra.
…..
Nessun uomo al mondo è coinvolto nel mondo, nella storia e nel destino del mondo quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente.
E’ coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale decadenza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceranno, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri si sentono così pienamente, così assolutamente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indifferente.
….
Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza.
…..
Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avventuriero, che vive di avventure. Invece è l’uomo di famiglia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costantemente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tessuto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quotidiano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.
Charles Peguy, in Veronique."
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Visto su piattaforma MYmovies On
Film sotto molti punti di vista splendido, ma non esente da pecche narrative di colore eccessivamente descrittivo e drammatico, quindi può sembrare a tratti stancante, scontato e confuso.Impreziosito non solo dal miglior cast possibile ma anche da una colonna sonora classicamente da intenditori.
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Scherza coi fanti e lascia stare i santi.
Anche a me non è piaciuto, che per raccontare una storia di liceali e scuole private, abbiano tirato in ballo buddismo e cattolicesimo in modo sguaiato, grottesco e antistorico.Quindi trama e sceneggiatura molto scadenti, demenziali e prive di sostanza.
Di contro, gli attori sono molto bravi, il protagonista maschile, bruttino, ha comunque uno sguardo e un sorriso che bucano lo schermo, la protagonista femminile è molto energica e simpatica ... i loro personaggi, come quelli degli altri attori, sono ben recitati e alla fine ti portano a vedere come andrà a finire la storia.
Serie che, una volta, vista, non riguarderò sicuramente.
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Chanel, musei e amori difficili
Personalmente ho trovato questo drama un’opera artificiosamente complessa, come se la serie facesse uno sforzo eccessivo per apparire profonda e cerebrale. La relazione della coppia principale è costruita su un continuo esercizio di analisi, fraintendimenti e riflessioni quasi sovraccariche, che finiscono per rendere l’amore più un problema teorico che un’esperienza vissuta.In questo senso risulta particolarmente significativa la presenza della coppia secondaria, molto meno intellettualizzata e più istintiva. Il loro rapporto sembra funzionare da contrappunto narrativo: una dimostrazione implicita che forse non serve tutta questa fatica per capirsi e scegliersi, e che la comunicazione emotiva può essere anche semplice, diretta, imperfetta ma sincera. Paradossalmente, sono proprio questi personaggi “minori” a risultare più credibili e vitali.
Un altro elemento che ha indebolito l’esperienza è l’eccessiva lunghezza della serie, unita a una certa artificiosità di fondo. Più che al servizio della storia, questa dilatazione sembra funzionale a un obiettivo diverso: la celebrazione estetica. Il Canada e l’Italia diventano scenari-cartolina, mentre tutto ciò che è italiano viene esibito con una cura quasi compiaciuta. Allo stesso modo, l’“alta cultura” coreana è rappresentata in maniera fortemente simbolica attraverso l’abitazione-museo del protagonista maschile, uno spazio che sembra più concepito per essere ammirato che vissuto.
Questa sensazione di operazione estetica si rafforza anche nella caratterizzazione visiva della protagonista femminile, costantemente vestita Chanel, al punto che la sua eleganza smette di essere un tratto narrativo e diventa un vero e proprio elemento promozionale. Il risultato è un’impressione persistente di product placement, che sottrae naturalezza al personaggio e contribuisce a quella patina di costruzione artificiale che avvolge l’intera serie.
In definitiva, "Can You Translate This Love?" sembra più interessata a mostrarsi raffinata, colta e visivamente impeccabile che a raccontare un amore autentico. Un’opera che riflette molto sull’amore, ma che forse dimentica di farlo sentire davvero.
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Ssireum, amore e mistero: perché Come i fiori sulla sabbia conquista
Come i fiori sulla sabbia è una gradevolissima commedia che sorprende soprattutto per l’interpretazione di Jang Dong Yoon nel ruolo di Kim Baek Doo. Non lo conoscevo o non lo avevo mai notato prima, ma qui fa davvero la differenza: sembra che sceneggiatura e regia siano state costruite apposta per lui.La storia ruota attorno al Ssireum, la lotta tradizionale coreana, simile a un mix tra wrestling e lotta greco-romana. Non è necessario conoscere o amare questo sport: serve principalmente come pretesto per esplorare un intero paese, un microcosmo ricco di storie personali, familiari e di crescita, con un mistero legato a morti sospette che aggiunge tensione alla narrazione.
Tutti gli attori, anche quelli nei ruoli minori, sono eccellenti. La protagonista femminile rompe gli schemi: non è la classica attrice patinata e bellissima, ma una donna forte, diretta e spesso arrabbiata, che diventa un incredibile supporto per il protagonista maschile. Lui, invece, è bello, ingenuo, un po’ tontolone ma estremamente buono: insieme formano una coppia autentica, lontana dai cliché melensi, dove ciascuno valorizza l’unicità dell’altro.
I personaggi, in generale, sono simpatici e tenerissimi, e la serie riesce a catturare lo spettatore senza dover saltare scene o eccedere in melodrammi: le emozioni scorrono rapide e genuine, rendendo la visione fluida e piacevole fino all’ultimo episodio.
In sintesi, Come i fiori sulla sabbia è una serie che affascina per la sua leggerezza, l’umanità dei personaggi e la chimica sorprendente tra i protagonisti. Un piccolo gioiello che conquista dal primo all’ultimo minuto.
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La serie punta molto sulla chimica tra i protagonisti: il rapporto tra i due è il vero motore narrativo e alterna momenti leggeri e romantici a passaggi più drammatici. Visivamente curata – tra costumi, scenografie e fotografia – crea un’atmosfera suggestiva che valorizza l’ambientazione storica senza appesantire il ritmo.
Sotto la superficie romantica emergono temi come la giustizia sociale, la disparità di classe e il desiderio di libertà personale. Pur rientrando nei canoni del melodramma storico coreano, la serie riesce a intrattenere grazie a una narrazione scorrevole e a interpretazioni convincenti.
In sintesi: drama coinvolgente, romantico e visivamente elegante, ideale per chi ama le storie d’amore in costume con un tocco di avventura.
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Tra risate, misteri e lacrime: il K-drama che unisce Joseon e la Seul moderna
Il principe ereditario Lee Gak (interpretato da Park Yoochun) vive durante la dinastia Joseon. Dopo la morte misteriosa della sua principessa, si ritrova improvvisamente catapultato nel XXI secolo, nella caotica Seul moderna, insieme ai suoi tre servitori fidati. Senza alcuna comprensione del mondo contemporaneo, il principe finisce a vivere sul tetto di un piccolo appartamento — da cui il titolo “Principe del sottotetto” — incontrando Park Ha (Han Ji-min), una giovane donna gentile e indipendente che cambierà la sua vita.Tra gag irresistibili e momenti di profonda emozione, i due protagonisti scoprono che i fili del passato e del presente sono più intrecciati di quanto potessero immaginare.
Al di là dell’intreccio romantico, Rooftop Prince è una riflessione sul valore dell’identità, della memoria e della trasformazione personale. Lee Gak, da principe autoritario, impara la vulnerabilità e la compassione; Park Ha, segnata da un’infanzia difficile, trova la forza di credere nell’amore. La serie ci ricorda che, anche se il tempo scorre, l’amore autentico non conosce epoche né confini.
Punti di forza:
- Idea originale e ben sviluppata
- Equilibrio tra comicità e romanticismo
- Cast carismatico e ottima chimica tra i protagonisti
Debolezze:
- Alcune puntate centrali lente e ripetitive
- Eccesso di melodramma nel finale
- Uso di cliché narrativi tipici del genere
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Ciò che rende questa serie così affascinante è la sua premessa: una storia d’amore tra due adolescenti che, cresciuti, continuano ad amarsi nonostante le difficoltà e gli ostacoli che la vita ha posto sul loro cammino. Anche se la politica li ha separati, il loro amore riesce a superare tutto — le macchinazioni di chi li circonda, le profezie delle sciamane e persino la morte.
Devo dire che non so cosa avesse in mente lo sceneggiatore mentre scriveva la trama, perché tutto ciò che i due protagonisti affrontano è davvero incredibile, soprattutto considerando che la storia è ambientata nell’era Joseon. Certo, ci sono alcune piccole incongruenze, ma sono perdonabili: in fondo, non esiste una storia perfetta nel mondo dei drama.
I personaggi non sono mai stati sprecati, nemmeno quelli secondari. Ognuno di loro ha un ruolo fondamentale nella trama, e spesso proprio grazie a loro i protagonisti riescono a sopravvivere e a ritrovarsi.
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Personaggi melensi + sceneggiatura piatta = perfetta ricetta per l’insonnia.
La serie poteva durare di meno e avere personaggi scritti meglio. Parte con una storia scoppiettante, ma ben presto si appiattisce su una sceneggiatura banale, lenta e prevedibile. I personaggi risultano insopportabili: i protagonisti mostrano sempre la stessa espressione — triste, afflitta o inespressiva — oppure incarnano una bontà talmente melensa da sembrare patologica. I personaggi secondari, invece, gridano e si arrabbiano per nulla, senza mai mostrare un minimo di profondità umana.Il risultato è un insieme di figure stereotipate e di scarso interesse, immerse in una narrazione che diventa presto di una noia mortale. Non so perché alla prima visione avessi dato un voto alto, ma riguardandola mi sono resa conto che è stata solo una perdita di tempo. Non la consiglio.
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Un giudizio chiaro sui malati in stato vegetativo
Alla seconda visione, Ghost Doctor mi è piaciuto ancora di più. Se al primo impatto colpisce per l’idea originale e il tono che alterna commedia e dramma medico, rivedendolo emerge con maggiore forza la profondità dei dialoghi, soprattutto quelli in cui vengono affrontati temi come la vocazione medica, l’amicizia e l’amore.La serie offre un giudizio chiaro e coraggioso sui malati in stato vegetativo, evitando facili sentimentalismi. Attraverso l’espediente narrativo di immaginare il paziente in coma come un “fantasma” che può muoversi solo entro un raggio limitato dal proprio corpo, il racconto riesce a dare voce a chi, nella realtà, non può più esprimersi. Questo espediente diventa il cuore etico e narrativo della storia.
Al centro c’è la catarsi di un chirurgo geniale, brillante e profondamente pieno di sé, che considera cinicamente alcuni pazienti indegni di essere curati da lui. Quando però viene colpito nel proprio corpo dalla stessa condizione dei malati che disprezzava, è costretto a guardare la sofferenza da un punto di vista radicalmente diverso. Attraverso questa esperienza comprenderà la preziosa unicità di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua condizione.
Nel suo percorso è coinvolto anche un giovane medico ricco e inizialmente disimpegnato, che imparerà progressivamente a dedicarsi con energia, responsabilità e sacrificio alla cura dei più deboli e sofferenti. Il loro rapporto, fatto di scontri, crescita reciproca e rispetto, diventa uno degli elementi più riusciti della serie.
Ghost Doctor riesce così a parlare di medicina non solo come tecnica, ma come scelta morale e umana, ricordando che curare significa prima di tutto riconoscere la dignità dell’altro.
È una serie che consiglio: divertente, emozionante, ma soprattutto capace di lasciare qualcosa anche dopo i titoli di coda.
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Molto rumore per nulla?
Più che una semplice storia d’amore, come potrebbe suggerire il titolo italiano, questa serie è un mix complesso di elementi che usa l’innamoramento tra due liceali di 17-18 anni come pretesto per raccontare un mondo dominato dallo sciamanesimo. La trama esplora una religione/credenza in cui lo sciamano entra in contatto con le anime dei defunti o con gli spiriti, ottenendo benefici o, talvolta, malefici. Durante le sedute estatiche, lo sciamano invoca gli spiriti, prevede il futuro, separa l’anima dal corpo, cura i membri della comunità e accompagna le anime dei defunti nel loro viaggio verso l’aldilà.Ho seguito la serie fino alla fine, ma, come molti spettatori hanno notato, dalla seconda metà in poi la sceneggiatura tende a perdersi. Ci sono lungaggini, rallentamenti, personaggi inutili e narrazioni incomplete. Un esempio significativo è il ragazzo perseguitato dalla sfortuna: fin dall’inizio viene mostrato il suo isolamento e il rifiuto da parte della famiglia, con l’eccezione della nonna, ma questa linea narrativa non riceve un vero sviluppo.
Dal punto di vista recitativo, si salvano pochi attori: la “madre spirituale” della giovane sciamana e la sciamana stessa dimostrano grande talento, mentre Chu Young Woo e altri interpreti non convincono pienamente.
In sintesi, la serie offre molti spunti visivi interessanti e qualche momento intrigante legato al mondo dello sciamanesimo, ma la storia e la sceneggiatura lasciano a desiderare. Troppe scene di tamburi, rituali e malefici risultano più rumorose che efficaci. Come suggerisce il mio titolo alla recensione, in questo caso si tratta davvero di “molto rumore per nulla”.
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Splendido splendente con la sua capigliatura da serpe bianca
Lee Je Hoon in un'interpretazione ipnotica che ... mi è piaciuta moltissimo.Concordo con altri giudizi letti, che lo svolgimento ogni tanto è di un lento esasperante, ma la sequenza di episodi e di sfide che il protagonista ed il suo team devono affrontare per scavare in fondo a una vicenda dolorosissima e venirne a capo è accattivante. Oltretutto non conviene schiacciare il tasto avanti, perché si rischia di perdere batture e dialoghi essenziali.
Il cast è costituito da una quantità di attori che stimo e mi sono piaciuti tutti, in particolare Sung Dong Il, nel ruolo di Presidente della Compagnia, e Kim Dae Myung, l'avvocato del team.
L'intelligenza, la pazienza, la capacità di stare di fronte al male senza indietreggiare, alla fine, sono premiati ... anche se la sfida non è vinta una volta per tutte ... bisogna stare sul pezzo e continuare a combattere!
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